Giancristiano Desiderio

Il nipotino berlusconiano di Rousseau

In politica on 26 aprile 2011 at 2:58 pm

L’uso e l’abuso che il presidente del Consiglio fa del concetto di rappresentanza popolare è lontano anni luce della schietta cultura liberale. La rappresentanza, infatti, non fonda un potere infallibile e incriticabile, bensì un governo limitato sottoposto alle leggi.

e rafforzato dalla sensibilità della civiltà liberale che, come riepilogava Popper, è la possibilità che gli uomini hanno di cambiare governo senza spargimento di sangue. Purtroppo, il presidente Berlusconi a parole dice di far riferimento al liberalismo che da Constant va a Popper, ma nelle azioni il segreto ispiratore della sua politica è quel J.J. Rousseau che teorizzò l’ambiguo concetto della “volontà generale”. Silvio Berlusconi, dunque, ossia l’inventore di Forza Italia che fu definito da Gianni Baget Bozzo il primo partito italiano del liberalismo di massa, è a conti fatti un illiberale?

Karl Popper volle intitolare i suoi scritti e discorsi autobiografici con questa bella formula: Tutta la vita è risolvere problemi. La frase non solo racchiude il senso del suo pensiero, ma anche la giusta interpretazione dello spirito della democrazia liberale. In una “società aperta” nessuno – né governante, né governato – ha in tasca né la verità né la soluzione a tutti i problemi perché sia la verità sia la soluzione ai singoli e inesauribili problemi non sono il frutto della mente di un uomo di genio o superiore, bensì il raccolto paziente del confronto tra la pluralità degli uomini e dei pensieri. C’è stato un tempo in cui indubbiamente Berlusconi ha rappresentato una soluzione possibile per un problema circoscritto della nostra vita democratica: era il tempo della nascita della democrazia dell’alternanza. Noi siamo i primi a riconoscere a Berlusconi questo merito. Tuttavia, con altrettanta chiarezza siamo anche i primi a evidenziare che proprio il berlusconismo è la malattia mortale del bipolarismo italiano. Berlusconi ha trasformato la sua tendenza al populismo in una sorta di moderno legittimismo e ogni volta che ha potuto negare la cultura dell’alternanza lo ha fatto diffondendo la sensibilità anti-liberale dell’altro come nemico. Individuando negli altri – comunisti, sinistra, magistratura – un pericolo eversivo per la vita pubblica e le libertà economiche e civili Berlusconi ha introdotto nelle istituzioni il conflitto permanente: le istituzioni, nella prassi berlusconiana, non sono il limite del potere e del conflitto ma ne diventano l’origine e la radice. A questa idea delle istituzioni come tecnica del conflitto calcolato corrisponde la polarizzazione che Berlusconi genera nell’opinione pubblica e nel panorama politico con i suoi attacchi meditati sulla scuola, i giudici e la cultura di sinistra in genere. A Berlusconi non interessa l’obiettivo del suo attacco, ma il risultato: la divisione del campo politico, l’individuazione del nemico e la unione delle forze che fanno capo a lui. Il berlusconismo è diventato una maschera: si professa liberale ma è illiberale.

Non è un caso che Berlusconi abbia indicato nel ministro Alfano il suo successore. Angelino Alfano, infatti, ha una sicumera particolare: riesce a interpretare fedelmente il berlusconismo con la distorsione in chiave populista del concetto di rappresentanza. Nei suoi discorsi Alfano fa appello al voto popolare – “siamo stati votati dal popolo, ergo…” – ogni due minuti. L’impostazione di Alfano è elementare e risponde a questo schema: sono legittimato dal popolo, quindi ogni critica è illegittima. Questa è la quintessenza del berlusconismo. Peccato che sia la quintessenza anche dell’anti-costituzionalismo: perché il concetto di rappresentanza non neutralizza la critica ma, al contrario, la rende possibile. In altre parole, un governo è per definizione criticabile proprio perché è scelto dal popolo e non da Dio.

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