Giancristiano Desiderio

Necessità della verità

In filosofia storia on 26 aprile 2011 at 4:00 am

La domanda di Pilato

Siamo colti di sorpresa quando qualcuno ci rivolge la domanda: “Che cos’è la verità?”. Anche se la domanda ce la ripetiamo spesso nel segreto del nostro spirito o, forse, proprio per questo, non consideriamo mai l’ipotesi che qualcuno ce la possa rivolgere in modo diretto e chiaro.

Così, quando accade, rimaniamo smarriti perché non abbiamo la risposta giusta a portata di mano e, assaliti dai nostri dubbi, siamo portati a pensare che, in fondo, la verità non esiste. Tuttavia, quando ritorniamo sui nostri passi e suoi nostri dubbi ci sorprendiamo a pensare che la verità o una verità deve pur esistere, fosse pure il suo contrario, altrimenti da dove nascerebbe il senso o l’esigenza della domanda “Che cos’è la verità?”.

Il mondo umano sembra funzionare grazie alla verità. Come l’animale ha l’istinto, così l’uomo ha la verità o l’istinto della verità. Se l’uomo non vivesse nel mondo vero non riuscirebbe a muovere un passo fuori dall’uscio di casa e neanche tra le mura domestiche. Se ci orientiamo è perché conosciamo la verità che abita con noi a casa nostra: sappiamo dove mettere le mani, sappiamo se siamo soli o se c’è qualcuno in casa oltre noi, sappiamo che stiamo alla scrivania e cosa c’è nelle altre stanze, sappiamo cosa fare se avvertiamo fame o sete, ma dobbiamo ricordarci, quando usciremo, di comprare il caffè perché quello che c’era è finito. Tutti questi fatti sono verità semplici, ma la nostra vita  – la vita degli uomini –  è fatta di verità semplici. Eppure, queste verità semplici hanno già qualcosa di metafisico. Se alla parola “metafisica” diamo il significato che le è proprio, ossia metà ta fisicà  – ciò che è oltre le cose fisiche –  allora anche le nostre semplici verità quotidiane sono metafisiche. Con le parole e le azioni controlliamo le cose e continuamente le superiamo. L’uomo trascende gli oggetti semplicemente perché a sua volta non è un oggetto. Ma come trascende le cose che ha davanti a sé e tocca con le mani, così vuole trascendere anche la verità e trasformarla in un oggetto o una cosa  – Che cosa è la verità? –  che può guardare con gli occhi e rigirare tra le mani. E’ a questo punto che si apre davanti a noi una strada alquanto confusa  – la metafisica –  che dovrebbe condurre in un luogo in cui c’è la verità proprio come nell’altra stanza c’è il televisore. Siccome questo strano oggetto del desiderio non è mai saltato fuori, ecco che ritorna a galla, neanche fosse la verità, la domanda iniziale di Pilato: “Che cos’è la verità?”.

Il sospetto verso la verità

L’idea di verità è circondata da una spessa coltre di sospetto. E’ comprensibile. Maria Antonietta mentre era condotta al patibolo disse: “Libertà, quante nefandezze si compiono in tuo nome”. Si può ripetere la frase con una piccola variazione: “Verità, quante nefandezze si compiono in tuo nome”. Dalla verità deve necessariamente scaturire la libertà, anche se necessariamente significa mettere in conto la eliminazione fisica e spirituale di milioni di uomini. Questa è stata la verità totalitaria del Novecento. Isaiah Berlin una volta disse  – lo si legge nel suo testamento spirituale Il legno storto dell’umanità –  che il Novecento è stato il secolo peggiore della storia umana: il secolo dei lager e dei gulag che uccisero e annichilirono una parte dell’umanità in nome della verità. Si può capire, dunque, il sospetto verso la Verità: perché la Verità con gli uomini che ritenevano di esserne gli unici interpreti veri ha ucciso e può uccidere. Ma il sospetto verso la verità è giustificato non solo con la “verità forte”, ma anche con la “verità debole”: la verità come opinione.

Oswald Spengler nel suo Il tramonto dell’Occidente sostiene che la verità o ciò che riteniamo sia la verità è il prodotto della stampa perché bastano tre settimane di una buona campagna stampa per dirci cosa sia la verità. Quando Spengler scriveva, il “quarto potere” non era ancora così sviluppato com’è oggi, e ancora non c’era il “quinto potere”  – la televisione, le televisioni –  e non c’erano naturalmente neanche i poteri della Rete di internet e della pervasiva tecnologia. Il mondo di Spengler era ancora “solido”, mentre il nostro mondo post-moderno è “liquido” e la verità non si costruisce più in tre settimane ma in tre giorni o, forse, in tre ore. La verità  – anche la verità della mutevole opinione –  è letteralmente andata in pezzi perché la moltiplicazione dei mezzi di produzione della verità  – i mass-media –  ha moltiplicato la verità stessa facendo saltare in aria il mito dell’etnocentrismo. Il concetto di Storia lascia il passo al concetto di storie: questo ha fatto parlare di “fine della storia”, ma in realtà ne è solo l’inizio o la liberazione. Dopo la fine dell’Unione Sovietica e del comunismo storico Francis Fukuyama parlò hegelianamente di “fine della storia”, ma Alexandre Kojève con la sua interpretazione di Hegel aveva già fissato la data della fine della storia nel 1806 con la vittoria di Napoleone sulla Prussia nella battaglia di Jena quando Hegel scrisse di aver visto “lo spirito del mondo a cavallo”.

Sia come sia, fatto sta che il sospetto verso la Verità o assoluto da una parte e il sospetto verso la verità o opinione dall’altra crea il pericoloso mito della inesistenza del concetto di verità.

L’autoinganno

Che cos’è l’inganno se non la capacità di fingere di non conoscere la verità? E che cos’è l’autoinganno se non il ritorno della verità/realtà che, ignorata deliberatamente dall’ingannatore, si vendica colpendolo e travolgendolo come il vulcano travolge le case costruite sul cratere? L’inganno e l’autoinganno, in particolare, sono la forma e la degenerazione del potere politico. Il governo che vuole e deve ingannare  – non importa chi, i cittadini o i nemici interni o i nemici esterni –  deve conoscere come stanno le cose ossia la verità, ma il governo che vuole ingannare e non sa come stanno le cose o ignora deliberatamente lo stato reale e vero delle cose ossia non conosce la verità che gli riguarda, inganna se stesso. Il governo che inganna i cittadini è ancora un governo utile, mentre il governo che si auto-inganna è un governo pericoloso per i cittadini.

Un esempio di auto-inganno è quello discusso da Hannah Arendt in La menzogna in politica. All’inizio degli anni Settanta il New York Times rese noti alcuni stralci dei Pentagon Papers: gli esperti del Pentagono in pratica ammettevano la inutilità strategica dell’impegno militare statunitense in Vietnam. L’indignazione fu grande, ma al di là dell’indignazione per un’ammissione che giungeva con grande ritardo, Hannah Arendt prese spunto da quel concreto fatto della storia e della recente politica americana per riflettere sul rapporto tra politica e menzogna, inganno e auto-inganno. Perché, come scriveva con concretezza e dimostrata conoscenza delle cose umane la Arendt, c’è sempre un punto oltre il quale mentire è semplicemente controproducente. A maggior ragione in politica dove la menzogna non è un elemento casuale o estraneo: piuttosto, è per molti versi l’essenza stessa della politica, ma a patto che si abbia in mente la verità dei fatti che sono l’elemento di stabilità e credibilità della stessa menzogna. Fu proprio questo, invece, che saltò per aria nella strategia americana nel sud-est asiatico. Nel suo saggio la Arendt confronta la menzogna classica, ossia la necessità di mentire per la politica e per la tradizionale ragion di Stato, con una menzogna speciale che, in realtà, è la falsificazione dei fatti e la manipolazione delle menti per motivi che riguardano la “reputazione” e la “immagine” del governo. Nel primo caso la menzogna si basa sui fatti, nel secondo caso invece i fatti vengono de-realizzati: ma in questo modo il soggetto ingannatore  – un governo, un partito, un leader, una equipe di esperti –  tocca il pericolo massimo per sé che è l’auto-inganno, appunto. L’ingannatore che non inganna gli altri ma insieme gli altri e se stesso perde il contatto con il pubblico, con il mondo dei fatti e con il mondo reale o vero che, però  – ecco il punto –  può ancora toccarlo giacché l’ingannatore può astrarre dalla realtà/verità la mente, e così manipolare i fatti, ma non può astrarre il corpo, se stesso, la sua medesima realtà. In parole semplici: la realtà ignorata deliberatamente per un delirio di onnipotenza è una realtà che si vendica.

Il pericolo dell’auto-inganno è una chiara espressione della politica del tempo delle democrazia di massa. I governi inseguono l’immagine che del governo hanno i governati o, ancor meglio, che del governo danno i mass-media. Per avere una “buona reputazione” i governi sono disposti a tutto e prima di tutto sono disposti a farsi pubblicità, a incidere con la comunicazione sull’opinione pubblica. Il risultato è che il riferimento del governo non sarà più il governo delle cose e delle azioni, ossia l’agire politico che si basa sul giudizio e sulla critica e incontra sempre dei limiti, ma la retorica e la propaganda, ossia le tecniche di manipolazione del consenso che si basano sul calcolo che ignora per principio la realtà e tende all’onnipotenza senza limiti. Un governo di questo tipo elimina dal suo orizzonte la verità come elemento di stabilità esponendosi così al pericolo dell’auto-inganno. Volendo passare dall’esempio ormai classico e importante della Arendt ad uno più piccolo ma non meno significativo di casa nostra si può citare il caso napoletano della spazzatura: Antonio Bassolino aveva puntato tutto sull’immagine e sul cosiddetto Rinascimento, tanto esaltato quanto inesistente, ma la spazzatura deliberatamente ignorata e rimossa dai fatti della politica, eppur esistente e resistente, si è vendicata spazzando via Bassolino e il Rinascimento.

Il paradosso scettico: il peritropo

La verità non si fa mettere da parte facilmente. Anzi, la verità, non dipendendo dalla nostra volontà, ed essendo quindi involontaria e spontanea, non è pienamente nel dominio del nostro controllo. E’ questa la radice del detto comune che dice “la verità viene sempre a galla”.

Lo sa bene lo scettico che da sempre deve fronteggiare una situazione paradossale: deve negare l’esistenza della verità o la capacità degli uomini di acciuffarla e, nello stesso tempo, non deve affermare la sua verità. Un esercizio spericolato che, forse, una volta riuscì bene a Sesto Empirico quando sia negli Schizzi pirroniani sia in Contro matematici notò che ci sono molte cose che fanno a sé ciò che fanno alle altre cose: il fuoco, ad esempio, consuma la legna e distrugge anche se stesso; e i purganti purificano il corpo degli uomini espellendo il male e insieme se stessi. Allo stesso modo  – dice Sesto –  l’argomento scettico distrugge la dimostrazione della verità e contemporaneamente mette anche se stessa al bando. Un’immagine, in verità, molto bella, eppure bisogna ammettere che l’argomento scettico che si auto-distrugge non sfugge al paradosso che Democrito mise in luce, sembra, per la prima volta: il peritropo o rovesciamento.

Il peritropo è l’applicazione del criterio gnoseologico o di significanza dello scettico alle sue stesse parole e ai suoi enunciati. Lo scettico ripete, anche con una certa sicurezza che in lui un po’ stona, che la verità non esiste o che se esiste non è afferrabile, ma così negando l’esistenza o la possibilità della verità pur ne afferma una. Saltar fuori dal cerchio o circolo della verità non è facile neanche per lo scettico che proprio perché intende negare l’esistenza o possibilità della verità per l’uomo deve far uso del principio di non contraddizione che altro non è che la coerenza del pensiero in ciò che pensa. In fondo, è vero quanto notava Aristotele non solo in riferimento al principio di non contraddizione  – ossia che anche chi lo nega è costretto ad affermarlo –  ma anche in senso più ampio alla filosofia: o si filosofa o non si filosofa, ma anche se si sceglie di non filosofare occorre la filosofia, dunque, non c’è scampo: la filosofia è necessaria. La stessa cosa si può ripetere per la verità: o c’è la verità o non c’è la verità, ma anche se non c’è verità occorre la verità per dimostrarlo, dunque, la verità è necessaria.

Necessità della verità

La verità è talmente necessaria che se non ci fosse andrebbe inventata. La verità è necessaria non per la metafisica, ma per la vita. Per vivere, e per vivere una vita umana, dobbiamo conoscere la verità. Il fine della conoscenza non è quello di fermarci a contemplare il mondo vero e il mondo naturale, ma è quello di vivere.

La Metafisica di Aristotele inizia con una gran frase molto nota: “L’uomo tende per sua natura al sapere”. Questa tendenza naturale al sapere diventa poi nella filosofia aristotelica  – e in particolare nella versione scolastica che per secoli dominerà la scena del pensiero e non solo del pensiero –  il primato della vita contemplativa o del bios teoretikos. Così concepita la conoscenza umana ha il suo fine nella contemplazione di un mondo naturale che si risolve nel sapere come pensiero di pensiero. E’ come se Aristotele fosse più platonico di Platone. Nell’amico più importante di Socrate, infatti, la conoscenza non ha come suo fine esclusivamente il sapere in quanto sapere, bensì la “vita buona” ossia la buona convivenza nella polis. In altre parole, la verità non va contemplata  – se non in un altro mondo o luogo mitico che non è questo mondo perché è al di là del cielo: Iperuranio –  ed è invece necessaria per vivere bene. Nel pensiero platonico non c’è un primato della scienza, ma un primato etico-politico o della libertà. Lo stesso primato che riguarda la nostra vita quotidiana. La verità indirizzata verso la “vita buona” ha una doppia funzione: prepara l’azione e libera dal passato. E’ questo il valore della verità come teoria o, in senso aristotelico, come sapere in quanto sapere.

La parola “teoria” è associata a una elaborazione intellettualistica, ha cioè qualcosa di cervellotico. Teoria, invece, nel suo senso originario significa “partecipazione alla festa in onore del dio”. Teo significa dio e orao vedere: si può quindi dire che significa “vedere dio” o inoltrare lo sguardo verso il divino. In modo più semplice possiamo dire che “teoria” significa partecipare e vedere: partecipare alla vita e vederla. Partecipare e vedere per agire.

L’atteggiamento teoretico non è, dunque, astratto ma concreto perché è la partecipazione della mente alla vita. C’è indubbiamente nella vita un “primato del fare” che è reso possibile dalla stessa funzione teoretica del pensiero che prepara l’azione. Quella che noi chiamiamo “teoria”, infatti, nasce da un atteggiamento pre-teoretico che Heidegger indica come essere-nel-mondo ma che possiamo semplicemente definire come il nostro modo di comprendere le cose e la vita nella quale siamo. E’ la comprensione o apertura umana sul mondo che consente al pensiero di preparare l’azione. La verità, dunque, non è la visione di una cosa chiamata verità  – come se fosse un film –  ma l’interpretazione di ciò che già siamo.

La preparazione, inoltre, evita conseguenze nefaste della verità metafisica o intellettualistica: il determinismo. Determinismo significa “essere determinati da”: come una pianta è determinata dalla sua natura. La verità metafisica, dunque, conoscendo la realtà inserisce e adegua l’uomo alla realtà di cui è parte come la pianta è parte del ciclo naturale. La verità metafisica annulla la libertà dell’uomo, mentre la funzione preparante del pensiero la conserva. La funzione preparante non annulla e tiene aperta la distinzione tra pensiero e azione: l’azione in questo modo non è la riproduzione pratica del pensiero  – l’esecuzione necessaria –  ma una nuova creazione che dipende dalla libera volontà. Ma se il pensiero ci prepara ad agire, che cosa significa che ci libera dal passato?

La conoscenza altro non è che la comprensione del modo in cui la verità è accaduta. Propriamente comprendere significa smontare e rimontare dei fatti nel modo in cui sono venuti all’essere (o riteniamo che siano venuti all’essere). La verità, dunque, non è un’essenza o una qualità o una natura statica e stabile, ma un accadimento: la verità è evento o  – se vogliamo usare la parola abusata da Heidegger –  è Ereignis o  – se vogliamo usare la parola più ordinaria di Croce –  è storia.

La storia, sia quella passata sia quella attuale, è da noi compresa quando siamo ad essa spinti da un bisogno pratico e morale di chiarezza. Abbiamo cioè bisogno di vederci chiaro nel nostro passato  – in quello storico come in quello biografico –  per liberarcene e continuare a vivere. Abbiamo bisogno di conoscere il passato sia per la storiografia sia per l’esistenza perché noi stessi siamo storia. Se non fossimo storia  – ossia verità accaduta –  non saremmo esseri linguisticamente orientati nel mondo. Non saremmo capaci di parola e di ascolto. La storia è il nostro modo di essere.

L’uomo e la verità

La verità, pur essendo necessaria per vivere, ha una sua forma espressiva nella quale si svela o annuncia: il giudizio. Se esiste la verità, in fondo, è perché nell’essere c’è un essere in grado di dire che l’essere è o, meglio, in grado di dire l’essere: l’uomo. In questo esercizio allo stesso tempo verbale ed esistenziale, espressivo e concettuale, viene propriamente al mondo il mondo. Senza la copula mundi il mondo per noi umani non sarebbe. Non è il verbo che crea il mondo, ma per l’uomo è attraverso il verbo che il mondo  – l’essere in generale, le cose, la natura, la storia –  si rivela. In altre parole, senza è e senza non è l’uomo non avrebbe accesso al mondo o non avrebbe mondo. Invece, attraverso l’aiuto di questo verbo ausiliare l’uomo e l’essere si vengono incontro reciprocamente e si corrispondono.

Non possiamo avere accesso diretto alle cose. E’ solo il logos  – il linguaggio e il pensiero –  che ci permette di fare la conoscenza delle cose che sono. E’ questo il senso più autentico e concreto della “seconda navigazione” del Fedone. Non possiamo guardare direttamente il sole e per ammirare il sole durante un’eclissi  – dice Socrate –  lo si guarda riflesso in un’immagine. La medesima esperienza accade nella conoscenza delle cose: non le possiamo cogliere direttamente con i sensi e per farlo dobbiamo “rifugiarci nei discorsi” perché è nei logoi che la verità delle cose si potrà affermare o negare. I logoi, ossia i discorsi concettuali, non ci mostrano un mondo ulteriore o superiore o soprannaturale rispetto alla realtà sensibile, al mondo di quaggiù, ma si limitano a rivelarci le stesse cose sensibili nella loro mondanità. I logoi, in altre parole, rendono mediato ciò che è immediato e che proprio per la sua immediatezza ci sfugge. La conoscenza deve passare attraverso il pensiero che è come se fosse un filtro o una lente attraverso la quale le cose si rendono manifeste o visibili. La verità si annuncia nel pensiero che è quello strano luogo umano in cui l’essere dice di essere se stesso e non altro. Ecco perché il pensiero è il “luogo” del contraddittorio perché lì, in quella che Croce chiama la “logica della filosofia”, è in gioco la contraddizione che, nascendo dai contrari e dalla confusione delle idee che man mano si schiariscono come la luce del mattino, è la possibilità stessa che abbiamo di poter pensare la verità.

Viviamo nella verità

Quando rivolgiamo il pensiero verso quell’idea strana che è la verità siamo soliti immaginarci, anche se non immaginiamo nulla, una cosa che è in qualche luogo. Ma la verità non è né una cosa né si trova in un luogo perché è una dimensione storico-linguistica nella quale già siamo. Quando poniamo la “questione” della verità già siamo da un pezzo nella verità. La verità ci sorregge e contiene come ci sorregge e contiene la Terra sulla quale viviamo e abitiamo. Conviene qui citare due righe di Heidegger, e solo due righe, dal noto libro L’essenza della verità. Dunque, a pagina 101 leggiamo: “La verità non è né presente da qualche parte al di sopra dell’uomo (come validità in sé), né è nell’uomo come soggetto psichico, ma al contrario l’uomo è “nellaverità”. Croce, con maggior semplicità, dice “l’uomo vive nella verità” (era questo il titolo della prima Conversazione che tenne con i giovani che frequentavano l’Istituto di studi storici che volle fondare in un’ala di Palazzo Filomarino dove abitava). Ora, dire che l’uomo vive nella verità significa affermare un legame non solo stretto, ma non scindibile del pensiero con l’essere e con l’azione. Perché delle due l’una: o il pensiero è legato all’essere e quindi i nostri discorsi hanno un senso e sono utili e buoni per condurci con un certo equilibrio nella vita o il pensiero è sciolto dall’essere e quindi i nostri discorsi non hanno senso alcuno e noi siamo nelle mani o del Caso o del Fato. Ma è la vita stessa che ci spinge a pensarla secondo verità per viverla. E’ la vita cioè che si prende la briga di mostrarci che altra strada non c’è se non concepire come legati e intrecciati tra loro il pensare e l’essere o, per usare parole più ordinarie, il pensare e il fare. Quanto abbiamo fatto lo possiamo rifare mentalmente e conoscerlo. La verità propriamente è la ri-costruzione di quanto è accaduto. E’ il motivo che ci fa dire che la verità è cosa troppo importante per lasciarla ai professori o agli scienziati o ai sacerdoti o ai politici: la verità riguarda la vita e la vera filosofia, come la vera e grande poesia, nasce dalla vita, non certo dalle scuole o dalle accademie.

Concepire la verità come esistente in un luogo da noi separato o come il frutto di una teoria intellettuale è un modo per mortificare la nostra opera di vita, grande o piccola che sia. Concepire la verità come la nostra stessa storia nella quale agiamo e viviamo e senza la quale non saremmo noi stessi, come un albero non sarebbe un albero, equivale a pensarci come uomini liberi che si sforzano di vivere secondo coscienza. In quella Conversazione con i giovani Croce non esitava poi a trascrivere la parola Verità con la maiuscola perché voleva sottolineare che l’uomo ha in sé la forma della verità come unione dell’individuale e dell’universale ossia, con parole comuni, del soggetto e del predicato. E se, in una pausa ideale del nostro lavoro quotidiano, ci fermassimo a pensare ci accorgeremmo che per pensare le cose che ci circondano e che nominiamo secondo abitudine e per pensare i nostri stessi atti o quelli delle persone a noi care o dei nostri rivali altro non possiamo fare che unire e distinguere con il giudizio intuizione e categoria. Questa operazione di verità, quantunque irriflessiva, noi la facciamo a ogni nostro passo perché per vivere non possiamo di certo attendere che qualcuno ci insegni come fare. Ma quando passiamo dal fare il mondo a pensare il mondo ci immaginiamo mondi impossibili mentre la verità è proprio lì vicino a portata di mano. Chiudendo quella sua bella e umanissima Conversazione il filosofo diceva, per l’appunto, che non dobbiamo andare in cerca della verità, né del bene e del bello, né della gioia in qualcosa che sia lontano e distaccato da noi e quindi inconseguibile, ma, al contrario, dobbiamo ricercare la verità, il bene, il bello, la gioia in quel che facciamo e faremo, nel nostro lavoro e nella nostra opera, perché è qui che c’è l’universale di cui gli uomini vivono. E aggiungeva “un motto bizzarro ma profondo” che ripeteva il Warburg: tenere sempre presente che Dio è nel particolare, che Gott ist im Detail.

Risposta alla domanda di Pilato

Gesù non rispose alla domanda di Pilato. Sappiamo come finì la storia. Prevalse la verità dei più: “Barabba, Barabba”. Ma Gesù che cosa avrebbe potuto rispondere? Perché tacque?

Forse, avrebbe potuto ripetere le stesse parole che pronunciate poco prima, e fraintese, provocarono la domanda del procuratore romano: “Io sono la via, la verità, la vita”. Che cosa stanno a significare ancora oggi queste parole? Significano, al di là delle intenzioni di Gesù che ci sono e saranno sempre ignote, che il corpo e l’anima dell’uomo  – la verità –  non coincidono mai con il potere. Verità e potere non sono la stessa cosa. La verità non è una cosa. Ma è Qualcuno e accade attraverso gli uomini. La verità è l’essere-umano: la verità, la via, la vita, l’essere, il sum e non coincide mai con il potere. Qualunque potere: politico, religioso, economico, militare, scientifico. La verità è la critica al potere di poter allungare le mani sul corpo umano, critica di ogni potere, fosse anche il potere della stessa verità. In questo senso, l’altra frase del Vangelo “la verità vi farà liberi” non può significare altro che la indisponibilità della verità al volere del potere. La verità non è sottoponibile al dominio del potere: in tale senso la verità rende liberi perché verità e libertà si co-appartengono. Il corpo di Cristo in croce è per noi, che non possiamo non dirci cristiani, il primo e più vero habeas corpus. Ma questa non è una verità confessionale o di fede e può essere accolta anche da chi non è credente. Quando Gesù si rivolge a Ponzio Pilato e gli dice “io sono la via, la vita, la verità” sta pronunciando la verità della dignità umana che è il centro della nostra cultura umanistica: il corpo-anima dell’uomo non si tocca e non c’è atto sacrificale che valga per ingraziarsi Dio e superare la violenza. E’ vero: Gesù non dice cos’è la verità perché, in fondo, il suo compito è più importante: distinguere potere temporale e potere spirituale per aprire la strada tanto alla verità quanto alla libertà. La sua critica del potere  – tanto politico quanto religioso –  non è diversa da quella di Socrate.

Strano: come Gesù, anche Socrate fu condannato a morte da una votazione, dalla democrazia. La democrazia  – il kratos del demos, il potere dei più –  non è garanzia né di verità, né di libertà. Al contrario, sono la verità e la libertà che sono garanzia di democrazia.

tratto dal libro in preparazione La verità.Forse

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