Giancristiano Desiderio

La Lega si slega

In politica on 27 aprile 2011 at 2:01 pm

La Lega dice no. La Lega non è d’accordo con il suo governo. La Lega sembra la Rifondazione comunista del governo Prodi e Bossi sembra Bertinotti. L’unica differenza è in Parlamento: affinché i Tornado italiani sorvolino le spiagge libiche e bombardino obiettivi militari non serve alcun voto parlamentare perché tutto è già previsto dalla risoluzione dell’Onu già adottata.

Ma la ininfluenza del Parlamento non attutisce il dissenso e le polemiche della Lega che, anzi, sono destinate ad aumentare per il medesimo motivo: siccome non c’è né dibattito né voto alla Camera, allora, i leghisti potranno con maggior comodità prendere le distanze dal governo che fino a qualche mese fa era filo-Gheddafi e ora è anti-Gheddafi. Bossi non va in guerra neanche con Berlusconi.

In verità, sono in molti nella maggioranza di governo ad avere i mal di pancia. Persino nel Pdl la notizia dei bombardamenti italiani non è vista come il superamento dell’anomalia italiana che, con le indecisioni del governo, consisteva nell’essere né carne né pesce e quindi, come al solito, ambiguamente italiani. Sennonché la posizione della Lega poco ha a che fare con la politica estera. I leghisti sono più attenti alla Padania che all’Italia e la loro “politica estera” coincide con la campagna elettorale delle amministrative. Non è un segreto per nessuno: Bossi non è presente ai comizi con Letizia Moratti e tutto lascia pensare che non sarà presente neanche quando a Milano parlerà direttamente Berlusconi. Così la politica estera è piegata a ragioni di politica interna o, ancor meglio, a ragioni di politica elettorale. Su questa “linea libica” i leghisti sono uniti. Tutti.

Sulla Libia la Lega rappresenta la più netta opposizione al governo (e a Napolitano). Un ministro come Calderoli non nasconde la contrarietà “personale” (ma molto vicina alla linea leghista) non solo ai bombardamenti aerei, ma anche alla semplice disponibilità delle basi aeree, all’appoggio logistico e il pattugliamento antiradar. Insomma, in politica estera  – e in una politica estera che ha in agenda temi e conflitti sempre più vicini a casa nostra –  il governo Berlusconi non solo non ha di fatto la sua necessaria maggioranza, ma ha perso anche la fedeltà del suo maggiore e più importante alleato. E’ una tipica stranezza italiana che ciclicamente si ripete: quando entra in scena la guerra e il nostro Paese deve assumere importanti decisioni, il governo perde la maggioranza e una parte consistente e qualificante della sua politica diventa opposizione. Mentre, al contrario, pur considerando differenze e distanze, una parte dell’opposizione diventa maggioranza. Ne viene l’anomalia italiana: il governo in politica estera non somma i voti dell’opposizione ma sottrae i suoi e li sostituisce con l’opposizione. Il fallimento del governo bipartisan, che dovrebbe essere la norma e il valore principale alla base del bipolarismo, non potrebbe essere più evidente.

La decisione del governo di bombardare in Libia fa sì che l’Italia “non sia più nel mezzo” (come ha scritto efficacemente Franco Venturini ieri sul Corriere). Tuttavia, la posizione curiosamente anti-berlusconiana della Lega crea al governo un imbarazzo che è qualcosa di più  – per le ragioni esposte –  di un imbarazzo. Il governo corregge un’anomalia ma ne crea subito un’altra. Anzi, non è in grado di assicurare una posizione internazionale all’Italia più certa e definita senza essere esso stesso  – il governo –  un’anomalia: non si può passare sottosilenzio, infatti, che il governo Berlusconi non è autosufficiente nella politica estera mediterranea.

tratto da liberal del 27 aprile 2001

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