Giancristiano Desiderio

Le tre lezioni di Milano

In politica on 17 maggio 2011 at 8:35 am

A Milano non ha perso Letizia Moratti. A Milano ha perso Silvio Berlusconi. Perché se il presidente del Consiglio decide di essere capolista nella sua città e sceglie di trasformare un voto amministrativo in un voto politico e gli elettori gli voltano le spalle, la sconfitta è politica e non amministrativa. Le elezioni di Milano sono state pensate e condotte dal capo del governo come un referendum sulla sua persona. Ha perso. La lezione che si ricava da Milano è allora triplice: crisi accertata del bipolarismo, declino della leadership di Berlusconi, fine dell’egemonia dell’alleanza del Nord tra Lega e berlusconismo. Vediamo.

Il nostro giornale lo scrive, con analisi, riflessioni, documenti, da tempo. Ora, però, possiamo aggiungere  – come si dice –  il dato elettorale: se si sommano voti raccolti dalla Moratti e da Pisapia si arriva a circa l’88 per cento (mentre andiamo in stampa) mentre nel 2006 destra e sinistra erano addirittura al 99 per cento. La perdita secca di oltre dieci punti va al di là di ogni commento. Il centrodestra è più debole perché ha perso il suo profilo di polo moderato o dei moderati che era da sempre la sua origine sociale prima ancora che politica. La campagna elettorale condotta direttamente da Berlusconi e da ambienti politici a lui molto vicini è stata l’esatto opposto della moderazione, tanto che  – caso più unico che raro –  ci sono stati richiami e interventi del presidente della Repubblica per invitare al rispetto delle istituzioni, delle persone e delle idee di equilibrio e ragionevolezza. Per il centrodestra è questa probabilmente la maggiore sconfitta perché la bocciatura di Milano anticipa la bocciatura nazionale. In altre parole, il centrodestra non è più affidabile.

La leadership di Berlusconi è da ieri ufficialmente sul viale del tramonto. E, questa volta, l’attacco è serio e consistente perché non viene dai magistrati, né dai comunisti ma dagli elettori e gli elettori più vicini al premier. La sconfitta è bruciante perché è avvenuta sul campo politico. Anzi, proprio i processi e il giustizialismo gli danno forza elettorale. Non a caso Berlusconi aveva chiesto ancora una volta un plebiscito sulla sua persona secondo la sua logica populista e radicale. Questa volta, però, la logica plebiscitaria non ha funzionato e se si vanno a vedere i voti ciò che manca è proprio l’elettore moderato. Berlusconi, alleato a prescindere con la Lega, ha cercato in ogni modo di schiacciare i moderati, ma il calcolo si è rivelato non solo sbagliato ma anche miope. Infatti, perdendo per il tradimento che lo stesso Berlusconi ha fatto delle ragioni dei moderati, il premier ha imboccato con le sue gambe il viale del tramonto. La sua leadership bipolare si reggeva su un punto essenziale: era il riferimento della cultura liberale e cattolica. Oggi Berlusconi è in crisi perché la sua cultura politica è diventata radicale e sterile.

Berlusconi senza i moderati non vince e la Lega non compensa né numericamente né idealmente l’assenza del polo dei moderati. Il dominio del berlusconismo e del leghismo, con la roccaforte a Milano e in Lombardia, è in evidente fase calante. Un ciclo sta finendo. I confini politici ed elettorali dell’alleanza o asse del Nord sono diventati più angusti: senza l’anima moderata Berlusconi non riesce più a incrementare voti. Li perde e non li conquista. E’ questo l’aspetto più importante di questa tornata elettorale: il giocattolo costruito da Berlusconi e Bossi con il Pdl e la Lega si è inceppato. Rotto. Non funziona più. E se non funziona più a Milano, si può immaginare come giri a vuoto nel “resto dell’Italia”.

Ora viene il bello. Berlusconi proverà a rigirare la frittata. Inutilmente, perché il verbalismo e il marketing hanno già raggiunto i loro limiti diventando dei boomerang.

tratto da liberal del 17 maggio 2011

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