Giancristiano Desiderio

Il governo degli spudorati

In filosofia storia on 19 maggio 2011 at 12:58 pm

Sostenere che la politica è cinica è scoprire l’acqua calda. Sostenere che il cinismo politico è “una benedizione e non una minaccia” significa vedere come si riscalda l’acqua ossia capovolgere pregiudizi e luoghi comuni (che potrebbero anche essere più cinici del cinismo). Antonio Funiciello ha scritto e pubblicato un libro  – Il politico come cinico. L’arte del governo tra menzogna e spudoratezza, edito da Donzelli –  che per metà, e per sua stessa ammissione, è la scoperta dell’acqua calda: “Questo è un libro sulla scoperta dell’acqua calda: che il politico sia cinico e che sia cinica la politica è un’ovvietà e, come tutte le ovvietà, non dovrebbe aver bisogno di libri per essere compresa”.

Per l’altra metà è la messa a tema dell’ovvio che mostra come il cinismo politico se non ci fosse andrebbe inventato. Perché? Semplice: perché è un esercizio di libertà che mira alla conservazione della libertà come mezzo e come fine.

Le due metà del libro  – l’acqua calda e l’invenzione del cinismo come libertà –  ci mostrano da subito l’essenza della politica che è arte e scelta: le due metà, infatti, sono come il paradosso o dilemma del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Il bicchiere può essere “valutato” mezzo pieno perché offre opportunità oppure mezzo vuoto perché esprime una mancanza. Sarà il cinismo politico a valutarne di volta in volta secondo circostanze, mezzi e fini la “pienezza”. Il politico valutando e indicando si assume inevitabilmente una responsabilità perché dà senso al bicchiere visto di volta in volta come mezzo pieno o mezzo vuoto, ma mai come sia pieno sia vuoto. Infatti, come ben scrive Funiciello, “l’enunciato che recita ‘Questo bicchiere è mezzo-pieno-e-mezzo-vuoto’ è, per definizione, impolitico. La mera constatazione di una verità di fatto, qualunque essa sia, è solo una premessa della pratica dell’arte politica propriamente detta. Il possesso della verità, la sua conoscenza, fa parte della politica, anche durante l’azione che essa invera, ma l’atto del dire la verità non ne fa necessariamente parte. Nessun uomo politico che andasse in giro a far comizi proclamando che, in merito ad un problema, il bicchiere è mezzo-pieno-e-mezzo-vuoto, avrebbe fortuna. E non ne avrebbe il dirigente di partito che si comportasse similmente in una riunione di organismo direttivo o l’eletto alle prese di un confronto tra pari nella sua assemblea elettiva”. Il problema che il politico ha davanti non è come stanno le cose perché questa è solo la premessa del problema che invece è cosa fare se le cose stanno così? La conoscenza della realtà o dei fatti  – e anche la deliberata idea di non far conoscere come sta la realtà o i fatti e magari mentire –  è l’antefatto della politica. L’arte della politica (politike techne) è altra. Quale?

La politica “elabora un progetto e s’industria a creare consenso intorno a esso”. Detto con parole greche la politica è dike (giustizia) e aidos (pudore). Detto con parole moderne la politica è Stato e nazione. Detto con parole ordinarie la politica è istituzioni e società. L’arte politica consisterà nel mettere in rapporto, e senza farli coincidere totalmente ma solo corrispondere, giustizia e pudore, Stato e nazione, istituzioni e società, ordine e comunità. La politica, dunque, per sua natura si dovrà misurare e dovrà coltivare il senso del limite. A chi gli chiedeva fino a che punto ci si dovesse impegnare nelle faccende della polis, Antistene rispose: “Come ci si avvicina al fuoco; troppo lontani avreste freddo, troppo vicini vi brucereste”. La misura, la distanza, il limite è una virtù politica. Cinica. Il cinismo “è il vero filo rosso che percorre la storia dell’Occidente, da Atene a Washington”. Antonio Funiciello ha fatto questo viaggio nel tempo delle idee politiche, ma noi qui discuteremo soprattutto il “primo tempo” che in qualche modo detta le regole del gioco con cui ancora giochiamo. Il tempo di Socrate e della democrazia ateniese.

Socrate entra in scena quando Atene si apprestava a passare dalla cultura della oralità a quella della scrittura e dalla formazione della “oralità mimetica” a quella della “oralità dialettica”. Nel tempo del mito e della tradizione i giovani erano educati a combattere e difendere la città e tutto ciò che imparavano coincideva con la loro vita nella comunità. Nel passaggio dall’autodidattica ai precettori privati e dai sofisti a Socrate nasce anche il rapporto tra potere e verità o potere e critica. Il cinismo si ricava dal rapporto tra potere e critica. Antistene, all’inizio del IV secolo, dà vita alla scuola cinica e porta la filosofia “fuori le mura della città”. A quel cane del filosofo cinico per vivere bene basta “un mantello, un bastone e una bisaccia”. La particolarità della vita cinica consiste nel ritrarsi dalla polis “mettendo in discussione uno dei fondamenti stessi dell’arte politica”. Se la giustizia (dike) dà un ordine costituito alla città, il pudore crea consenso e vincoli di amicizia a sostegno dell’ordine della giustizia nel quale ci si riconosce. Progetto e consenso. Platone nel Protagora attraverso il mito di Prometeo mostra come tutti gli uomini siano provvisti di arte politica o giudizio politico perché è questa diffusione universale che consente la nascita della società civile. Quando i cinici escono dalla polis non mettono in discussione dike, che non muove il loro interesse, ma aidos: dunque, il pudore, l’amicizia, il consenso. “Negando il pudore  – scrive Funiciello –  e, con esso, ogni possibilità di ordinaria relazione sociale, essi decidono di intrattenere col consorzio civico solo relazioni di pura e fisica spudoratezza”. I cinici sono spudorati e contestano “le fondamenta del comune senso del pudore”. Gli aneddoti, ricavati dalla lettura di Diogene Laerzio, si sprecano e il più famoso dei cinici è quel Diogene di Sinope che è “un cane anche quando soddisfa i bisogni sessuali con la stessa semplicità con la quale appaga i desideri alimentari”. Il cinico è autarchico, basta a se stesso e non confida negli altri. Diogene chiedeva l’elemosina a una statua e quando gli chiesero perché rispose: “Mi alleno a chiedere invano”. Ma perché i cinici giunsero a tanto? Perché rifiutano totalmente aidos? Perché sono senza pudore?  “Quale fatto di cronaca è la miccia di tale sfacciataggine e, insieme, della critica più risoluta rivolta alla politica ellenica e all’originaria idea democratica di giustizia?”. Il processo e la morte di Socrate.

Il destino di Socrate è centrale per capire la nascita del cinismo in rapporto all’arte politica. Socrate è fondamentale per capire l’Occidente. Socrate è il punto di riferimento della migliore intelligenza del tempo. E’ influente. Fa opinione. Atene è divisa in due partiti: conservatori e democratici. Socrate ha avuto simpatie democratiche, “ma non diventa un intellettuale engagé”. Riserva per sé “un’irrinunciabile libertà di giudizio”. Socrate è il maestro di Crizia e di Carmide, due tra i più noti Trenta tiranni, ma non è a sua volta un tiranno né politico né morale; è amico, consigliere, forse amante di Alcibiade, amico di Senofonte. Maestro di Platone, ma anche di Aristippo di Cirene e del già citato Antistene. Insomma, Socrate è ascoltato e una generazione di ateniesi è allevata dal grande filosofo. Ma il potere, democratico, considera Socrate un cattivo maestro. Crizia è morto, Carmide è morto, Alcibiade è morto ma Socrate è ancora in circolazione e dà fastidio. E’ un tafano, secondo la sua stessa definizione nell’Apologia. Come fare per toglierlo di mezzo (cioè toglierlo dal bel mezzo in cui si è messo tra il potere e il consenso)? “Già allora, il modo migliore per neutralizzare un avversario che si fa fatica a battere culturalmente e politicamente è quello di armare la magistratura”. Così parte l’accusa di Meleto, Anito e Licone: è accusato di non credere agli dèi della città e di introdurre nuove divinità. In pratica, di essere empio. Ma la vera accusa è un’altra: corrompe i giovani con i suoi discorsi dialettici o critici in cui si smaschera il potere umano (qualunque potere, non solo quello politico). I suoi nemici non ne vogliono fare un martire. Vogliono “solo” neutralizzarlo e umiliarlo. Al massimo lo vogliono esiliare, di certo lo vogliono sottomettere. Socrate rovina loro la festa perché si difende da solo e non con Lisia; confuta i presupposti teorici delle accuse, esagera dicendo di dover essere premiato e quando lo condannano a morte  – 281 voti favorevoli, 220 i contrari –  accetta di morire e rifiuta di scappare dal carcere. Dopo la morte di Socrate c’è la diaspora dei suoi allievi, discepoli, amici. Prendono strade diverse: sia materialmente, sia filosoficamente. Così nascono diverse scuole: la più nota è l’Accademia, poi quella cirenaica, quindi la megarica, naturalmente la cinica. I diversi amici prendono strade diverse perché Socrate prima di morire non risponde alla domanda fondamentale “Che cos’è il Bene?” O se si vuole risponde dicendo che è logos o conoscenza, ma la conoscenza di Socrate è più vicina alla doxa che all’episteme: è sapienza umana quindi intrisa di ignoranza. In due parole: è critica che limita il potere. Nessun potere umano può tutto perché nessun potere umano sa tutto. Lasciando aperta la domanda centrale o rispondendo solo di volta in volta  – che cos’è il bene? –  Socrate non chiude in un pugno di maglio dike e aidos, giustizia e amicizia, potere e verità. Socrate non riduce la giustizia a una struttura perfettamente razionale che l’uomo può controllare totalmente.

La domanda, dunque, che l’Occidente da sempre si pone  – perché Socrate scelse di morire e non salvò la pelle? –  vuole la risposta che il filosofo morì per salvare la libertà di pensiero e azione che il regime democratico negava umiliandolo. Il nostro autore, Antonio Funiciello, sostiene che Socrate morì scegliendo di sottomettersi all’istituita gerarchia tra giustizia e pudore. Insomma, fu più democratico dei democratici e ubbidì alle Leggi della città. E’ una lettura giusta, ma che forse abbiamo il dovere di ampliare filosoficamente dicendo che Socrate morì per salvare la sua anima libera o semplicemente la libertà. Se fosse scappato o peggio si fosse piegato a Trasibulo e ai suoi compagni avrebbe tradito non solo se stesso ma il suo diritto di sbagliare, di ricercare il bene e la felicità secondo filosofia e libertà.

E’ in questa libertà che i suoi discepoli si inseriranno facendo scelte diverse: platoniche, cirenaiche, megariche, eleatiche, ciniche. La risposta cinica, in particolare, ritiene che se il pudore e l’amicizia non hanno salvato Socrate allora lui, Antistene, non salverà il pudore e il suo senso comune. Per vivere bene non c’è bisogno del pudore ma della spudoratezza. Sovvertendo il senso di aidos i cinici ripensano il senso della politica. Sono sfrontati, svergognati, spietati, bastano a se stessi e ostentano la loro estraneità alla civiltà politica. La tengono a distanza perché hanno imparato a tenere a distanza il potere (il cinismo moderno o il politico come cinico avrà cara questa “distanza” perché in questo spazio critico vive la libertà degli individui e delle comunità). I cinici sono vestiti con un mantello, sono praticamente nudi ma indicano che il “re è nudo”: il potere, secondo la tradizione dialettica socratica, è smascherato con un’altra maschera. “La loro spudoratezza  – scrive Funiciello –  ha lo scopo di mostrare ai politici, in un immaginario specchio magico del pensiero, quanto i veri spudorati siano loro: quanto cinica sia la loro attitudine di fare del senso comune del pudore quello che occorre ai loro obiettivi. E’ la lezione più importante che la filosofia politica dà alla politica e, non a caso, la impartisce alle origini del lungo cammino della democrazia”.

Come i cinici non dimenticarono Socrate, così la politica non potrà dimenticare la lezione del cinismo e dovrà imparare ad essere sapientemente cinica per non cadere in una volontà di potenza totalitaria. Cosa, peraltro, che accadrà quando la scissione tra dike e aidos sarà sanata fino alla calcolata eliminazione di massa dei dissenzienti.

tratto da Liberal

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