Giancristiano Desiderio

Il mappamondo di Margelletti

In recensioni on 29 maggio 2011 at 9:56 am

Se avete un mappamondo a portata di mano potete fare un piccolo esperimento. Provate a far girare il globo e fermatelo a caso ad occhi chiusi. Controllate in che punto della Terra avete messo le mani. In Cina? In Sudamerica? In Medio Oriente? Nei Balcani? In qualunque regione, Stato o popolo sia caduta la vostra scelta casuale, è molto probabile che lì ci sia una guerra o un conflitto interno o una situazione di instabilità. Non solo perché lo “stato di natura” del mondo è più vicino alla guerra che alla pace, ma anche perché il mondo di ieri diviso in blocchi e raffreddato dalla Guerra Fredda non è il mondo di oggi frammentato in aree e tessere di un puzzle in cui regna sovrano il disordine e la “guerra perpetua”.

Così per orientarvi nel caos internazionale di un mondo reso più piccolo dalla tecnologia e più illusorio dalla comunicazione, un mondo che si dice cambiato dopo l’11 settembre, ma che in realtà è mutato con il crollo di uno dei due blocchi imperiali  – e non bisogna neanche specificare quale –  avete bisogno di un altro mappamondo che vi faccia da bussola nel disordine mondiale. Per vostra e nostra fortuna questo speciale mappamondo esiste. Lo ha scritto Andrea Margelletti e si intitola Un mondo in bilico. Atlante politico dei rischi e dei conflitti.

I lettori conoscono Andrea Margelletti e il suo lavoro come presidente del Centro Studi Internazionali o Cesi. Ne conoscono affidabilità e competenza. Si attendono molto dal suo giudizio e dalla sua esperienza. Non resteranno delusi, tale è il rigore delle sue analisi e la capacità che ha di fornire una mappa geopolitica del “nuovo mondo” con cui abbiamo a che fare ogni giorno. Tuttavia, il mappamondo di Margelletti non è un testo solo per addetti ai lavori. Tutt’altro. Per come è pensato e formato il libro è un utile strumento di conoscenza ed orientamento non solo per politici e diplomatici e giornalisti, ma anche per imprenditori, viaggiatori istruiti e turisti per caso. Muoversi all’avventura è bello e avventuroso, ma viaggiare avendo dei punti di riferimento non solo è più prudente ma può rendere più apprezzabile lo spirito di avventura. L’Atlante geografico e politico di Margelletti ha questo aspetto didattico fin dalla suddivisione in regioni della Terra: Medio Oriente, Africa, Asia, Caucaso e Asia Centrale, Sudamerica e Balcani. “Per ciascuna regione è stato delineato un quadro generale con le dinamiche geopolitiche principali e gli sviluppi tendenziali. Ogni regione  – spiega Margelletti nella Prefazione –  è stata poi suddivisa in scenari di crisi, presentati in forma di schede in maniera tale che il lettore ne potesse avere un’idea storico-politica precisa. In definitiva, questo “Mondo in bilico” voleva far luce su scenari che sono apparentemente lontani da casa nostra, ma che, dopo l’11 settembre, sono divenuti parte della nostra quotidianità. Non un libro di storia, dunque, ma una “mappa” per orientarsi in un mondo sempre più insicuro”. Proviamo a girare un po’ il mondo seguendo la mappa di Margelletti.

Che cosa sta accadendo in Africa? In un editoriale sul Corriere della Sera intitolato Il calderone Mediterraneo Giovanni Sartori ha sostenuto la tesi delle “insurrezioni di giovani attizzati dalla tecnologia, dai telefonini, dalla televisione e soprattutto da Internet”. Ciò che sta accadendo al di là del Mediterraneo ci riguarda molto da vicino perché il “mare di mezzo” porta con facilità da quest’altra parte i risultati delle insurrezioni. Ciò che accade al di là del Mediterraneo, infatti, non è una o più “rivoluzioni” ma più generiche ribellioni che essendo prive di un progetto politico difficilmente approderanno a qualcosa di costruttivo e stabile. L’unico progetto che è in piedi e che si allarga e organizza è quello della minaccia terroristica di Al-Qaeda. Nelle delineare il “quadro africano” Margelletti si sofferma proprio su questo aspetto della organizzazione terroristica: “Negli ultimi anni, al-Qaeda si sta rafforzando sempre più nel continente africano utilizzando il nuovo marchio AQMI, al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Il gruppo sembra aver consolidato la propria adesione al jihadismo internazionale, intensificando le proprie azioni terroristiche sul territorio algerino e dimostrando di essere la prima organizzazione della rete jihadista operante nella regione nordafricana e oltre. Ormai del tutto “commissariato” da al-Qaeda, AQMI è attualmente operativo nella regione berbera della Cabilia, nell’Algeria meridionale e, in misura sempre più crescente, verso sud, nel Sahel. L’organizzazione, infatti, ha dimostrato di poter colpire anche altri Paesi. In Mauritania, per esempio, diversi attentati suicidi, primi episodi simili avvenuti fuori dal territorio algerino, sono stati rivendicati da gruppi locali affiliati ad al-Qaeda. Ma non sono mancati casi che hanno coinvolto il Mali, il Niger, il Sahara Occidentale, la Nigeria”. Ciò che accade in Africa e in particolare nei Paesi che si affacciano nel Mediterraneo le “insurrezioni” o “ribellioni” o “rivoluzioni” non sempre ci mostrano tutto il loro volto. L’interesse del mondo occidentale ed europeo è determinato dalla necessità. In questa terra di nessuno, sancta sanctorum di tutte le attività illecite dell’Africa sub‐sahariana, si addestrano e si indottrinano terroristi. Gli Stati Uniti, in particolare, non vogliono farsi sorprendere: “È quindi un aspetto da non sottovalutare il ruolo degli USA nella questione. Nel progetto di collaborazione militare in atto nella regione, infatti, Washington dovrebbe svolgere una funzione di primo piano, di concerto con la Trans-Sahara Counter-Terrorism Initiative, nel cui ambito gli Stati Uniti forniscono supporto ai governi della regione. L’obiettivo principale che gli USA vogliono raggiungere è prevenire la reale possibilità che al-Qaeda possa stabilire proprie basi permanenti nello stesso Sahara. In questa ottica, lo US Army’s Africa Command (AFRICOM), con sede in Germania, fornisce supporto militare a 10 Paesi della regione trans-sahariana, attraverso l’operazione Enduring Freedom-Trans Sahara (OEF-TS). Quest’ultima traduce l’intervento americano nell’area a favore dei membri del programma Trans Sahara Counter Terrorism Partnership (TSCTP), sia sotto il profilo della cooperazione in generale sia nell’ambito delle attività anti-terrorismo. Nello specifico, l’intesa riguarda gli USA e 11 Stati africani: Algeria, Burkina Faso, Ciad, Libia, Mali, Mauritania, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal e Tunisia”.

Cambiamo area geografica, ma restiamo in zona mediterranea. Il capitolo che riguarda il Medio Oriente non può non aprirsi con quella che Andrea Margelletti chiama “Il padre di tutti i conflitti: Israele e Palestina”. Il nodo medio-orientale è qui. Lo sanno bene tutti: il governo di Tel Aviv, i palestinesi, Washington, gli amici e i nemici di Israele. Il presidente Obama  – presidente con tanto di Premio Nobel per la Pace –  ha speso molte delle sue energie per venire a capo della storica questione, ma al momento non si è giunti a risultati diversi dal passato. Quando sembrava che la missione del vicepresidente Biden arrivasse a qualcosa di concreto, ecco il colpo di scena della costruzione di 1600 nuove abitazioni a Gerusalemme Est che, nell’ottica americana, va a mettere a rischio le possibilità di un nuovo dialogo. Qui Margelletti rivela un retroscena: “Il Presidente Obama è andato su tutte le furie a causa dell’annuncio e ha passato circa novanta minuti in collegamento con il suo vice per stabilire una linea comune con cui Biden avrebbe poi affrontato l’incontro con Netanyahu, il quale ha aspettato per tutto il tempo alla cena organizzata in onore del suo ospite. Successivamente, il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha trasmesso al Premier israeliano le “forti obiezioni” degli Stati Uniti al progetto, dicendo esplicitamente che Washington lo ha considerato un segnale profondamente negativo da parte di Israele rispetto alle relazioni bilaterali fra i due Paesi, mentre David Axelrod, consigliere del presidente Obama, ha definito il trattamento riservato a Biden un “insulto”. Si è così giunti ad uno dei momenti di maggior freddezza delle relazioni tra Stati Uniti e l’alleato israeliano”.

 

Il conflitto israelo-palestinese  – il padre di tutti i conflitti –  è un po’ lo specchio del “mondo in bilico” disegnato dalle analisi geopolitiche di Margelletti. Se prima il mondo, ossia il mondo deciso e diviso a Yalta e che vive fino al 1989, era diviso ma paradossalmente unito dal suo stesso bipolarismo internazionale  – si potrebbe dire, senza sbagliare, che il mondo era tagliato a metà come una mela –  il mondo di oggi, invece, è in una situazione opposta: è unito nella globalizzazione e contemporaneamente diviso. Se prima la linea di demarcazione passava tra Est e Ovest, ora il confine divisorio sembra essere tra Nord e Sud. La Guerra Fredda stabilizzava il mondo, mentre la Pace Calda lo rende instabile. “La fine dell’Unione Sovietica  – scrive giustamente Margelletti –  ha ingenerato conseguenze negative sugli “stan countries”, così denominate le Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia, nel senso che la distruzione delle industrie produttive, il crollo degli scambi commerciali, l’istituzione di sistemi amministrativi fino ad allora inesistenti, hanno provocato un dissesto economico e conseguentemente condizioni idonee e spazi operativi per l’estremismo religioso e per l’opposizione ai regimi locali”. In generale, quella dell’Asia centrale era e resta una zona d’interesse vitale perla Federazione Russa, tanto quanto lo era per il colosso sovietico. Dai primi anni Novanta,la Russiaha rivolto l’attenzione soprattutto alle risorse energetiche dei Paesi centro-asiatici, nella consapevolezza che gli idrocarburi rappresentassero il motore della ripresa russa (45 per cento del valore delle esportazioni). Tuttavia, al di là della questione energetica, le preoccupazioni di Mosca (condivise sia da Stati Uniti sia dalla Cina) riguardano la sfera della sicurezza e della stabilità di un’area fortemente infiltrata dal fondamentalismo islamico, crocevia di commercio illegale di armi, rotta principale del narcotraffico mondiale. Dopo un lungo periodo di riorganizzazione del proprio apparato di potere,la Russiaha intrapreso negli ultimi anni una politica di maggiore forza. Mosca considera le Repubbliche dell’Asia Centrale il “proprio giardino di casa”  e la Russia si sente in diritto e in dovere di intervenire ed essere presente in quei territori del suo “giardino”.

tratto dalla rivista Risk

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