Giancristiano Desiderio

Galimberti e il metodo “copia e incolla”

In recensioni on 6 giugno 2011 at 6:13 pm

Francesco Bucci è l’autore del libro che ha rivelato il metodo copia e incolla di uno dei maggiori filosofi italiani o che, almeno fino a questo momento, tale era considerato: Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale. Teoria e pratica di “copia e incolla” filosofico. Un clamoroso caso di clonazione libraria, pubblicato da Coniglio Editore. Francesco Bucci ha letto e riletto tutti i libri e tutti gli articoli del filosofo de la Repubblica di Scalfari più che quella di Platone e ha fatto una scoperta che, in verità, in molti sospettavano: Galimberti copia. Da chi? Da altri autori ma anche da se stesso: riutilizza quanto ha già scritto, lo modifica, lo cambia, lo adatta e, come dice il titolo del libro di Bucci, clona libri. Il libro di Francesco Bucci, però, non è un semplice confronto che si limita a scoprire le parti copiate.

E’ molto di più. E’ una sorta di testo dei testi di U.G.  – così chiama il filosofo –  che rivela quello che si può chiamare “il metodo Galimberti”. Ciò che colpisce in questo “metodo” non è tanto la copia, ma il riuso. Tutti i libri di U.G. sono frutto di altissime percentuali di riuso di brani di altri testi. Il lavoro di Bucci è così scrupoloso e certosino che ha potuto calcolare la percentuale di riutilizzo. Si prendano due casi esemplari: il libro La casa di psiche ha un tasso di riuso dell’82 per cento e il libro L’ospite inquietante del 95 per cento.

E’ bene fare alcuni esempi per capire di cosa stiamo parlando. E’ solo un esempio tra i tantissimi contenuti nel libro di Bucci. Ne L’ospite inquietante leggiamo: “Da terra-madre la terra divenne materia indifferente, il cielo cedette la mitologia delle stelle alla polvere cosmica, e l’anima dell’uomo, congedatasi da ogni orizzonte di senso, prese a vagare in compagnia di quello che Nietzsche chiama “il più inquietante tra tutti gli ospiti: il nichilismo…”. Il brano, che deriva da un articolo intitolato Il giorno in cui gli uomini persero il cielo, si trova anche in Orme del sacro, Psiche e tecnhe e La casa di psiche e in Noi viandanti senza più meta e termina così: “La terra, da terra madre divenne materia indifferente, il cielo cedette la mitologia delle stelle alla polvere cosmica, e l’anima dell’uomo, psyché, che Platone aveva sottratto alla temporalità e orientato verso l’eternità, prese a inseguire gli eventi del tempo e le sue sempre nuove configurazioni che non erano deducibili ontologicamente, né descrivibili a partire da configurazioni precedenti”. Come si può vedere il brano è il medesimo ma è stato riadattato. Nel libro Parole nomadi c’è una terza versione. A questo punto, però, dobbiamo chiederci: ma che male c’è a copiare e riutilizzare?

In realtà il male c’è. Però, il “vizietto” di Galimberti  – come lo ha definito Emanuele Severino in un’intervista –  di appropriarsi di testi altrui come se fossero i suoi è il peccato minore. Il male maggiore, invece, è la perdita di senso del suo pensiero. Copiare, tagliare, riutilizzare, modificare, variare, spostare, sostituire di volta in volta il soggetto o il predicato fa sì che il senso del pensiero vada completamente perduto. Va bene che Galimberti è un post-moderno, ma anche la “debolezza” del pensiero post-moderno ha i suoi limiti e la sua coerenza. C’è poi un altro problema che non riguarda solo l’autore, ma anche l’editore. Il metodo del copia e incolla, infatti, è frutto più della memoria del computer che della memoria di Galimberti. I libri di Galimberti vogliono essere una critica della ragione calcolante e industriale e invece ne sono un classico prodotto seriale senza psyché.

tratto da Liberal del 4 giugno 2011

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