Giancristiano Desiderio

Il Pdl e i moderati ieri e oggi

In politica on 7 giugno 2011 at 1:13 pm

E’ il momento dell’appello. Ora il Pdl cerca prima il dialogo e poi i voti dei moderati. Non accorgendosi così di evidenziare due problemi. Il primo: il Pdl è nato estromettendo i moderati prima e cacciando il co-fondatore Fini poi. Il secondo: il Pdl chiede l’aiuto dei moderati ma senza modificare la forma politica che ha causato la frattura non solo con i partiti ma con la cultura moderata: l’oltranzismo berlusconiano. In altre parole, il partito del capo del governo invece di aprire una fase nuova della politica italiana continua a perseverare nei suoi errori. L’idea di trarsi fuori dalla “sua” crisi semplicemente aggregando, aggiungendo, sommando senza modificare e cambiare è il segno evidente della debolezza politica del partito di maggioranza (molto) relativa. Il Pdl è simile a quel tale che dovendosi tirare fuori dalle sabbie mobili non trovò niente di meglio da fare che tirarsi il codino.

Per il ministro di Grazia e Giustizia è un problema non da poco. Sembra, infatti,  che il segretario politico Angelino Alfano, creato proprio per l’occasione, non abbia il compito di uscire dal berlusconismo ma di provare a restarci dentro rafforzandolo. Ma il rafforzamento del berlusconismo è, ormai, una contraddizione in termini. Giuliano Ferrara, che crede in una sorta di ringiovanimento politico di Silvio Berlusconi, crede in un’illusione. Il lifting è già stato fatto.

Il berlusconismo nella sua fase già degenerata ha più volte teorizzato quello che si può definire il progetto del 51 per cento. Berlusconi in persona si è volutamente auto-ingannato quando ha immaginato di poter fare tutto da solo e di poter avere un partito di maggioranza assoluta. Il presidente del Consiglio ha sistematicamente comunicato agli italiani l’idea che “gli altri”, da Casini a Fini, danno fastidio, sono un impaccio, creano problemi, non lasciano lavorare. I giornali vicino al pensiero del premier si sono comportati di conseguenza muovendosi tra (falsi) scoop e dossier abborracciati. Dunque  – ecco il sillogismo capzioso del premier –  se “gli altri” danno fastidio, è meglio eliminarli perché così sono/siamo più forti e possiamo governare senza problemi. Non è importante che questo pensiero megalomane sia e fosse una sciocchezza. Ciò che è decisivo è che la classe dirigente del partito del premier  – quella cosa che si chiama Pdl –  ha assecondato Berlusconi in questa idea cesarista del centrodestra e del berlusconismo. Il pensiero unico di Berlusconi  – comando solo io –  è diventato l’unico pensiero dei suoi più stretti consiglieri e collaboratori (con la doppia eccezione di Tremonti e Gianni Letta). Il nemico autentico del bipolarismo non è il centrismo, come più volte si è cercato di sostenere,  ma l’idea berlusconiana di fare a meno di chi esprimeva dubbi, pensava ad alta voce, sollevava questioni. Il pensiero unico e l’unico pensiero non potevano tollerare altri pensieri, altre espressioni, altre visioni, altre priorità. Non potevano tollerare niente altro. Fa piacere constatare che oggi le cose siano cambiate e che il Pdl è passato dalla convinzione di fare a meno dei moderati alla consapevolezza che c’è bisogno dei moderati. “Gli altri” non sono più un problema ma una risorsa. Non sono più un fastidio di cui liberarsi ma una forza necessaria con cui dialogare per poter governare. Ma se questo è vero  – e l’appello ai moderati ne è la prova provata –  allora bisogna uscire dall’idea che i moderati servano per rafforzare il berlusconismo. Se avessero voluto fare questo lo avrebbero fatto a suo tempo. Evidentemente, i moderati sostengono un’altra cosa. Eccola.

I moderati ritengono che si debba uscire dal berlusconismo. Il dialogo ha all’ordine del giorno questo tema: l’archiviazione dell’epoca dei governi Berlusconi. Non si tratta di estromettere una persona, ma di prendere atto che è finita una politica. Il tempo di Berlusconi è tramontato. Il Pdl ne prenda atto e diventi finalmente un partito capace di intendere e di volere politicamente. In altre parole, il Pdl deve diventare adulto: il parricidio  – se così lo vogliamo chiamare –  è qui un atto di crescita e di emancipazione. I partiti nelle democrazie compiute servono a creare cultura di governo e a rendere vive e funzionanti le istituzioni. I partiti sono dei mezzi e non dei fini. Il Pdl è chiamato a fare questo. Lo voglia o no, deve soffrire. Sono i dolori di parto, se ha qualcosa di buono da mettere al mondo. Se soffre invano, sono crisi isteriche. L’analisi fatta ieri da Panebianco sul Corriere è valida soprattutto per il partito del premier che è chiamato a dimostrare di non essere sempre e solo il partito di qualcuno. Per chi la sappia leggere, nella storia di questi anni c’è la risposta ai problemi che il Pdl e Alfano hanno davanti. Il passaggio dal monologo al contraddittorio, di cui ha parlato Ferrara, vale non solo in riferimento agli avversari politici, ma anche per gli alleati. Il Pdl ha in mano le carte: può uscire dal berlusconismo e salvare l’impianto bipolare su base moderata. Oppure imboccare il declino. A voi la scelta.

tratto da Liberal del 7 giugno 2011

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