Giancristiano Desiderio

Il bene indisponibile

In filosofia storia on 20 giugno 2011 at 12:49 pm

Il celebre incipit del libro di Horkheimer e Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, va ripreso per introdurre meglio il libro di cui ora dirò: “L’Illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”. La padronanza totale del mondo e della verità, oltre ad essere uno sviamento del pensiero, è un arbitrio politico e morale. L’umanità, di cui si è programmato lo sterminio nel Novecento, ne ha già fatte le spese. La ritornata barbarie del recente passato dovrebbe insegnarci a non ripetere i medesimi errori ed orrori che sono al contempo crimini del pensiero e dell’azione. Ecco perché il libro di Sergio Belardinelli, L’altro Illuminismo, edito da Rubbettino, è istruttivo: la verità è necessaria per limitare i danni del relativismo, ma è al contempo necessaria una diversa idea della verità per limitare il pericolo che è insito nell’idea illuministico-strumentale della verità. Da qui, l’altro illuminismo.

Il libro di Belardinelli, che insegna Sociologia dei processi culturali all’università di Bologna e collabora con liberal, parte da una necessità: rendere utile la comunicazione tra credenti e non credenti, laici e cattolici, perché spesso (e forse anche volentieri) tra credenti e non credenti prevale non la necessità di una reciproca comprensione, quanto l’incomunicabilità. Alla base del libro c’è, in sostanza, una motivazione prima di tutto etico-politica e poi solo secondariamente una esigenza di teoresi. Eppure, è proprio sull’idea di verità che si concentrano le pagine del testo e  – posso dire –  si concretizza il lavoro degli ultimi anni del sociologo. Perché, in sostanza, che cos’è che può accorciare le distanze tra credenti e non credenti se non la verità? O, per essere più rigorosi, che cos’è che può fare da ponte tra laici e cattolici se non lo schiarimento non della verità, ma della sua funzione pubblica?

La caratteristica del nostro tempo è il pluralismo. Max Weber, al principio del Novecento, ne era consapevole. Ma oltre al nome del grande sociologo potremmo fare tanti altri nomi. Sarebbe però inutile. Meglio dire che cosa è il pluralismo. Spesso, infatti, il pluralismo degenera semplicemente nel relativismo culturale e nel nichilismo. Il relativismo va bene per il caffè, il tè, la gastronomia, il mare, i monti, le vacanze, il maglioncino, la cravatta, l’abbigliamento, ma non va bene per la convivenza sociale perché questa non si  riferisce a gusti personali, ma a valori. I valori hanno una caratteristica: sono molti, ossia plurali e quindi non unici, ma sono comunque finiti, nel senso che saranno venti o venticinque, ma dai limiti delle cose umane non si uscirà. Da che cosa dipende il pluralismo, ossia l’esistenza di più valori? Weber diceva più o meno così: i valori non si fondano razionalmente, ma si scelgono. Possiamo dirlo anche in un altro modo: ci sono domande della vita alle quali la conoscenza non può rispondere perché la risposta è la vita stessa. Una di queste domande è questa: che cos’è il Bene? A questa domanda non c’è una “scienza umana” in grado di dare una ed una sola risposta uguale per tutti: la risposta giusta non ce l’ha la filosofia, non ce l’ha la scienza, non ce l’ha la religione, non ce l’ha la politica, non ce l’ha l’arte. Le due conseguenze più importanti dell’impossibilità di rispondere a questa domanda sono: il conflitto e la libertà. Quale potrà essere in questa situazione pluralista che non si lascia superare la funzione della “ricerca della verità”?

Osserva Belardinelli: “In una società pluralista, quale è quella in cui viviamo, nessuno può pretendere che una determinata verità o una determinata concezione del bene vengano imposte con la forza, senza il consenso almeno della maggioranza degli interessati. Ma non si può nemmeno pretendere che l’opinione della maggioranza coincida con la verità; né sarebbe sensato supporre che, in materia etica, bioetica o biopolitica, tutte le opinioni abbiano lo stesso valore, poiché la verità  – diciamo pure: un riferimento oggettivo ai nostri discorsi –  non esiste. Sul piano filosofico generale, ciò significa che di qualsiasi cosa si tratti, se di scienza, di morale o di politica, non bisogna mai stancarsi di cercare ciò che vale per tutti gli uomini. Ragionare significa inevitabilmente fare i conti con la verità dei nostri discorsi. Poiché però il tempo stringe e poiché persino sulle più gravi questioni bioetiche occorre decidere quale strada intraprendere tra le molte che vengono indicate, ecco che a questo livello, al livello delle decisioni politiche, a un certo punto si interrompe la discussione e si decide secondo la volontà della maggioranza”. Da qui nascono due diverse idee della democrazia: la prima è quella “procedurale” che ritiene che si possa comunque decidere a maggioranza su temi capitali  – vita, morte, dignità, educazione –  proprio perché non c’è una risposta universale alla domanda “che cos’è il Bene?”; la seconda è quella liberale o moderata che ritiene che sui temi ultimi della vita non si vota per il medesimo motivo ossia perché nessuno è in grado di poter dire in modo razionale cosa sia il Bene. Quale delle due idee di democrazia si deve privilegiare: Belardinelli  – e concordo con lui –  crede nella seconda. Per quale motivo? Possiamo rispondere sinteticamente così: perché nel primo caso si tende indebitamente a identificare la verità con il diritto o con la scienza o con lo Stato. Ma in questo modo si sta manipolando il senso della verità che, invece, essendo indisponibile alla presa unica e definitiva da parte del potere umano ci consente di poter vivere umanamente. C’è stato un tempo in cui la verità si identificava con la fede e la fede diventava legge. Questo non è più il nostro tempo. Ma nel nostro tempo si tende a identificare la verità con la scienza e a trasportare la scienza sul piano statale e legislativo. La fonte ultima della nostra libertà, però, non è né la scienza né la sovranità. Ciò che ai nostri tempi fa difetto è una concezione più rigorosa della libertà. Si crede, ad esempio, che la cultura laica sia la cultura statale, mentre la laicità affonda le radici nella religione. La fonte di ogni nostra libertà è, in ultimo, la distinzione tra potere temporale e potere spirituale.

tratto da liberal

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