Giancristiano Desiderio

L’Italia dei briganti

In filosofia storia on 8 agosto 2011 at 11:46 am

Scrivo dalla terra del “Sannio Brigante” dove tra il 1860 e il 1865, ma continuando ben oltre il 1870, andò in scena la prima “guerra civile” degli italiani uniti in uno Stato nazionale. Scrivo nei giorni in cui 150 anni fa ci fu l’eccidio di due piccoli paesi: Casalduni e Pontelandolfo che, quando si discute di “briganti” e di “piemontesi”, sono citati come esempio della criminalità delle truppe del generale Cialdini. Scrivo da un paese che, in verità, è lontano dalle montagne di Pontelandolfo, ma anche qui a Sant’Agata dei Goti e su quello che è il mio “dirimpettaio”, il virgiliano monte Taburno, operarono briganti come Caruso, Giordano e i sanguinari fratelli La Gala: Giona e il più noto Cipriano. Scrivo “circondato” dai briganti, tuttavia, pur considerando le loro “gesta” e il modo in cui andarono in cerca della “bella morte” non riesco a celebrarli e a fare mia o, meglio, “nostra” la loro parte nello scontro cruento e definitivo con carabinieri, bersaglieri e guardia nazionale.

Non ci riesco perché dall’esercito è nata l’Italia e dai briganti non poteva nascere nulla. Non ci riesco perché se voglio intendere le stesse passioni e posizioni dei briganti e, soprattutto, il disagio e la subalternità dei contadini e del loro mondo nei confronti dei borghesi, dei proprietari e dei “galantuomini” non posso fare altro che assumere come punto di vista privilegiato quello di chi fece dell’Italia divisa una nazione unita.

Per cui ha ragione, cento volte ragione Ugo Piscopo quando sul Corriere del Mezzogiorno ricorda che restare senza parole davanti alla scritta “Viva il brigantaggio!” che campeggia alla base del Convitto nazionale a Piazza Dante a Napoli è un’offesa a tutti noi e alla nostra storia. Naturalmente, non si tratta di negare che ci fu una guerra civile, non si tratta di nascondere la verità sugli scontri, gli eccidi, gli eccessi che ci furono: da una parte e dall’altra. A cominciare, tanto per essere chiari, proprio dall’eccidio di Casalduni e Pontelandolfo: se, infatti, qui raccontassimo non solo il fatto  – l’eccidio –  ma anche l’antefatto  – il massacro di quaranta bersaglieri che entrarono in Pontelandolfo per riportare l’ordine dopo l’uccisione di alcuni ufficiali e l’esattore delle imposte –  le cose apparirebbero in modo diverso (del resto, e voglio sottolinearlo, a Pontelandolfo il sindaco Cosimo Testa chiede il giusto riconoscimento di “città martire” ma fieramente inscrive il suo Comune nella più ampia storia dell’Italia unita). Tuttavia, per capire che i “nostri”, anche qui nella terra dei briganti e dell’eccidio di Pontelandolfo, non sono i briganti ma i carabinieri e i bersaglieri che venivano da ogni parte d’Italia e non solo dal Piemonte dei Savoia e di Cavour, non occorre neanche rifarsi alla completezza della storia  – che è un concetto contraddittorio in sé –  e neanche a un giustificato revisionismo critico (come fa Marco Demarco) o ingiustificato revisionismo acritico (come fa Pino Aprile) ma basta l’idea di una storiografia in cui storia e civiltà non siano separate ma unite perché la storia, da che mondo è mondo, si fa del positivo e non del negativo. La riprova è data dal fatto che per scrivere la storia dei briganti e dei contadini che, come diceva un grande storico beneventano come Gianni Vergineo, è una “storia muta”, bisogna avere quanto meno un’idea della storia d’Italia: un’idea brutta, se volete, o magari un’idea non condivisa ma comunque dovete avere una certa idea dell’Italia per provare a capire il fenomeno dei briganti. Altrimenti gli stessi briganti non saranno più tali o lo saranno come puro fenomeno delinquenziale o ribellistico presente in Europa dalla notte dei tempi. E alla fine, in questa idea più vasta delle vicende umane, anche la storia dei briganti che lottarono per il Borbone o per ribellione, per fame o per odio verso i galantuomini o perché così avevano sempre fatto sotto ogni sovranità, anche la scritta “Viva il brigantaggio!” apparirà come una “storia parlante” della più vasta Italia che siamo diventati.

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