Giancristiano Desiderio

Storie e leggende di Sant’Agata dei Goti

In benevento on 21 settembre 2011 at 9:33 pm

“Salve, natia, cara e mite terra/ madre feconda di pregiati pomi/centro di studi/ e d’arte antica culla!” recitano i “versi barbari” dell’ode A Sant’Agata dei Goti del santagatese Michele Melenzio. Il viaggiatore di un tempo e il turista moderno che sono arrivati fin qui, per caso o necessità, si saranno ritrovati, pur senza conoscerli, in questi versi in cui l’antica Saticula e il borgo medievale e moderno di Sant’Agata dei Goti  – che è possibile siano il medesimo luogo ed è quasi impossibile che non lo siano –  sono interpretati secondo l’arte e la cultura del genius loci. Qui Alfonso Maria de Liguori prima di essere venerato come santo fu uno studioso che dedicò la vita all’educazione del popolo e della sconfinata campagna e qui, tra il duomo e il seminario di Sisto V scrisse la maggior parte delle sue centoundici opere e, forse, anche il celebre e immortale canto natalizio Quanno nascette Ninno.

Qui oltre all’amor sacro ci fu l’amor profano di un Giacomo Casanova che, passando dal duca di Maddaloni, cercò riparo dai suoi aguzzini e ancor più dalle sue amanti e, chissà se messi per questa via dal grande veneziano, nel Novecento Freud e Jung si scambiarono qualche notizie e qualche lettera sulla “croce fallica di Sant’Agata dei Goti” che rimanda a riti medievali e pagani. Nell’Ottocento, il “secolo della storia”, Thedor Mommsen fu ospite della famiglia Rainone per studiare e mettere ordine nelle tante scritte latine disseminate qua e là tra chiese, conventi, palazzi nel “centro di studi e d’arte antica culla”. Nel secolo scorso gli studi del grande storico della potenza e della cultura dell’antica Roma furono continuati e approfonditi da due illustri santagatesi come l’archeologo Domenico Mustilli e il grecista e fine umanista Vittorio De Marco.

Nel 1896 fu la volta di un giovane Benedetto Croce che insieme con Giuseppe Ceci e Giulio de Montemayor accompagnò Emile Bertaux che era sulle tracce del lavoro di Enrico Guglielmo Schulz e ancor più dell’arte meridionale e, in particolare, di un quadro di un maestro del quattrocento napoletano, Angiolillo Arcuccio, che i nostri amici credevano di trovare nella chiesa di San Francesco e invece si trovava nella chiesa dell’Annunziata e quindi, pur passandoci davanti, non riconobbero. Quella storica visita fu poi riportata dallo stesso storico dell’arte in un “pezzo” per la rivista “crociana” che venne prima de La critica, vale a dire Napoli Nobilissima: “Sui confini della Campania e del Sannio, sopra un largo sasso tagliato a picco e circondato da due torrenti, stava la Saticola di Tito Livio” iniziava il Bertaux pagando il suo debito di riconoscenza a Croce, il Ceci al marchese di Montemayor e a Salvatore Di Giacomo che animavano la rivista. Dopo una quindicina di anni Croce, in un saggio poi apparso in Storie e leggende napoletane, si ricordò di quella visita a Sant’Agata dei Goti e scrisse che “i monelli di Sant’Agata dei Goti giocano e abbracciano ridendo la mummia del feudatario Artus, che è nella chiesa di quel luogo”.

Come si sarà capito, Sant’Agata dei Goti  – contesa nell’Antichità dai romani e dai sanniti per la sua terra fertile e ancor più per la sua posizione strategica che ne faceva una delle vie e delle porte di accesso al Sannio di Ponzio Telesino e degli altri “spernacchiatori” delle celeberrime Forche Caudine –  è una cittadina ricca di storia e ancor più di fascino. Giunto nella cittadina che ha dato al mondo i “vasi saticulani”, anche il più distratto dei visitatori si rende facilmente conto di trovarsi immerso nella bellezza e non sa bene da dove iniziare per visitare luoghi sacri e profani, religiosi e secolari. E’ imbarazzato dalla scelta che, però, gli è agevolata dal cattivo sistema di visita delle chiese e dei monumenti: non tutto è aperto, non tutto è accessibile. Bisogna accontentarsi. Tuttavia, le cose da vedere sopravanzano le ore della giornata che i curiosi, se non gli studiosi, hanno a loro disposizione. Un po’ per pigrizia e un po’ per obbligo, il turista si lascia sedurre da quello che è il monumento più monumento di Sant’Agata dei Goti: la sua stessa esistenza fatta di una strada centrale  – via Roma –  e due laterali o “fuorimura” con nel mezzo vicoli, piazze, slarghi, volte, portici, marmi, pietre, cippi e sul limitare del centro storico  – ma è solo una convenzione ormai da superare –  le tre più importanti “pietre” santagatesi con le opere pittoriche e cosmatesche che custodiscono all’interno: l’Annunziata, la Badia di San Menna, il castello dei Normanni. Ma come ogni grande città che ha dentro la sua pancia e la sua storia altre città e tante lingue (e, purtroppo, anche le automobili, come notava già l’inascoltato Cesare De Seta nell’ormai 1984 introducendo il libro della Laterza: Sant’Agata dei Goti) anche per questa “cara e mite terra” vale la regola che se la si vuole conoscere e apprezzare bene e meglio bisogna dedicarle almeno un soggiorno e leggere le ormai non poche cose scritte e raccolte tanto da studiosi locali quanto da studiosi internazionali. Forse, così si potranno vedere anche quegli invisibili vasi saticulani che, invece, sono visibili al British Museum. Per capire e capirci: il “vaso più bello del mondo” di Asteass che racconta il ratto di Europa da parte di Zeus sotto forma di toro  – e che fu al centro della mostra al Quirinale in occasione dei cinquant’anni dell’unione degli Stati d’Europa –  è venuto alla luce qui negli anni Settanta dopo millenni di buio, ma il sole santagatese oggi, proprio come ieri, purtroppo, non lo illumina.

tratto dal Corriere del Mezzogiorno del 22 settembre 2001

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