Giancristiano Desiderio

L’edicola del pensiero

In filosofia storia on 10 novembre 2011 at 2:22 pm

Io non dovrei neanche esistere perché insegno filosofia e mi sono sempre più persuaso che l’insegnamento della filosofia, della letteratura, della storia, dell’arte e tutto ciò che gravita intorno all’Umanesimo andrebbe tolto di peso dalle scuole nelle quali dovrebbero entrare solo “materie tecniche”. La filosofia è cosa troppo importante per lasciarla ai professori di filosofia i quali, pur bravi e apprezzati, non possono fare altro che confondere ancor più le idee e accrescere l’antipatia per la “povera e nuda” filosofia. E allora, che si fa? La risposta giusta fino a qualche tempo fa era “nulla, proprio nulla, perché la filosofia  – come dicevano un po’ Croce e Prezzolini –  nasce quando vuole ossia quando se ne crea il bisogno e non perché qualcuno da una cattedra spiega Aristotele”. E’ un po’ come la poesia: hai voglia tu a impartire lezioni di metrica, non verrà fuori mai niente perché se non c’è il poeta la poesia è impossibile. Fino a qualche tempo fa, appunto, era questa la risposta.

Perché oggi è un’altra: a fare filosofia ci pensano l’edicola e i primi due quotidiani italiani. Il Corriere della Sera e la Repubblica ci riempiono di filosofia, filosofi, classici, commentatori, collane di libri e Dvd che sembra non esser più Aristotile “il maestro di color che sanno” ma i direttori dei giornali. La Scuola di Atene sembra essersi trasferita in redazione, e se i filosofi, da quando son nati i giornali, hanno sempre trafficato con le gazzette  – Hegel e Marx, per citare i primi due, furono due ottimi giornalisti –  oggi la filosofia si è trasferita nell’ufficio marketing e, alla lettera, “fa cassetta”.

L’ultima iniziativa editoriale del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari  – che non a caso ritiene di essere un filosofo, basta che non lo sappia la servetta tracia –  è “lanciata” così: “Capire la filosofia”. Si offrono al costo di un euro (almeno i primi due libri) dei testi di 100 pagine di professori di filosofia su capitoli della storia del pensiero. I primi due commentatori sono Emanuele Severino (che non scrive per Repubblica ma per il Corriere) e Maurizio Ferraris e i primi due capitoli riguardano i Presocratici e i magnifici tre: Socrate, Platone e Aristotele. Sembra essere un’iniziativa nuova e invece è vecchia. Solo un anno fa o poco più proprio il gruppo de L’Espresso aveva mandato in edicola i Dvd de “Il Caffè filosofico” che iniziava allo stesso modo: il pensiero presocratico e la nascita della filosofia affidati a Severino e la Scuola di Atene assegnata a Ferraris. A questa iniziativa dell’Espresso rispose quasi subito il Corsera con una proposta molto simile: d’intesa con Rai-Trade e l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici mandò in edicola i Dvd di Philosophia – Il pensiero filosofico che iniziava grosso modo alla stessa maniera: presocratici e nascita del pensiero, quindi Socrate, Platone e Aristotele (ma qualche tempo prima il Corriere aveva proposto ai suoi lettori di acquistare nientemeno che un’intera storia della filosofia, quella, per essere precisi, di Dario Antiseri e Giovanni Reale, che in origine era di tre volumi e per l’occasione divenne di ben quattordici tomi, compresi Bibliografia e Indici, Filosofi italiani del Novecento, Filosofi italiani contemporanei: una ricchezza di pensiero che forse non si mai vista nella storia italiana dai tempi di Dante). Ora i due colossi del giornalismo italiano continuano a sfidarsi a suon di idee filosofiche: il giornale diretto da Ferruccio de Bortoli punta sulla collana Laicicattolici il cui primo numero è un classico del pensiero italiano ed europeo del Novecento: il dibattito sul liberalismo di Croce ed Einaudi (seguiranno Luigi Sturzo, Piero Gobetti, ancora Croce e ancora Einaudi, quindi Bobbio, Augusto Del Noce, Alcide de Gasperi). Il quotidiano diretto da Ezio Mauro invece riprende nuovamente “Il Caffè” e lo traduce in testo scritto. Insomma, la filosofia, che se non è morta  – come voleva Lucio Colletti ma anche Martin Heidegger –   di certo sta poco bene, sulle pagine dei giornali e nei loro costosi gadget scoppia di salute, tracima, straripa o  – come dicono i cronisti dei telegiornali con un italiano che fa paura –  esonda. Quindi, tutta questa filosofia a cosa serve?

Voi sapete molto bene che già la risposta è problematica per la sola filosofia. Così problematica che Aristotele, al quale i suoi discepoli dediti all’osservazione empirica dovettero porre la domanda, se la cava a male pena dicendo che in fondo la filosofia non serve a nulla perché è semplicemente necessaria. Insomma, non se ne potrebbe fare a meno. Eppure, se di poca filosofia non è morto mai nessuno, per la troppa filosofia qualcuno ci ha rimesso le penne. Ma non è il caso di essere irriverenti. Piuttosto, mi è sempre piaciuta un mondo la battuta di Pascal: “Prendersi gioco dei filosofi è veramente filosofare”. Dove l’acume del giansenista sta proprio nella distinzione tra filosofi e filosofia. Come a dire, insomma, che dei primi, soprattutto se professori, si può fare a meno, mentre sulla seconda qualche pensiero si può anche fare. Ma solo se  – ed è qui il punto da tener fermo –  in gioco c’è realmente un sapere che riguarda la vita, perché delle teorizzazioni, del trascendentale, degli “ascolti” e persino delle epistemologie non sappiamo più cosa farcene. E, grazie al cielo, per capire che la filosofia o ha a che fare con la vita e la morte o è un’impostura non ci vuole né il Corriere della Serala Repubblica.

Le molte, troppe pubblicazioni inducono a credere che il sapere è potere. Chi più sa, più può. Oddio, che nella vita tutto sia buono a sapersi è normale: sapere qualcosina in più aiuta a farsi fregare meno. Ma il sapere filosofico mira ad altro. A cosa? Nientemeno che all’eterno: il sapere  – il logos –  conserva in sé ogni cosa che solo in apparenza si dissolve nel nulla. Piaccia o no, nella filosofia è in gioco proprio questo: ma credere di capirlo leggendo i commentatori dei filosofi è falso. Certe cose si afferrano solo se si leggono  – cioè si soffre e gioisce con loro –  direttamente i filosofi che sono sempre più chiari dei loro commentatori, storia questa molto antica (sarà per questo che Panorama portò in edicola I classici del pensiero: la più sterminata collana di filosofi e autori classici antichi e moderni che sia mai stata “edicolizzata” con circa ottanta volumi; e a questa iniziativa bisogna per forza affiancare anche quella del Sole 24Ore con la collana I grandi filosofi in trenta volumi). Proprio perché il logos trattiene in sé l’essere vero, la filosofia è sempre filosofia morale. La filosofia è un programma di salvezza che non fa ricorso a un Dio ma al logos, ma sempre di tentativo di salvezza si tratta.  La verità ha un potere salvifico anche se ci salva solo dagli errori, dalle illusioni, dalle paure. Lo scopo della filosofia è quello di dare agli uomini una casa in cui la verità sia più sicura dei miti. Infatti, il mondo del mito è finito perché aveva in sé il destino della fine, mentre la filosofia avendo a che fare con la verità dell’essere vuole rivelare qualcosa di originario e più sicuro. Gli uomini che saranno in grado di vivere secondo questa verità  – dicono i filosofi che dividono il mondo in vero e apparente e gli uomini in vegli e dormienti –  non avranno nulla da temere e, forse, anche il loro dolore sarà soltanto frutto di un inganno “umano, troppo umano”. Insomma, i filosofi non piangono.

I libri filosofici in accoppiata con i quotidiani dovrebbero dire questo e misurare il valore delle lacrime della filosofia e dei filosofi. Così fa, ad esempio, un libro che non è distribuito dalla catena dei grandi giornali: Le lacrime dei filosofi (Marietti) che è il frutto delle lacrime del mio amico Giuseppe Cantarano (ma l’amicizia qui non c’entra o, se c’entra, diremo allora che c’entra alla maniera in cui vi faceva riferimento Hannah Arendt, perché non sempre la verità è più importante dell’amico e, in fondo, senza amicizia la filosofia è impossibile). E’ una storia della filosofia che prende molto sul serio l’idea di salvezza perché il bisogno di verità dell’uomo non viene al mondo solo dalla curiosità intellettuale o dalla meraviglia, ma ancor più dal terrore, dalla paura, dal dolore, dall’angoscia. Perché l’uomo nella casa del Mito stava tanto bene e anche se moriva poteva pur sempre immaginare di andare in un altro luogo più vicino agli dèi, ma quando è uscito di casa e ha visto che la morte non è un trasloco e il divenire travolge tutto e porta via tutto, allora, si è spaventato a morte e ha cercato di rimpiazzare la vecchia e inabitabile casa con una nuova struttura più sicura perché reale, dunque non immaginaria, e razionale, dunque non arbitraria. E nella storia del pensiero c’è questa ricerca della verità della “struttura della realtà” e il filosofo è proprio colui che, alla maniera di Spinoza che è un campione del settore, è in grado di sovrapporre i due ordini o i due mondi: quello delle idee e quello delle cose, la razionalità e la realtà. La realtà razionale, infatti, è rassicurante perché si lascia capire, si lascia prendere, controllare, dominare. Oddio, oggi sappiamo che questo paradiso di razionalità può capovolgersi in un inferno: gli uomini possono sentirsi alienati e svuotati dalla eccessiva razionalità che li trasforma in automi senz’anima e può accadere perfino, come purtroppo è accaduto, che qualcuno che non è un “profeta disarmato” si possa presentare agli altri uomini dicendo loro: “Io sono la razionalità, io sono la società” oppure “Il Partito è la razionalità, il Partito è la società” e roba del genere. Insomma, ci siamo capiti: quello che voleva essere un rifugio o un riparo, una nuova casa dove abitare in santa pace per sfuggire dai mali del mondo si può trasformare (si è trasformato) in un rimedio peggiore del male (la toppa è peggio del buco, dicevano le nonne che di filosofia ne sapevano poco ma il mondo, chissà come, pur lo conoscevano). Altro che lacrime, allora. Perché non è detto che la morte sia il peggiore di tutti i mali.

Ripartiamo da dove abbiamo iniziato: la filosofia non è una materia scolastica, giammai una disciplina accademica. I giornali ripropongono ormai da anni i classici e i classici dei classici e sembra quasi che la filosofia sia diventata una materia giornalistica. Forse, non è sbagliato pensare che il pensiero sia più a suo agio sulle pagine dei giornali piuttosto che nelle aule delle università. Almeno c’è più rischio, contraddittorio e ognuno può “farsi un’idea” più liberamente. Tuttavia, il pensiero filosofico non è solo un’opinione o, come si dice, la capacità di “farsi un’idea”. Anche la filosofia esige una fede perché il filosofo che vuole salvarsi deve credere se non in Dio, almeno nel logos, ma deve credere. Ma il credo filosofico  – in fondo come quello religioso –  non si può imporre. La domanda “Come devo vivere?” tollera più di una risposta, e se anche la filosofia, alla maniera hegeliana, è una, le vite sono molte e il conflitto tra loro è non solo esistente ma addirittura necessario. L’idea di superarlo o sopprimerlo in nome di una verità e di un potere che le racchiuda si è rivelata disumana. Ecco perché oggi, probabilmente, il cuore della filosofia batte più forte là dove si incrociano due libertà: la libertà filosofica o morale e la libertà civile o politica. L’una non può prevalere su l’altra e l’una non può fare a meno dell’altra. La libertà civile o politica è la libertà dell’individuo dall’ingerenza del potere nella sua vita. Libertà sacrosanta. La libertà morale è la capacità di essere autonomi e di credere, ancora, in quelle idee platoniche o categorie dello spirito che sono il tentativo di orientarci nell’esistenza tragica che senza una fede non si lascia redimere. La filosofia da gadget dei giornali non può tanto, ma nessuno può sapere dove lo spirito vuole soffiare.

tratto da Liberal del 9 novembre 2011

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