Giancristiano Desiderio

Il tic del complotto (che non c’è)

In politica on 15 novembre 2011 at 1:52 pm

La democrazia italiana è vittima dei poteri deboli
nazionali: ci sono una serie di fatti incontrovertibili, direbbe così Emanuele
Severino, che lo attestano. Primo fra tutti, un fatto squisitamente numerico e
quindi democratico: il governo Berlusconi IV non aveva più la maggioranza alla
Camera. Ma secondo la destra e la sinistra, da Storace a Diliberto, passando in
verità anche attraverso settori e spezzoni del Pd, la democrazia italiana è
vittima dei poteri forti internazionali. Il presidente del Consiglio
incaricato, il professore e senatore Mario Monti, è un uomo della banca Goldman
Sachs che è l’istituto di credito internazionale che tiene le fila del sistema
bancario globale, da occidente a oriente, e mira a governare il mondo passando
sopra le teste dei governi, dei governanti e del governati. Il direttore de Il Foglio non crede alla teoria dei
complotti e alle teoria della cospirazione internazionale e addirittura della “storia
universale” e pur critico nei confronti del governo Monti ha precisato che se
il “governo tecnico” dovesse raddrizzare la barca italiana lui sarà il primo a
fare autocritica dicendo “ho sbagliato”.

Qui c’è la differenza con la teoria
del complotto che, invece, proprio perché rintraccia nella “storia del mondo”
delle “forze oscure” e quindi invisibili (ai comuni mortali), non sbaglia mai.
La teoria del complotto non è smentibile perché si è preoccupata di fare piazza
pulita dei fatti (che non complottano). Inoltre, la teoria del complotto, pur
inneggiando alla democrazia, è antidemocratica perché alle libertà e alla
“società aperta” antepone il principio di sovranità fino a ipotizzare un
diritto della maggioranza ad avere sempre ragione.

La definizione di “governo tecnico” piace molto a chi
denuncia il complotto, predica contro i poteri forti, demonizza mercati,
capitalismo, banche. Il “governo tecnico”, infatti, sembra una Grande Macchina
senz’anima che con la sua forza d’automa schiaccia le volontà degli uomini, dei
governi scelti dal popolo e, insomma, la democrazia. Come se il “governo
tecnico” non avesse il necessario e indispensabile appoggio del Parlamento, non
decidesse in base a valutazioni umane, umanissime, e non nascesse in seno a
quelle istituzioni che proprio la politica si sforza di pensare e costruire
giornalmente. Le istituzioni in cui nasce il vituperato “governo tecnico” sono
a loro volta istituzioni democratiche che si basano sull’esercizio critico
della ragione il cui fine (e mezzo) è la tutela della libertà dei singoli e dei
gruppi. Nella critica del complotto fatta da destra si sostiene che il governo
Monti non gode del consenso popolare che il governo Berlusconi aveva, ma si
omette di dire che il governo Berlusconi non ha più, alla Camera, la necessaria
maggioranza parlamentare che ogni esecutivo deve avere e se i deputati della ex
maggioranza non vorranno riconoscere la fiducia al governo Monti sono liberi di
farlo perché nessuno  – né poteri forti,
né poteri tecnici, né poteri oscuri –
può costringerli a fare ciò che non vogliono. Nella critica del
complotto fatta da sinistra si sostiene che il governo Monti ha un programma
dettato dall’Ue e dalla Bce ma si omette di dire che le riforme del lavoro,
delle pensioni, del fisco sono i nodi che ciclicamente vengono al pettine di
ogni governo italiano perché la politica dei partiti e delle forze sociali, per
i tanti veti incrociati, produce un sistema di governo che rimanda e non
decide. Infine, sia la critica della destra sia la critica della sinistra, dopo
averci messo in guardia dai vizi dei tecnici e averci esaltato le virtù dei
politici, avanzano la necessità che il “governo tecnico” abbia una data di
scadenza. Che è un po’ come dire, in fondo, che il complotto lo si può anche
subire, soprattutto se governa bene, però a un certo punto bisogna
interromperlo e ripristinare le normali regole del gioco democratico. Questo
argomento caseario del “governo tecnico” è presente anche nel Pd. Sennonché si
tratta di un argomento che non si basa su ciò che si dice, bensì su ciò che non
si dice: non si fonda sulla necessità che il governo nel mezzo del cammin di
sua vita muoia di sua spontanea volontà, ma sulla paura di chi lo fa nascere e
poi non sa più come sbarazzarsene.

Sono tutte preoccupazioni sciocche. Quest’ultima, in
particolare, è la più sciocca di tutte: la legislatura ha già percorso i tre
quarti del suo tragitto e va verso la naturale scadenza. Ma la questione
essenziale è un’altra: il “governo tecnico” è come l’araba fenice, dove sia
ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. In una società aperta come la nostra e in
istituzioni democratiche come le nostre, ogni governo è politico e democratico
per il semplice fatto che esiste. Angelo Panebianco ha fatto ricorso, come già
fece in passato per il governo Dini, alla definizione di governo del Presidente
ma, se proprio vogliamo ricorrere a una definizione, il governo Monti è un
governo istituzionale che nasce dal funzionamento della Repubblica
parlamentare.

tratto da Liberal del 15 novemvre 2011

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