Giancristiano Desiderio

La prevenzione del giorno dopo

In politica on 24 novembre 2011 at 10:39 am

Piove, governo ladro. Magari. Piove, l’Italia frana. All’inizio del mese di novembre è toccato al Nord. Ora, a fine mese, è il momento del Sud. Cambiano le regioni, le città, i paesi ma le scene sono le stesse: acqua, fango, fiumi in piena che straripano, ponti che crollano, automobili che navigano, case travolte e sventrate. Morti. I bambini muoiono sotto un mare di fango di cui non portano nessuna colpa. L’italiano che ci rappresenta tutti non si dà pace e sconsolato  – come non capirlo –   si affida a un comunicato della presidenza della Repubblica: “Quest’altra tragedia ripropone l’esigenza assoluta, richiamata dal Capo dello Stato proprio nella cerimonia al Quirinale dell’altro giorno dedicata alla tutela dell’ambiente ed alla salvaguardia del territorio, di adeguate e costanti politiche di prevenzione, a cui affiancare una puntuale azione di vigilanza e di controllo delle situazioni a rischio”.

Ieri era il 23 novembre e trentuno anni fa ci fu il terremoto dell’Irpinia. Articoli, libri, cerimonie ne hanno ricordato i giorni e le opere che ci sono volute per ricostruire (male) i paesi tra Avellino e Benevento. Tra un altro anno in questa data si ricorderanno le vittime di questa nuova e già vecchia alluvione del Messinese: un bambino di dieci anni, Luca Vinci, strappato alla madre dall’ondata di fango, e un padre e suo figlio, che fino a l’altro ieri sera si credevano dispersi. Sono di Luigi e Giuseppe Valla di 55 e 25 anni. È stata salvata, invece, la ragazza di 24 anni data per dispersa. La giovane, con un’altra donna, è stata recuperata dai vigili del fuoco in un appartamento a Saponara. Erano ricoperte di fango fino al collo. Il paese è stato travolto e devastato da una frana che si è staccata dalla montagna dopo le forti piogge. Ora il maltempo sembra aver dato una tregua, ma rimane l’allerta meteo con possibili piogge. Così alle tragedie seguono gli anniversari, i ricordi e le promesse: ricordiamo affinché non accada più. Ma lì, proprio lì, in quello spicchio di Sicilia, nel 2009 ci furono 37 morti per acqua, fango, dissesto idrogeologico e abusivismo, e nel 2007 c’era stato per tutti l’avviso che di lì a poco i morti sarebbero stati decine.

Naturalmente ci saranno inchieste, come inchieste sono in corso per l’alluvione del 2009. Ma non ci salveranno le inchieste. La procura di Messina, com’è prassi, ha già  – come si dice –  “aperto un fascicolo contro ignoti”. Poi, magari, gli ignoti diventeranno noti. Dieci giorni fa, infatti, la procura ha notificato 18 avvisi di conclusione indagini ad amministratori, tecnici e dirigenti in merito all’alluvione di Messina di due anni fa. I reati ipotizzati dai magistrati sono quelli di omicidio plurimo colposo e disastro colposo. Tra gli indagati figurano l’attuale sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca, il sindaco di Scaletta Zanclea Mario Briguglio, l’ex commissario straordinario del comune di Messina, Gaspare Sinatra, l’ex dirigente generale della protezione civile regionale Salvatore Cocina, il dirigente generale dell’assessorato regionale ambiente Giovanni Arnone, e alcuni geologi. Degli stessi reati sono accusati anche i progettisti dei lavori eseguiti nei torrenti Divieto e Racinazzi straripati a Scaletta Zanclea e alcuni tecnici. Insomma, si indaga su un’intera classe dirigente prim’ancora che politica. Non si possono portare in tribunale né il Cielo né la Terra, ma gli uomini sì perché spetta a loro amministrare, governare, verificare, autorizzare o vietare. Spesso nei paesi travolti dal fango il dolore accomuna tutti perché le colpe sono distribuite equamente: tra gli amministratori che hanno chiuso un occhio e chi ha costruito abusivamente sapendo di farlo. Da questo malcostume, che a Sud è maggiore che a Nord, non se ne esce con i tribunali e i giudici che arrivano dopo per accertare, ricostruire, giudicare in base alla legge omessa o violata. Da questo malcostume se ne esce solo trasformandolo in un costume buono, non più sporco di fango.

La pioggia c’è sempre stata. E’ del tutto inutile, oltre che sviante, controllare quanta acqua è venuta giù. I dati sono importanti. Raccogliamoli, confrontiamoli, soprattutto usiamoli. Ma dobbiamo sapere che non è la grande quantità d’acqua la causa dei danni materiali, mortali e morali. I comuni italiani sono nella loro stragrande maggioranza privi di una concreta e scrupolosa attività di prevenzione. L’amministrazione del territorio  – campagne, colline, montagne, fiumi, torrenti, strade, ponti –  è per i comuni e la classe politica locali un impiccio. Non produce voti, non rende benefici, è faticosa, presuppone troppa cura. Il più delle volte non incontra neanche i favori delle comunità che rivendicano la prevenzione il giorno dopo il disastro ma il giorno prima nutrono altri pensieri e altri interessi. La conformazione della terra non ci aiuta, soprattutto al Sud ma, santo iddio, lo sappiamo dai tempi di Giustino Fortunato. Le case che vengono giù quasi sempre sono nuove, il che significa che non sappiamo costruire e usiamo la modernità per farci del male e non per migliorare. Cose già scritte, le scriveremo ancora.

tratto da Liberal del 24 nombre 2011

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