Giancristiano Desiderio

Il dio di Totò

In filosofia storia on 3 dicembre 2011 at 4:50 pm

Fino a ieri non mi ero mai posto un problema di tal fatta: Totò credeva in Dio? La carica di umanità della maschera di Totò è così eccessiva che la questione della fede è completamente fuori luogo. Totò è prima di tutto una maschera  – ha sostituito la maschera di Pulcinella –  e una maschera o si ama o si respinge ma non ci si chiede se crede o no in Dio. Tuttavia, come direbbe lo stesso “principe della risata”, una cosa è la maschera e altra cosa il volto e ciò che non vale per l’attore, vale per l’uomo. Così l’annuncio del cardinale Sepe  – “ho la prova che Totò non era ateo, ma credeva” –  mi ha colpito, e non credo di essere stato il solo, non tanto per la certezza del cardinale sulla fede del comico, che anche se fosse vera non mi sembra il caso di sbandierarla, quanto perché per una volta è apparso sulla scena non la maschera di Totò ma il volto di Antonio De Curtis.

La maggior parte dei comici si rivela nella vita privata un po’ triste o semplicemente normale. A questa legge del contrappasso  – scrive il giornalista napoletano Vittorio Paliotti in quella che è la biografia più curata di Totò, da poco riproposta da Tullio Pironti –  non sfuggì neanche Totò. “Dicono che sono molto riservato  – disse lo stesso Totò in un articolo a sua firma –  ma credo che un attore, quando esce da un palcoscenico o da un teatro di posa, debba appartenere soltanto a se stesso”. Eppure, anche nella vita privata Totò non appartenne solo a se stesso. Iniziava la giornata “segnandosi devotamente e la concludeva recitando le preghiere”. Quasi ogni domenica andava a messa e, ogni volta che ne avvertiva il bisogno, “si confessava e comunicava”. Ma questi riti esteriori, pur utili a rafforzare la fede come ricordava Pascal, non sempre sono il segno di un autentico credo religioso. Piuttosto, la fede autentica di Totò era ispirata all’antico proverbio che dice “fai bene e scorda”. Le opere di bontà compiute da Totò sono innumerevoli e divennero quasi leggendarie. Ogni mattina, appena uscito di casa, distribuiva ai poveri, per abitudine, diecimila lire in biglietti da mille ciascuno. Spesso a chiedergli aiuto era gente del cinema, uomini che avevano bisogno di cifre cospicue e Toto, sempre pronto, elargiva sorridendo assegni da cinquantamila. L’interprete di 47 morto che parla  – il barone che, per intenderci, non pagava mai il suo attendente, il bravissimo Carlo Croccolo, e ripeteva “e io pago, e io pago” –  diceva: “Io disistimo gli avari, non chi è ridotto in miseria per aver compiuto spese folli”.

Ogni mese inviava cinquemila lire al Cottolengo, ma non fece del bene solo agli uomini. Spendendo quarantacinque milioni fece costruire un attrezzatissimo canile per salvare un gran numero di cani che, non esistendo leggi zoofile, erano destinate alla camera a gas: lo chiamò “Ospizio dei trovatelli”. Le opere di bene di Totò divennero così numerose che si chiese se non fosse possibile ottenere sgravi fiscali. Lo chiese al ministro delle Finanze, Giulio Andreotti  – si era nel 1957 –   al quale, riferendosi ai giudizi negativi dei critici, disse: “Nella vita ognuno ama essere sopravvalutato, ma io lo sono solo dal fisco”. Andreotti nel suo libro Visti da vicino ricorderà così l’incontro: “Quando venne alle finanze non mi fece un accenno all’esosità del fisco proprio perché non teneva in conto questa rapida e gratuita messa in circolazione del molto denaro che guadagnava. Gli avevano detto che in America la beneficenza può essere messa in detrazione quando si dichiarano i redditi, ma se ciò comportava pubblicità, lo stimava iniquo per il rispetto dei beneficiari ed anche per il cattivo gusto di sbandierare la carità. L’unico effetto del nostro colloquio fu il consiglio, da lui seguito, di chiedere la rateazione per pagare le imposte arretrate, secondo una prassi largamente praticata”. Insomma, rimase fedele al suo stile e continuò a fare del bene senza sbandierarlo, che è poi il succo della morale agostiniana e kantiana. Ma la sua più grande opera di bene è senz’altro la sua maschera. Quando morì, Nino Taranto disse: “Ci hai fatto sempre ridere, oggi ci fai piangere”. Forse, però, il grande Nino Taranto un po’ era in errore: Totò continua a farci ridere e la sua maschera, come il legno di Pinocchio, è l’universale umanità. Tuttavia, sia la bontà dell’uomo sia la comicità dell’attore non risolvono il problema del Dio di Totò che, al di là di ogni prova, rimane “nascosto” o “smarrito” come il Dio di Pascal e, forse, di ognuno di noi.

tratto dal Corriere del Mezzogiorno del 3 dicembre 2011

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