Giancristiano Desiderio

Il bosone e il Padreterno

In filosofia storia on 14 dicembre 2011 at 1:53 pm

Questo articolo è scritto da padreterno. Non nel senso che è un capolavoro, bensì nel senso ancora più presuntuoso di essere il tentativo, assurdo e ridicolo, di scrivere mettendosi dal “punto di vista di Dio”. E’ accaduto che a Ginevra, in un affollatissimo seminario organizzato al Cern, i coordinatori degli esperimenti Atlas e Cms, gli italiani Fabiola Giannotti e Guido Tonelli, abbiano presentato dei dati sulla “impronta” del bosone di Higgs vale a dire la cosiddetta “particella di Dio”. Oltre quarant’anni fa il fisico britannico Peter Higgs ipotizzò l’esistenza del bosone. Il bosone è quella “cosa” che rende possibile la massa, dunque la materia di cui è fatto l’universo. Ora, stando agli esperimenti in corso, c’è un restringimento ulteriore del campo di ricerca: il bosone è a portata di mano. Dalla teoria si passerebbe alla pratica. Stupore? Non tanto. Non è la prima volta in fondo che nella storia della scienza si passa dalla teoria alla pratica. Anzi, il più delle volte è stato così. Non è iniziarono forse Leucippo e Democrito circa 2500 anni fa nell’Antica Grecia a parlare dell’atomo?

Al Cern nell’ultimo anno hanno fatto passi in avanti degni di un gigante. L’esperimento lo scorso anno non andò granché bene. Fu annunciata la creazione della creazione  – sia concesso esprimermi così, da padreterno, appunto –  però al momento di dare forma e sostanza all’essere non tutto andò per il verso giusto. Ma gli scienziati, degni figli di Prometeo, non si sono dati per vinti e ora annunciano che quella “particella di Dio” è proprio il “bosone di Higgs” che “fa massa”. Questo problema scientifico è quello che i Greci chiamavano arché: ossia il principio che origina le cose e le governa, quell’on di Parmenide che ha ossessionato Heidegger e ancor più il nostro Emanuele Severino. Filosofi? Sì, filosofi, ma la scienza al giorno d’oggi è diventata così raffinata e teorica che distinguere la teoria scientifica dalla pratica sperimentale è diventato sempre più difficile, forse impossibile. Le ipotesi dei fisici sono diventate più simili alle Idee di Platone che alle “sensate esperienze” di Galileo Galilei, che peraltro era più platonico che aristotelico. Questa dimensione teorica della scienza  – e la parola greca “theoria” significa “vedere Dio” –  nasce dalla naturale tendenza dell’uomo a capire come stanno le cose e ancor più dall’ideuzza di unire scienza e fede, quasi ci fosse un anello mancante per collegare Dio e mondo, ossia il principio che governa le cose e le cose che così non sarebbero abbandonate al loro destino.

Alzatomi a tale altezza divina  – l’Altissimo –  mi sento girare la testa. Il mio pensiero così terreno e umano, terreno, troppo terreno e umano, troppo umano, non è abituato all’aria così rarefatta, fossero anche solo i seimila piedi di Sils-Maria. E’ meglio scendere e vedere le cose più terra terra. Ma qui giunto, le cose che vedo e si mostrano non sono poi così diverse da quelle viste o che ho creduto di vedere Là in Alto. Gli occhi degli uomini e gli occhi di Dio sono gli stessi? Gli occhi degli uomini e gli occhi di Dio vedono le stesse cose? Gli scienziati del Cern sembrano i seguaci della dea di Sais che tirarono giù il velo divino e, meraviglia delle meraviglie, che cosa videro? Se stessi. La particella di Dio attraverso il busone di Higgs somiglia molto da vicino a noi stessi e alla nostra volontà  – la nostra “voglia” –  di conoscere i misteri dell’universo.

A proposito di “misteri dell’universo” mi viene in mente una pagina di Croce che, se non sbaglio, dovrebbe trovarsi a mo’ di appendice al Saggio sullo Hegel. Un giovane inviò al filosofo un libro in cui indagava l’universo e ritenendo di averne scandagliato ogni recesso gli chiedeva cosa ne pensasse. Il filosofo non si sottrasse all’invito dicendo, però, che il suo mestiere non era quello di indagare i misteri dell’universo e che il suo pensiero veniva proprio a negare alla filosofia il diritto di essere “filosofia generale” o metafisica per incamminarsi invece nel pensiero dei problemi particolari in cui vive la concretezza dell’universalità umana. I misteri dell’universo il filosofo li lasciava “agli indagatori dell’universo” per dedicare i propri umili sforzi intellettuali e morali ai “problemi della libertà” degli uomini. Una filosofia che oggi, proprio come dovette fare il filosofo stimolato dall’indagatore dell’universo, muove al sorriso, allo stesso modo di come noi alla notizia del nuovo esperimento del Cern che annuncia il rinvenimento dell’ultima tesserina del puzzle dell’universo non ci possiamo esimere da un beffardo sorrisetto.

Veramente filosofare  – diceva Pascal –  è prendersi gioco dei filosofi. Una frase che andrebbe aggiornata così: veramente fare scienza è prendersi gioco degli scienziati. Se la scienza, da originario prodotto dell’uomo, non fosse diventata una macchina autonoma fuori dal controllo della volontà di potenza che la mise al mondo cercando proprio quella “cosa” che oggi ritiene di aver trovato: la “particella di Dio”.

tratto da Liberal del 14 dicembre 2011

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