Giancristiano Desiderio

Roma in trappola

In politica on 6 gennaio 2012 at 7:06 pm

La trappola mortale della paura è da evitare. Meglio: la trappola mortale della paura sarebbe stata da evitare. Invece, Roma c’è dentro fino al collo. Gianni Alemanno, sindaco della capitale che fa paura, ha vinto le elezioni con una campagna elettorale il cui cavallo di battaglia era proprio la paura. Alemanno ha vinto. Roma ha perso. E ora ha paura anche il sindaco della sicurezza per tutti. Perché si è reso conto, tardi, troppo tardi, che la sicurezza non è uno slogan e cavalcare la tigre della paura è pericoloso perché prima o poi dalla belva si cade. L’altra sera la belva ha fatto fuoco a Torpignattara e una bimba cinese di nove mesi è morto uccisa tra le braccia del papà morto mentre il terrore pervadeva le ossa e la carne della moglie e le belve italiane gridavano “t’ammazzo come un cane”. Ora questa scena e queste parole cavalcano la città eterna e santa e i romani increduli chiedono giustizia e una Roma sicura. Ma se il sindaco che ha denunciato l’insicurezza non è in grado di dare sicurezza a una bimba di nove mesi tra le braccia del papà come Roma potrà diventare sicura?

Ricordo un’intervista di qualche anno fa a Giulio Andreotti. Il senatore a vita sottolineava un aspetto per lui un po’ strano della vita politica italiana. Il concetto diceva più o meno così: perché i candidati promettono che faranno questo e questo e quest’altro, ma lo sanno che la politica non è l’elenco dei loro desideri. Naturalmente, le parole di Andreotti caddero nel vuoto per due motivi: primo perché era Andreotti a dirle, cioè quasi un mafioso, e poi perché Andreotti era il passato della Repubblica, non il presente e per ovvi motivi non poteva essere il futuro. Ma il presente da chi era segnato? Dalla politica fatta con la comunicazione e con gli slogan in cui l’impossibile  – i desideri –  diventa possibile. La Lega si inserita nella filosofia comunicativa del berlusconismo e ne è nata la filosofia politica della paura. Niente di nuovo sotto il sole, naturalmente. La paura è l’elemento più antico del potere e della storia. Forse, è all’origine di tutto. Ma in uno Stato adulto e civile la politica serve proprio a tenere sotto controllo questa materia altamente infiammabile e non vi getta di certo il fuoco sopra. Dobbiamo prendere atto, purtroppo, che è stato fatto il contrario e come fu detto “meno tasse per tutti” così fu ripetuto “città più sicure”. Oggi ne raccogliamo i risultati luttuosi.

Roma, per ironia della storia più che della sorte, è cambiata negli ultimi anni. Dieci anni fa era ancora una capitale relativamente tranquilla. Oggi è rischioso passeggiare di notte persino nel cuore antico della città: da Piazza Navona alla Fontana di Trevi. Non perché domini un sentimento generico di paura, ma perché c’è un rischio reale di aggressione. La Capitale è diventata la città degli agguati, mentre nell’ultimo anno ci sono stati la bellezza di trentasei assassinii. Dunque, come se ne esce? I pericoli vanno denunciati sì o no? Se la paura è una trappola, le rassicurazioni facili possono esserlo ancor di più. E’ proprio questo che va evitato: la doppia trappola della paura e della rassicurazione o sottovalutazione del problema.

C’è un terzo elemento da recuperare: la serietà. Promettere l’impossibile è da irresponsabili, garantire la serietà di giudizio e l’impegno dell’azione è necessario. E’ questo stile politico che va recuperato, forse ricostruito. A Roma in queste ore è in corso la caccia ai due assassini di Zhou Zeng e della figlioletta di nove mesi. Verranno presi? Forse sì. Ma diciamolo subito: la soddisfazione per la cattura dei due barbari urbani non è la soluzione di alcun problema. Roma  – capitale d’Italia, è bene sottolinearlo –  è una città scappata di mano perché è mal governata. Non ce la sentiamo di puntare il dito contro un uomo: contro Alemanno. Ma sappiamo  – ed è bene che anche il sindaco si faccia un esame di coscienza politica –  che il mal governo cittadino di Alemanno è il frutto di una politica malata di comunicazione estrema e di slogan demagogici. Per troppo tempo il centrodestra in Italia ha lasciato la guida della politica alle faciloneria antipolitiche della Lega e alla logica bonapartista di un Berlusconi che, del resto, ha rinunciato fin da subito a imporre autorevolezza e libertà responsabile accontentandosi di stare al governo e tirare a campare. Proprio mentre si indicava nella politica del passato, riassunta nel tira a campare di Andreotti, il peggio che non sarebbe più tornato, ecco rispuntare il “tiracampismo” che stava in piedi sulla strumentalizzazione dei desideri trasformati in diritti e programmi di governo. Il risultato è davvero drammatico: anche il diritto per eccellenza, quello che giustifica da solo l’esistenza di uno Stato  – la sicurezza fisica –  è stato abbandonato alla sloganistica a tal punto che la realtà si vendicata delle bugie fino a diventare incontrollabile proprio come i desideri. Non sarà facile venirne fuori se non si recupera serietà e si parla il linguaggio netto della verità. Alemanno oggi ha due motivi in più per farlo. E non sto qui a dire quali siano.

C’è un elemento in più da considerare. I killer sono italiani, le vittime sono cinesi. I carnefici sono nostri connazionali. Romani. La Capitale non violenta perché multirazziale. Spiegare la violenza con i molti colori della pelle che girano e vivono e sopravvivono a Roma e dintorni non spiega nulla. “T’ammazzo come un cane” non è un dialetto africano, né una voce orientale. La violenza parla italiano e romanesco. E non si uccide solo nella periferia di Torpignattara, ma anche nel centralissimo e perbene quartiere Prati. La violenza romana non è extracomunitaria ma comunitaria. La pelle nera, gialla o rossa si inserisce in una vita violenta pre-esistente. Anche qui la retorica antipolitica del leghismo ha fatto non pochi danni, sia nei concetti espressi sia nello stile comunicativo. Si è cercato di respingere mentre si deve lavorare sull’integrazione possibile, il risultato sono le periferie abbandonate e le zone ghetto delle grandi città. Tanto tempo perso per un Paese che nel giro di meno di cinquant’anni conterà quasi quindici milioni di extracomunitari. Un’altra Italia. Pensare di governare con la paura una nazione così diversa da quella nella quale si è nati fa venire i brividi alla schiena. La bimba neonata e il suo papà uccisi da barbari urbani nella nostra Capitale sono morti civili, che lo si riconosca o no. Che siano gli ultimi.

tratto da Liberal del 6 gennaio 2012

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