Giancristiano Desiderio

La patria perduta di Scerbanenco

In filosofia storia on 9 gennaio 2012 at 1:01 pm

Oreste del Buono definì Giorgio Scerbanenco una “sorprendente macchina per fare storie”. E’ vero, Giorgio Scerbanenco scrisse tanto e cose più svariate e non sempre lavorò in condizioni di agio. Come accadde nel tempo della Seconda guerra mondiale quando, sul finire del mese di settembre del ’43, cercò riparo in Svizzera. In circa venti mesi, tra un infarto, un ricovero e svariati incontri, scrisse tre romanzi, tre racconti lunghi, un saggio di filosofia morale, articoli, poesie e un saggio storico o  – come lo volle chiamare –  “semipolitico” ora pubblicato per la prima volta da Aragno: Patria mia. Riflessioni e confessioni sull’Italia.

Andrea Paganini ha scovato l’inedito saggio e con una bella introduzione, dalla quale attingiamo le notizie, ne ha curato la pubblicazione. Il titolo, oltre ad essere ispirato e richiamare chiaramente il primo verso della canzone di Leopardi All’Italia  – “O patria mia, vedo le mura e gli archi…” –  è una rivalutazione e rivendicazione del valore antifascista delle parole nazionali come Patria e Italia. Lo scrittore si oppone al concetto teorizzato da Gentile secondo il quale “italiano” è sinonimo di “fascista”. Dice: “La parola Italia, continuamente ripetuta dal partito, dava la nausea, non la si pronunciava più per non essere confusi coi fascisti”. Ma poi aggiunge: “Non era quella, davvero, l’Italia e la Patria nostra”. Il sentimento patriottico e il pensiero rivolto all’Italia accompagnarono tutto il periodo della vita da rifugiato politico di Scerbanenco. Prima della stesura del saggio “semipolitico” lo scrittore scrisse una bella poesia nella notte di Natale 1944 intitolata Appello. Vale la pena riportarla:

 

Italia povera grande

O sconosciuta gente d’Italia,

o mia sensibile terra

dove le pietre soffrono,

e dove s’agita ogni creatura,

perché vive, sente,

o non compresa passione

sul continente deserto d’amore.

O Italia povera grande.

 

Anche qui è chiaro l’eco della canzone leopardiana che fa:

 

Ecco io mi prostro,

O benedetti, al suolo,

E bacio questi sassi e queste zolle,

Che fien lodate e chiare eternamente

Dall’uno all’altro polo.

 

Il saggio è un’efficace analisi della storia della psicologia popolare italiana di fronte al fascismo e alla Seconda guerra mondiale. L’autore, testimone diretto dell’attualità politica del suo tempo, sostiene l’esistenza di un divario profondo tra il sentire popolare italiano e la classe dirigente fascista, che Scerbanenco condanna in toto: “E’ dai metodi di governo che si giudica un regime. Il fascismo si serviva della sbirraglia, dei ricatti, dei delatori per poche lire”. Il giudizio è prima di tutto morale: il criterio per scegliere con chi schierarsi si basa sulla correttezza e l’onestà, non sulla violenza e il successo: “Il fatto che l’errore trionfi potrà essere politicamente utile a chi lo sostiene, ma non vuol dire, moralmente, che non sia più un errore. Il fascismo e il nazismo possono anche trionfare, perpetuarsi per secoli, cambiare definitivamente il volto al mondo, ma questo non toglie che essi siano una pura barbarie che un uomo civile deve rifiutarsi di riconoscere, sia nel complesso che nei particolari, nel tutto come nelle parti”.

In Svizzera lo scrittore s’incontrò con Indro Montanelli: entrambi erano ex collaboratori del Corriere della Sera. Scerbanenco era a Coira e Montanelli a Davos, erano vicini e non potevano non incontrarsi. Anche Montanelli porta con sé un saggio sull’Italia  – o, meglio, un romanzo-saggio –  intitolato Ha detto male di Garibaldi. Uscirà, a firma Calandrino, sulla rivista “Illustrazione Ticinese tra il 1° gennaio e il 12 maggio 1945 e provocherà un’aspra polemica in Ticino per il cinico realismo che lo contraddistingue. In realtà, il romanzo-saggio di Montanelli è un’autobiografia giovanile in cui il giornalista spiega che la sua opposizione al Fascismo ha un’origine diversa da quella dei vecchi antifascisti, perché è maturata “attraverso l’esperienza fascista, cioè dal di dentro”. I due saggi sull’Italia e il fascismo dei due ex collaboratori del Corriere della Sera furono scritti indipendentemente l’uno dall’altro e, tuttavia, sembrano richiamarsi, anche attraverso le vicende biografiche dei due giornalisti, l’un l’altro. Lo scritto di Scerbanenco si distingue da altri saggi sul fascismo per tre motivi: fu scritto con la guerra ancora in corso e con Mussolini in sella alla Repubblica di Salò. Poi perché  – come chiarisce Andrea Paganini –  la sua è un’illustrazione della mentalità collettiva che non si basa su una lettura politico-ideologica o classista del fenomeno fascista, bensì su un’interpretazione per certi versi vicina a quella di Benedetto Croce, che vi coglie una crisi di valori e una malattia morale. Inoltre, per il taglio stesso del saggio che evidenzia la psicologia e gli atteggiamenti popolari di fronte al regime mussoliniano e alla guerra.

L’analisi di Giorgio Scerbanenco, però, basato sulla distinzione netta tra oppressori e oppressi, appare oggi semplicistica, trascura totalmente il fatto che il fascismo fu un fenomeno italiano, che lo stesso Mussolini codette di un ampio consenso, sottovaluta le responsabilità popolari. E, tuttavia, il valore del saggio è da ricercarsi altrove, soprattutto nella testimonianza e nella moralità dell’autore: il saggio ci dice come un intero popolo possa essere umiliato e possa umiliarsi sotto una dittatura o un regime totalitario. E’ giusto accostare il saggio di Scerbanenco  – come fa Paganini –  al De profundis di Salvatore Satta. Così ancora una volta riemerge la patria e la sua morte che getta nello sconforto e ancor più nello smarrimento l’autore che diventa “esule” sia che si trovi all’estero, sia che si trovi in una patria ormai perduta se non morta.

Giorgio Scerbanenco visse cinquantotto anni, morì nel 1969. Nei suoi diari  – ora pubblicati con il titolo I conti con me stesso. Diari 1957-1978 –  Indro Montanelli ci ha lasciato un ritratto (e una sua confessione) di Scerbanenco che a conclusione di questo “pezzo” vale leggere perché i due esuli non si rividero più: “Giorgio Scerbanenco è morto. Non lo vedevo da venticinque anni, da quando eravamo rifugiati in Svizzera. Ma se non proprio di dolore, provo una trafittura di rimorso. Forse sono il solo, o comunque uno dei pochi a essermi accorto che Scerbanenco valeva molto della quotazione, cioè della non-quotazione che la critica gli assegnava nella borsa dei valori letterari. Come costruttore di racconti, non era da meno di Moravia, e in quelli polizieschi era sul livello di Simenon. Eppure, non l’ho mai detto, non ho mai mosso un dito né speso una parola per riscattarlo dall’avvilente condizione di romanziere da rotocalco. E lui non me l’ha mai chiesto. E’ uno dei pochi autori che non mi hanno mai mandato i suoi libri né sollecitato una recensione. Questo ucraino cresciuto in Italia, più lungo e più secco di me, con un viso di cavallo stralunato, era un uomo pieno di dignità”.

tratto dal numero 20 della rivista Risk

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