Giancristiano Desiderio

La Finanza sia revisore dei conti dei partiti

In politica on 6 febbraio 2012 at 11:03 pm

Il “caso Lusi”  – dal nome del tesoriere della Margherita che ha confessato di aver imboscato la bellezza di 13 milioni di euro mentre i vertici del partito guardavano chissà dove –  riapre un altro caso che in realtà non è stato mai realmente chiuso: il finanziamento pubblico dei partiti. Tutto ruota intorno ai soldi che lo Stato versa ai partiti. A tutti i partiti. Anche a quei partiti che sarebbero contrari, almeno in linea teorica, al finanziamento pubblico ossia l’Italia dei valori che ha come suo leader Antonio Di Pietro, vale a dire  – perché la storia ha un suo significato e quindi va citata –  l’ex pubblico ministero di Mani Pulite che proprio sul finanziamento ai partiti fece leva per sollevare il sistema partitocratico della Prima repubblica e  – particolare di assoluto rilievo –  per aprire la strada all’abolizione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

La legge del 1974, approvata da tutti i partiti dell’epoca con la sola eccezione del partito liberale, era una legge scriteriata che con la scusa di finanziare direttamente i partiti per evitare che percepissero finanziamenti occulti creò la corporazione dei partiti privilegiati perché inseriti in un ingranaggio di finanziamenti dal quale altri eventuali partiti venivano esclusi perché non presenti in Parlamento. La legge, come era facile prevedere e come fu invano previsto, diede di sé una pessima prova: i finanziamenti occulti non diminuirono ma aumentarono ed a questi si sommarono anche i soldi dello Stato. Con lo scoppio di Tangentopoli, che lo scomparso Giorgio Bocca volle chiamare con un bel po’ di enfasi “rivoluzione italiana, ci fu il referendum che abolì la legge ma non il finanziamento. Infatti, la legge del 1974 accoglieva il principio maldestro e pernicioso del duplice finanziamento ossia del finanziamento per il rimborso delle spese e del finanziamento per l’attività funzionale dei partiti. Dopo il referendum la legge sul finanziamento pubblico è diventata la legge per il rimborso delle spese elettorali. Purtroppo, anche in quest’ultima versione la cosa non funziona. Ora, se il “caso Lusi” ha un senso, e uno bisogna accorciarsi a darglielo, bisogna mettere da banda peli e ipocrisie e riformare in modo più stringete il rimborso elettorale e in generale i finanziamenti pubblici dei partiti. Come? Evidentemente la legge va riformata su due punti: controllo e spesa.

I partiti in generale percepiscono troppi soldi sui quali non c’è un adeguato controllo. Giovanni Castellani, il commercialista che ha svolto la funzione di revisore contabile dei bilanci della Margherita, ha detto testualmente: “I revisori dei partiti sono dei revisori un po’ anomali. Noi facciamo un controllo sul rispetto delle voci previste dalla legge, ma non sulle spese, altrimenti sarebbe un lavoro infinito che non possiamo fare”. E’ evidente sia perché è scoppiato il “caso Lusi” sia perché ce lo dice con candore il revisore contabile del lavoro di tesoreria di Lusi che una revisione fatta solo sulle voci previste dalla legge ma non sulle spese non ha alcun senso. I revisori dei conti non devono essere “un po’ anomali” ma normali e devono fare il loro lavoro ossia far di conto e confrontare le voci con le spese perché sapere e dire con chiarezza dove vanno a finire i soldi pubblici è il primo compito della vita di un uomo politico che ha l’ambizione di amministrare lo Stato. Inoltre, chi svolge il ruolo di revisore deve essere effettivamente terzo rispetto ai partiti e rispetto al Parlamento o chi eroga i fondi: non è possibile che ci sia sovrapponibilità o contiguità o vicinanza di alcun genere tra il controllato e il controllore. Se si deve arrivare al punto che per avere bilanci seri ci deve essere un controllo della Guardia di Finanza, ebbene, che siano gli agenti della Finanza a svolgere il ruolo di revisori contabili. Non è detto che i controlli fiscali vadano fatti solo a Cortina, a Milano e al barista che non rilascia lo scontrino.

C’è poi il capitolo del quanto dare. E’ bene che il rimborso abbia un tetto oltre il quale non è né lecito né giusto andare. Troppo spesso nelle liti familiari dei partiti politici c’è di mezzo un vero e proprio tesoretto. Ancora una volta il “caso Lusi” lo dimostra in modo geometrico, matematico e finanziario: se possono sparire 13 milioni di euro senza lasciar traccia e senza colpo ferire, allora, da quanti soldi era costituito il patrimonio della Margherita e quanti soldi maneggiano i partiti senza lasciar traccia contabile? Insomma, tutto deve essere più chiaro, più certo, più piccolo. Ben sapendo, al contrario di quanto si possa far credere, che il finanziamento pubblico dei partiti non è un principio a garanzia della vita democratica. Ma se i partiti non lo sanno rendere trasparente con una giusta riforma ne stanno di fatto decretando la giusta abolizione.

tratto da Liberal del 7 febbraio 2012

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