Giancristiano Desiderio

Nessuno parla con la Dandini

In politica on 14 febbraio 2012 at 4:11 pm

Il sabato sera non è più quello di una volta. Proprio come le torte delle nonne, le scuole elementari e le automobili. Il Varietà, con la maiuscola, non è cosa facile da definire e, forse, non si sa bene neanche se esista per davvero, un po’ come l’araba fenice. Non era facile da capire cosa fosse nella sua epoca, figurarsi ora che siamo in un’altra epoca della storia dello spirito della televisione. Prendete un “mostricciatolo sacro” come Fiorello. Che cosa ha fatto? Dovendo ritornare in video dopo essere stato per un po’ di tempo in radio ha pensato bene di non ritornare il sabato sera ma il lunedì. Su RaiUno. E’ stato un gran successo. Fiorello  – lo dicono tutti, volete che non diciamo anche noi? –  è bravo ma lui o chi per lui è stato ancora più bravo nella scelta del giorno giusto per il suo spettacolo a cui ha dato un titolo ironico e furbo: Il più grande spettacolo dopo il week end. Risultato: un successo di tutto. Pubblico, critica, pubblicità, partecipazioni, varie ed eventuali.

Cambiamo canale. Andiamo a La7. Chi c’è? Serena Dandini. Anche lei non è più quella di una volta. Ma solo per l’anagrafe. Proprio Rosario Fiorello la chiama amabilmente “la vecchia”. Per il resto è sempre la stessa torta. Eppure, nel passaggio da RaiTre a La7 la Dandini ha pensato di poter fare una cosa innovativa: l’invenzione del sabato sera. Esattamente la cosa opposta del programma di Fiorello. Persino nel nome: The show must go off che significa Lo spettacolo si deve fermare. E così è stato. Perché qui tutto era sbagliato: la scelta del giorno, la conduttrice, i comici, i cantanti, gli ospiti. E quel titolo è la summa della presunzione: fintamente ironico, snob, con la puzza sotto il naso, vittimistico giacché allude in modo neanche velato alla sua “defenestrazione” dalla Rai, neanche avesse avuto in Rai un “posto fisso”. Insomma, una vero dramma. Perché il sabato sera o sai essere nazionalpopolare con stile, leggerezza, intelligenza non ostentata ma naturale  – come lo stile dell’anatra, direbbe Raffaele La Capria –  o è meglio che te ne stai a casa tua o, se proprio vuoi fare televisione per campare (bene), allora è bene che te ne stia in seconda e terza serata in cui con il tuo pubblico che ti segue e sopporta te la canti e te la suoni, tu, Vergassola, l’amaro Cynar e lo scrittore siciliano.

E pensare che tutto sembrava in discesa. Aldo Grasso, il critico di color che sanno di televisione, aveva parlato della morale delle tre proposte del fine settimana – Le invasioni barbariche, The show must go off, Chiambretti Sunday Show – che, almeno nelle aspettative, “avrebbero dovuto portare un po’ di aria fresca”. Invece di aria fresca in televisione ce n’è poca. Il pubblico se n’è reso conto da tempo e cambia canale, cerca cose nuove, diverse, non particolarmente eleganti ma, almeno, non già viste. Tuttavia, in questa ripetizione all’infinito del “già visto” la Dandini con il suo divanetto e il suo ennesimo “parla con me” non era partita male, almeno in termini di ascolti. Il quasi 6 per cento di share, al di sopra della media di rete, “contiene anche pubblico di qualità, per età e istruzione” diceva Grasso, e c’era da esser contenti perché era appunto tutto “grasso che cola”. Il difetto, però, era già visibile nel manico. Sentite la critica del critico: “Difficile tratteggiare il suo nuovo show: non è certo un varietà classico, sembra piuttosto un talk con uso di spettacolo, dove il peso è tutto su Elio e le Storie Tese (niente male Elio travestito da Bruno Canfora). Per il resto, a parte qualche imitatore non particolarmente incisivo e la solita inconcludenza di Lillo & Greg (la presunzione artistica di Greg è pari solo alla sua velleità; Lillo, nella sua semplicità, è un po’ meglio), siamo in pieno «Parla con me», con tanto di Dario Vergassola al seguito. Meglio l’intervista con Tiziano Ferro che quella con Andrea Camilleri, trattato ormai come un’icona vivente, cui è stato chiesto di ripetere sempre la stessa aneddotica, come da repertorio frusto. Bravo Diego Bianchi: «Tolleranza Zoro» riesce ormai a imporsi anche senza la Signora”. Appunto, il classico film già visto. Sarebbe stato meglio mandare in onda direttamente delle repliche. Anzi, le repliche in televisione vanno quasi sempre bene, proprio perché il pubblico sa che sono repliche e non si attende nulla di nuovo, così può felicemente rimasticare. Ma è quanto dice Aldo Grasso qui nelle prossime righe che va preso ben sul serio perché è il cuore  – vero –  della critica  – giusta –  alla signora Serena: “Dandini è rimasta ferma agli anni 80, alla «TV delle ragazze», non ha più inventato nulla, la sua bravura sta nel coinvolgere alcuni artisti bravi come Corrado Guzzanti (ma quando non ci sono…). Insomma, se l’intenzione è di insegnare agli italiani a «ballare sul baratro», la strada è lunga e impervia e a noi resta la frustrazione di non potere mai segnalare un personaggio nuovo, un comico che sappia far ridere, una novità in tutti i sensi”. E’ proprio così: la Dandini è uno di quei personaggi televisivi che visto una volta hai visto per sempre. Perché fa sempre le stesse cose, dice sempre le stesse, ha sempre le stesse movenze, lo stesso sorriso, la stessa spocchia. Non c’è mai un’invenzione, una luce, un lampo. In televisione come in teatro in una serata a presentare un libro, un autore, un musicista. La Dandini è monocolore, monotematica, monoteista. L’esatto contrario del Varietà che è vario, articolato, colorato.

Anche Daria Bignardi fa flop. Gli ascolti sono appena appena soddisfacenti, nonostante Roberto Saviano e Jovanotti. L’autore di Gomorra è affetto da “dandinismo”: se parla d’altro non è interessante. “Il fenomeno comincia a ridimensionarsi?  – si chiede Grasso -. Lui è interessante quando parla delle cose che conosce (l’universo della criminalità organizzata, in particolare la camorra), quando esce dal seminato, quando ribadisce il suo status di scrittore, quando Saviano parla di Saviano diventa poco interessante”. Diciamo pure che è noioso. Monotematico. Monocolore. Persino triste. E’ un valore degli scrittori e degli uomini sapere quali siano i loro limiti, quando incantano e quando stancano. Qualcuno lo dovrebbe dire anche a Saviano. L’esempio dovrebbe essere quello di Piero Chiambretti. Se anche uno come Pierino perde colpi, se anche uno come Chiambretti che è sempre frizzante anche quando è ripetitivo non è più così interessante e non si lascia più seguire, allora, come dice il suo stesso spettacolo “la musica sta cambiando” solo che proprio loro, i musicanti, non l’hanno capito. Il critico, sempre lui, ha parlato di Pierino come “della delusione più grossa. In tempi di tagli ai budget (e, a quanto pare, alla creatività), Chiambretti ha tentato di portare nella prima serata di Italia 1 i temi e i linguaggi di una seconda serata che ormai praticamente non esiste più. Quello che avrebbe dovuto essere il suo «Muzik Show», il grande ritorno della musica in televisione, dopo il semi-insuccesso dello speciale di dicembre con la Pausini si è trasformato nel consueto salotto di freak e ballerine. Ma ogni cosa ha i suoi tempi (e fa il suo tempo), e le atmosfere da night club poco si addicono al prime time della domenica. La lunga intervista a Peter Dinklage, attore della serie «Game of Thrones» trasmessa da Sky Cinema e recente vincitore di Emmy e Golden Globe, ha ridefinito i termini dell’imbarazzo della star americana alla tv italiana, già ampiamente descritti da Sofia Coppola in Somewhere : domande pruriginose e inconcludenti, con insistenza morbosa sul nanismo dell’attore e sulle sue conquiste amorose (sul set e nella vita), continuamente interrotte da una varia umanità di danzatrici e «fotografe» seducenti. Con la costante dello sguardo dell’attore, ora incredulo ora rassegnato. Il «governo tecnico», parata serissima di giornalisti e professionisti vari, dopo la sorpresa per la trovata risulta presto stucchevole (si salva, come al solito, Costantino della Gherardesca). Così, a quanto pare, non bastano gli insistiti riferimenti al sesso e alle belle donne, o la ricchezza confusa di stimoli diversissimi tra loro, a fare un programma di successo: ci vuole qualche idea, e quella mancava”. Non saprei aggiungere di meglio. Anzi, no: per la prima volta Chiambretti è noioso, lento e ha dovuto far ricorso alle donne nude, alle tette, ai culetti e al sesso senza ironia proprio perché quell’idea del “governo tecnico” era inconsistente. Perché? Semplice: perché il governo Monti non si muove su canoni televisivi e dell’immagine e la televisione e l’immagine che cercano di ricondurli allo stile televisivo del berlusconismo sono goffi e restano al di sotto del loro bersaglio satirico. L’effetto raggiunto è il contrario: invece della parodia altrui si riesce a fare una grottesca e involontaria parodia propria.

Il “dandinismo”, ossia la finta innovazione, in realtà una rimasticatura, è la malattia dell’attuale televisione che per riprendersi ha bisogno della cosa più naturale del mondo: volti nuovi e possibilmente talenti. I numeri, severinianamente incontrovertibili, sono senza pietà: per la Serena senza più serenità solo il 3,38 per cento di share: 860mila telespettatori. “Per me non è un flop  – ha spiegato irrealisticamente la Dandini in una intervista per la Repubblica -. E non sono delusa, perché la mia sfida è in corso, non è detta l’ultima parola. Illuminare il sabato sera a La7 è come far luce in una caverna: lì finora c’era il nulla, l’uno per cento degli ascolti. Io faccio il 3-4 per cento degli ascolti del sabato sera, gli spettatori sono pochi, ma la rete mi sostiene. Non è la prima serata di RaiUno, non si può avere tutto e subito”. E ancora: “Voi dite che abbiamo fatto flop, in verità stiamo aprendo una nuova strada. La mia risposta è: non faremo modifiche per inseguire gli show nazionalpopolari del sabato sera. The show must go off ci piace così, è pieno di cose nuove, originali, ci vuole tempo per far arrivare il pubblico. Ma se girate su Youtube vedrete quante cose nostre circolano”. La filosofia dandiniana è questa: chi si contenta gode. Roberto Gervaso diceva: chi non si contenta gode di più. Ma qui chi non gode, cioè non gradisce, è il pubblico. Non possiamo dargli torto.

Fare il Varietà del sabato sera del villaggio globale è anacronistico. Nessuno sa bene come sia possibile rifarlo, figurarsi la Dandini. Il papà del genere, il grande Antonello Falqui, che da tempo si è ritirato dalle scene, non ha mai voluto rivelare il segreto del suo successo che ebbe a ripetizione: da Canzonissima a Studio Uno a Mille luci. Perché? Si è sempre spiegato il mistero con la gelosia e la ritrosia di Falqui a parlare del suo lavoro e delle sue intuizioni. In realtà, il segreto del varietà del sabato sera è il classico segreto di Pulcinella che tutti conoscono: il varietà è morto o finito perché non ci sono più i suoi interpreti e protagonisti, né al di là schermo né al di qua dello schermo. I suoi protagonisti e il loro pubblico sono nell’Aldilà. Capita per lo spettacolo televisivo quanto accade per il resto della storia e della sua varia umanità: mutano i tempi e cambiano le esperienze degli uomini su cui si fonda il mondo e il senso comune nel quale siamo immersi. A rendersi conto della fine dei tempi non sono mai i loro protagonisti che ambiscono a restare sulla scena anche quando è arrivato il momento di fermare per davvero il loro spettacolo.

tratto da Liberal del 14 febbraio 2012

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