Giancristiano Desiderio

Elogio della lentezza dei neutrini

In filosofia storia on 29 febbraio 2012 at 11:45 am

I neutrini non sono riusciti a superare la luce ma c’è qualcosa che ha dimostrato di essere più veloce della luce di Einstein e dei neutrini di Ereditato: le notizie. A settembre la notizia dei neutrini più veloci della luce fece in un batter d’occhio il giro del mondo, lo fece così velocemente che inevitabilmente è tornata indietro. La notizia dell’andata e del ritorno del record dei neutrini non finisce di produrre tutta una serie di notizie secondarie o a latere: commenti, approfondimenti, interviste. Anche noi ci esercitiamo sull’esperimento dei laboratori del Cern  – dove sembra che ci fossero un cavo staccato e un Gps mal funzionante –  ma per provare a fare un elogio della lentezza. “La lentezza si riconosce dalla volontà di non accelerare i tempi  – dice Pierre Sansot nel suo Sul buon uso della lentezza (Pratiche Editrice) –  di non lasciarsi mettere fretta, ma anche di aumentare la nostra capacità di accogliere il mondo e di non dimenticarci di noi stessi strada facendo”. Infatti, questo “pezzo” arriva regolarmente in ritardo, ce la siamo presa comoda, tanto nessuno ci corre dietro. La lentezza, come sapeva la Tartaruga che diede filo da torcere perfino ad Achille piè veloce, in certi casi può essere una risorsa. La velocità dei neutrini è uno di questi casi.

Antonio Ereditato in un’intervista fatta da Angelo Lomonaco per il Corriere del Mezzogiorno  – Ereditato è napoletano –  ha già annunciato un nuovo esperimento per il mese di maggio. Si ha fretta di concludere, si vuole essere rapidi, si vuole essere come Superman che, lui sì, era più veloce della luce. Invece, anche per un esperimento in cui è in ballo la velocità della luce di Albert Einstein un po’ di calma e giudizio non guasterebbero. Intanto, una riflessione sul modo di procedere della scienza o, meglio, degli scienziati va fatta. Ad esempio, Paolo Strolin, che di Ereditato è il maestro, ha fatto notare che né lui né altri scienziati firmarono l’articolo in cui si annunciava il sorpasso dei neutrini ai danni della luce. Perché? Forse, è una questione di cautela, di calma, di giudizio, appunto, di meditata lentezza: “Con me non lo firmarono altri  – dice Strolin al Corriere del Mezzogiorno che sul tema ha organizzato una tavola rotonda a cui hanno preso parte il matematico Guido Trombetti e il fisico teorico Roberto Pettorino –  tra cui il professor Niwa, anche lui da considerare un padre fondatore di Opera, che non è nato per questo. Il gruppo di Napoli si è sempre dedicato allo scopo principale dell’esperimento, non alla parte che ha suscitato tanto clamore. Anche la nuova generazione, e nel progetto sono coinvolti tanti giovani, è molto cauta. Come me. Al contrario di parte della generazione intermedia. Ecco, forse è una questione generazionale: a me alle elementari hanno insegnato il criterio della prova del 9. Avrei voluto che fosse adottato anche all’interno dell’esperimento. Comunque non vorrei che da questa vicenda esca un’immagine negativa della scienza. Anzi, voglio dare un messaggio positivo: la scienza riprende sempre il suo posto, in ogni caso”. E qual è questo posto? La storia umana o la storia della scienza che è fatta dagli scienziati che hanno interessi, aspettative, conoscenze qualificate ma limitate come tutti gli uomini di questo mondo. Insomma, la scienza non è al di fuori o al di sopra della storia ma è essa stessa storica e la comunità scientifica funziona proprio come funzionano le cose umane, troppo umane. Paolo Strolin lo dice con chiarezza quando dice “forse è una questione generazionale”. Sembra quasi la rivisitazione su base generazionale dei paradigmi di Thomas Kuhn. Dunque, la prima lezione da ricavare dal caso dei neutrini di Ereditato è la natura storica della scienza. Può sembrare strano, ma la natura storica della scienza sfugge al grande circo e circolo dei mass-media che si appropriano delle notizie scientifiche e le divulgano come se fossero il volto di Dio o la verità dell’universo fatta persona.

C’è poi un altro aspetto: l’esperimento. Le cose dette dal matematico Trombetti  – ora le riporterò, un attimo, non abbiate fretta, sappiate che, come diceva Totò, gatta frettolosibus fecit gattini querces –  vanno prese in considerazione sul versante della falsificazione. Un attimo, però. Perché Trombetti dice ancora un’altra cosa che è utile per capire che la scienza è la vita degli scienziati. Dice: “Umanizziamo il caso Ereditato. Che peraltro stimo molto. Tre sono gli elementi che spingono uno scienziato a trascorrere la vita in luoghi come i laboratori del Cern o del Gran Sasso: voglia di conoscere, ambizione e vanità. Cioè gli stessi elementi che possono portare a sbagliare nei tempi della comunicazione. Ma non è il dottor Jekyll che diventa mister Hyde. C’è di mezzo anche Balzac, la Comedie humaine. Francamente io non so se mi sarei comportato diversamente da Ereditato”.  Addirittura la vanità. Grande Trombetti, gli va dato atto: la vanità è parte del processo di conoscenza e lo è ancor di più per quel tipo di conoscenza che è la scienza. E ora possiamo passare all’esperimento. Perché non c’è scienza senza esperimento. La scienza è sperimentale o non è. L’impianto galileiano è tutt’ora alla base della scienza. Anche quando diventa pura teoria, la scienza conserva qualcosa dell’impurità dell’esperimento di Galileo che aveva alla base la bottega rinascimentale ossia un luogo in cui l’arte e la scienza si “facevano”. L’esperimento è techné. E’ techné liberata dalla metafisica, dalla volta celeste, e dal moto circolare dei cieli. Il cielo metafisico di Aristotele è perfezione. Ma l’esperimento è imperfezione. Ecco perché gli esperimenti vanno ripetuti: perché danno conferme e smentite. E vanno ripetuti anche quando non funzionano cioè non danno i risultati ipotizzati e sperati. Non si può buttare tutto a mare perché l’esperimento non è riuscito. Il lavoro usato è buono e va riusato. Inoltre, con Popper il fine dell’esperimento è non più la conferma ma la smentita. Cioè la falsificazione che, a conti fatti, è una verifica più approfondita o consapevole che più della verità occorra ricercare l’errore. Tuttavia, l’esperimento non è più quello di una volta. Sentiamo ancora Trombetti: “Il concetto di falsificazione di Popper è messo in discussione dalla complessità di simili esperimenti. Che significa esperimento riproducibile o ripetibile quando entrano in gioco migliaia di elaboratori, connessioni, cavi, cavetti, persone… Come lo ripeti? Con quali soldi? Mica è la vasca dei pesciolini rossi di Fermi. Insomma, c’è da lavorare per i filosofi della scienza”.

I filosofi della scienza di lavoro ne hanno fatto in abbondanza. Il caso dei neutrini veloci, velocissimi ma non così da superare Einstein potrebbe rientrare in quelle “anomalie” di cui parlava proprio Kuhn? Chissà. La crisi di un paradigma si verifica quando le anomalie mettono in forse le teorie dalle quali si era partiti e se gli scienziati cominciano a dubitare delle loro teorie significa che è arrivato il momento di metterle da parte. Può accadere una cosa del genere con le anomalie che si sono verificate con i neutrini di Ereditato? Sembra eccessivo. Gli esperimenti che mischiano tecnica, elettronica, scienza, “connessioni, cavi, cavetti, persone…” sembrano, però, appartenere a quella “scienza straordinaria” del geniale Kuhn e la sua “sgangherataggine” può dare un nuovo volto al lavoro scientifico o può contribuire a cambiare la “fede” in questa o quella “teoria scientifica”.

I neutrini, queste particelle così elusive, non sono riuscite a fare le scarpe ad Einstein. Il record non è stato battuto. All’annuncio dell’errore e delle “anomalie” si è parlato di una “rivincita di Einstein”. Può darsi. Era il grande Albert che diceva: “Nel campo di coloro che cercano la verità non esiste alcuna autorità umana. Chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli dei”. A pensarci bene, l’errore di Ereditato è stato proprio la velocità. Si è fatto prendere dalla fretta, dalla voglia di dire: “Guardate, guardate che cosa abbiamo scoperto: nientemeno che una cosa più veloce della luce di Einstein”. Il suo desiderio di essere il primo della classe è stato ancora più veloce degli stessi neutrini e proprio quando pensava di avercela fatta, oplà, ecco saltare fuori l’errore o l’anomalia, insomma, qualcosa di non calcolato, non previsto, non atteso. Così è subentrato il ritardo. L’esperimento ha subito una battuta d’arresto e il progresso scientifico, che procede per accumulo, ha rallentato. Volevano anticipare i tempi e invece ora tocca posticipare. Ecco perché non è fuori di luogo un elogio della lentezza o, come dice Sansot, del buon uso della lentezza anche per uno scienziato che ci vuole comunicare la scoperta della particella elementare più veloce. Che cosa strana: anche la velocità è figlia della lentezza.

Non voglio esagerare. Se volessi esagerare citerei quella frase di Pascal che dice: “Tutti i mali degli uomini derivano da una sola ragione: non sono capaci di starsene in una camera a riposare”. Non si tratta di essere lenti ma di far buon uso della lentezza. I lenti al momento giusto sanno essere veloci. Ma perché essere veloci anche quando non ce n’è bisogno? I lenti sanno agire con rapidità al momento opportuno. Ma perché essere rapidi anche quando è inopportuno? La scelta del tempo giusto  – anche quando annunciare al mondo intero una nuova e grande scoperta scientifica –  certe volte è quasi tutto. Anzi, senza “certe volte” e senza “quasi”: è tutto. I Greci avevano una parola per dirlo: kairos. Protagora, che per sentito dire si definisce sofista ma se andiamo a verificare fu un gran filosofo, parlava di “potenza del momento opportuno”. Questa qualità di saper scegliere i tempi giusti e agire  – il più delle volte è colpire –  al momento opportuno è universale: nel senso che riguarda ogni arte e ogni scienza e tutti gli uomini e tutte le donne. Riguarda la politica e lo sport, il teatro e la musica, l’amore e l’odio. La scelta del tempo è semplicemente “vitale”. E’ persino motivo di vita o di morte. E’ la vita stessa dei mortali che vivendo e abitando il tempo devono imparare a saper misurarlo e a sapersi misurare. Era un altro filosofo  – diabolico filosofo –  Hobbes che paragonava nei suoi Elementi di legge naturale e politica la vita umana ad una corsa e diceva che allo sforzarsi corrisponde l’appetito, al mancar d’energie corrisponde la sensualità, al guardare quelli che stanno dietro corrisponde la gloria, al guardare quelli che stanno davanti corrisponde l’umiltà e continuava per un bel pezzo facendo corrispondere ad ogni passione umana un passo della corsa: “All’essere superato continuamente corrisponde l’infelicità, al superare continuamente quelli davanti corrisponde la felicità”. Ad ognuno di noi tocca essere infelici e felici per destino e infelici e felici per aver imparato il giusto passo della corsa.

tratto da Liberal del 29 febbraio 2012

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