Giancristiano Desiderio

I padri di se stessi

In politica on 2 marzo 2012 at 6:45 pm

I ventenni di oggi stanno peggio dei ventenni di ieri e dei quarantenni e cinquantenni di oggi. I sociologi lo dicono con una formula che colpisce (e di cui i politici si sono subito appropriati): per la prima volta dal dopoguerra ad oggi, i figli stanno peggio dei padri. I ventenni di ieri  – i padri –  potevano contare su più possibilità di lavoro e più opportunità di vita. I ventenni di oggi  – i figli –  non hanno le stesse possibilità e opportunità dei padri. Come mai? Non fatevi ingannare: la risposta giusta nessuno la conosce. La storia degli uomini è fatta così (ma c’è il sospetto che sia fatta così anche la storia della natura e degli animali): non è una linea retta, semmai somiglia più a un circolo che torna su se stesso. I famosi corsi e ricorsi storici di vichiana memoria che vi siete sorbiti al liceo. Ecco, diciamo che i ventenni di oggi sono vittime di un “ricorso”.

Dovendo stare ai numeri, che vogliano anche loro la loro parte, bisogna dire che il tasso di disoccupazione in Italia a gennaio 2012 è al 9,2 per cento, in rialzo di 0,2 punti percentuali rispetto a dicembre e di un punto su base annua. A rilevarlo naturalmente è l’Istat e lo fa  su stime provvisorie. Si tratta, però, del tasso più alto dal gennaio 2004 (ovvero l’inizio delle serie storiche mensili). Guardando alle serie storiche trimestrali è il più alto dal primo trimestre 2001.  Ma, venendo al punto, chi sta peggio di tutti sono loro: i giovani. A gennaio il tasso di disoccupazione, ovvero l’incidenza dei 15-24enni disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, è al 31,1 per cento, in rialzo di 0,1 punti percentuali rispetto a dicembre 2011 e di 2,6 punti su base annua. In Europa non va meglio, anzi. La disoccupazione nell’eurozona si è attestata al 10,7 per cento a gennaio, il livello più alto dal 1999. La previsione era del 10,4 per cento rispetto al dato di dicembre rivisto al 10,6. Il dato di dicembre è stato rivisto al rialzo rispetto alla stima precedente pari al 10,4 per cento. Tutta questa scorpacciata di numeri non cambia di una virgola e di un punto percentuale quanto detto finora: i ragazzi di oggi  – per dirla con Martone –  sono degli sfigati. Non possono più contare su quella cosa indefinita che ma che cresceva in modo indefinito che era il Progresso che, invece, era la carta forte dei loro genitori. In fondo, quando il Progresso è dalla nostra parte non bisogna fare altro che inserirsi nella corrente e il gioco è quasi fatto. Oggi le cose sono diverse: il Progresso si è inceppato  – l’ex ministro Tremonti direbbe che ci troviamo in un tornante della storia, forse Storia con la maiuscola –  e il vento si è fermato. Per far navigare la barca bisogna mettere mano ai remi, un po’ come accade nella “seconda navigazione” di Platone, quella che dà il via alla storia della metafisica occidentale. Sì, va bene, ma chi non ha lavoro che se ne fa di tutta questa filosofia? Beh, diciamo che dovrà avere fantasia sufficiente per dare un senso lavorativo anche alla metafisica dei remi cioè alla sua capacità di capire cosa fare. Perché la soluzione già bella e pronta non esiste più.

“La vita è risolvere problemi” diceva un filosofo del Novecento che si chiamava Karl Popper. La particolarità di questa “vita problematica” consiste nel fatto che i problemi sono sempre nuovi. Se fossero sempre gli stessi, infatti, il gioco sarebbe scoperto e somiglierebbe allo scopone fatto con le carte truccate di cui parlava Gramsci. Tradotto in acqua potabile significa che la ricetta giusta per i ventenni senza lavoro di oggi nessuno ce l’ha e chi dice di averla in tasca sta bluffando. Una cosa, però, si può dire: solo i ventenni possono capire cosa fare. Si tratta di capire che le regole sono cambiate: ciò che valeva ieri non vale più oggi. In fondo, anche le cronaca di giornata ci dà dei segnali molto chiari in tal senso. Prendete, ad esempio, quanto detto dal presidente del Consiglio qualche settimana fa: “Stiamo pensando di abolire il valore legale dei titoli di studio”. Dunque, ciò che valeva ieri non vale oggi o, se volete, non vale oggi allo stesso modo di come valeva ieri. E  – senza giocare con le parole –  questo vale anche se il governo lascia tutto come sta e non svaluta il valore legale della laurea. Se ai padri più o meno bastava avere un titolo di studio o un pezzo di carta, ai figli non basta più perché quel “pezzo di carta” è stato svalutato non dal governo ma dalla realtà che  – checché ne dicano i filosofi –  è sempre una cosa reale e solida che s’incontra appena si esce di casa (e a volte s’incontra anche se ve ne state rintanati a casa vostra sul divano). Insomma, se non c’è più lavoro in modo automatico, i ventenni della generazione degli sfigati devono paradossalmente riscoprire proprio il valore del lavoro, quello che comporta fatica, impegno e una cosa che forse non si porta più ma che lo stato di necessità ha riportato in auge: la gavetta. Da questo punto di vista, in fondo, le cose non sono mai cambiate: se si vuole combinare qualcosa di buono nella vita bisogna mettercela tutta e imparare a sudarsi il risultato, sia che si tratti del lavoro sia che si tratti delle classiche “sudate carte”.

A conclusione di questo articoletto mi piace ricordare quanto mi disse lo scrittore Antonio Pennacchi quando mi venne a trovare qualche giorno dopo la morte di mio padre. Si passeggiava su Corso Vittorio a Roma e mentre le auto andavano avanti e indietro, quelle auto che papà aveva venduto a migliaia, Pennacchi mi disse: “Se è andato via vuol dire che aveva finito il suo compito”. Forse è così, anche se mio padre si era fatto da solo; eppure anche lui con tutta la sua irregolarità era un figlio del “boom economico” o dei suoi effetti. Oggi i padri, al di là dell’ombrello della famiglia, non hanno tanto da insegnare ai figli che, per cercare il loro destino, devono forse imparare da sé ad essere i padri di se stessi.

tratto da Liberal del 2 marzo 2012

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