Giancristiano Desiderio

L’Europa e i nipotini di Rousseau

In politica on 3 marzo 2012 at 10:37 am

In Europa non si discute più soltanto di crisi finanziaria e ritorna a far capolino l’argomento della crescita. Un tempo si diceva “sviluppo” mentre oggi si preferisce “crescita”. Ma non è una questione di parole  – tutt’altro –  e ci siamo intesi. Solo che, proprio quando si ritorna a parlare di crescita per poterla realizzare, dopo aver tanto penato per cercare di non colare a picco con la crisi finanziaria internazionale, ecco che in Italia si parla  – e in verità si fa anche a botte intorno a questi temi –  di “decrescita”. Il movimento No Tav pur opponendosi all’Alta velocità si mostra velocissimo ad occupare strade, autostrade, stazioni ferroviarie e, soprattutto, a far precipitare il Paese in un clima anni Settanta, non solo per gli scontri con la polizia e l’odio mostrato verso lo Stato e chi lo rappresenta ma anche per gli argomenti ideologici che si usano contro, appunto, la crescita, il mercato, la tecnologia che sono visti tutti come strumenti diabolici nelle mani di chi  – chi? –  ha in mano la volontà di sopraffazione del capitalismo. Insomma, per fare sintesi: da una parte c’è l’Europa e dall’altra lo spirito antimoderno dei No Tav.

Mario Monti che è tornato soddisfatto dal vertice europeo a Bruxelles, proprio perché è ritornato finalmente il tema della crescita e in qualche modo si è voltata pagina, dovrà tener conto inevitabilmente dell’antimodernità del “notavismo” che è un movimento anfibio e trasversale, che non ha origini solo a sinistra ma anche a destra, che pesca le sue “ragioni” non solo nello scasso e nelle rottamazioni dell’ideologia comunista sconfitta dalla Storia e un po’ da tutto ma anche nel tradizionalismo della destra e perfino nel leghismo. Che cos’è, infatti, quella retorica che si sviluppa intorno al “territorio” e alla sua “comunità” che è considerata la sola depositaria dei destini di una regione, di una valle, di una montagna, di una pianura? La maggioranza di un luogo avrebbe il diritto di fare o non fare, di acconsentire o di rifiutare e siccome ogni minoranza è una maggioranza in casa propria ne deriva che ogni discorso nazionale è bello e andato. Il “leghismo” coniugato con il “notavismo” segna la fine della politica nazionale e la fine della politica nazionale segna la fine dell’Europa che esiste solo se esistono le nazioni che la formano e compongono geograficamente, storicamente, economicamente. Questo “senso comune” o conformismo ideologico del movimento No Tav tocca il suo punto più alto proprio quando in Europa si firma il patto di bilancio e ci si avvia a passare dalla finanza all’economia. Se prima la crescita era una necessità, ora appare come una possibilità. Ma la ripresa dell’economia reale può avvenire solo con il vincolo del bilancio dell’Europa delle nazioni  – chiamiamola così la Ue –  visto che l’idea che ognuno faccia causa a sé, una volta che i destini e i bilanci e le monete sono state unificate, si è rivelata impraticabile e pericolosa. La novità consiste proprio in questo: nella corrispondenza che sempre più si deve cercare tra Europa e nazioni. Le due realtà non possono essere pensate divise e in contrasto: l’Europa non può esistere senza le nazioni e le nazioni non possono farcela senza l’Europa. La crisi finanziaria dalla quale stiamo uscendo forse da qui a un po’ ci apparirà come la crisi dell’Europa finanziaria e delle banche  – della “finanzia creativa” –  che dobbiamo imparare a superare nelle sue stesse istituzioni per ancorarla all’economia reale del “vecchio continente” e al suo spirito nazionale che nonostante tutto continua a esistere e ad avere un valore basilare.

Il “notavismo” rifiuta tanto la nazione quanto l’Unione europea. Ma non si ferma qui, perché dice no anche alla modernità, alla tecnica, alla crescita, al mercato e, poggiandosi sullo stesso benessere di cui tutti siamo figli, contempla un piccolo mondo antico o il mito di un’Arcadia in cui la natura non è una matrigna che distrugge i suoi stessi figli ma una tenera madre che dispensa latte e miele in abbondanza per i suoi “buoni selvaggi”. La civiltà, dicono questi ultimi nipotini di Rousseau, corrompe e distrugge quanto di bello c’è al mondo. La vera crescita per il l’uomo di No Tav è la decrescita e se tutta la storia dell’umanità si può vedere come lo sforzo e il tentativo, sempre ricorrente, di uscire dalla Caverna, l’uomo di No Tav pensa che sia giunto il momento di invertire la rotta e innestare la retromarcia per far ritorno nella Caverna o nella natura incontaminata senza le offese della tecnica. Anche la crisi finanziaria non è analizzata secondo i suoi principi e la sua storia ed è vista, invece, come una crisi del sistema che annuncia la sua fine o il suo “capovolgimento”. Sembra quasi di sentire Marx con la sua caduta tendenziale del saggio di profitto. Come se la storia non ci avesse insegnato, invece, che i problemi si ripresentano sempre nuovi e l’idea di dare un’interpretazione complessiva degli avvenimenti appartiene al campo delle teorie metafisiche e non certo ai buoni propositi che muovono le nostre azioni di ogni giorno e alla morale che è fatta di lotta, fatica e responsabilità singola e poi accada quel che accada visto che il Mondo  – per una volta con la maiuscola –  ne sa più di noi.

Con il popolo No Tav bisognerà discutere con parole di verità e a farlo dovrebbe essere la politica che, invece, posta dinanzi a problemi storici o di senso appare come disarmata e gaglioffa. 

tratto da Liberal del 3 marzo 2012

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