Giancristiano Desiderio

Platone, la giustizia e YouTube

In filosofia storia on 6 marzo 2012 at 2:44 pm

Siamo giusti perché siamo visibili? Siamo non violenti perché c’è qualcuno che ci guarda? Siamo rispettosi della legge perché c’è quel guardiano notturno dello Stato? La risposta alle domande  – in fondo sempre la stessa domanda –  riguarda gli occhi e la visibilità. “L’uomo invisibile” è un sogno antichissimo e i fumetti lo hanno trasformato in supereroe. Ma l’uomo che non si vede volge più al male che al bene, come dimostra il grullo Calandrino della novella di Boccaccio o il film L’uomo senza ombra  di Verhoeven. Per fornire una risposta più completa possibile dividerò l’articolo in due parti. Nella prima parte farò “cronaca”, nella seconda “filosofia”.

A Frattamaggiore, paesone in provincia di Napoli, una donna è picchiata da due scippatori. Reagisce alla rapina, dapprima scuote e poi prende vigorosamente a calci l’auto degli aggressori. La scena è ripresa dalle telecamere di videosorveglianza di un negozio di via Capasso e il filmato è messo in “rete” su YouTube. L’intento è chiaro: più persone vedono la scena dello scippo e maggiore è la possibilità che siano riconosciuti e acciuffati. C’è anche una taglia di duemila euro a chi porterà notizie. A pubblicare il video è il figlio della vittima: “Sì l’ho caricato io in rete  – dice Giuseppe M. al Corriere del Mezzogiorno -. L’ho fatto non solo perché si tratta di mia madre ma per denunciare l’ennesima vergogna della criminalità a Napoli. Certo, ho divulgato il video anche per stimolare i cittadini a dare una mano ai carabinieri per rintracciare quei due. Paura di ritorsioni? No, assolutamente. Se davvero dobbiamo piegarci sempre alla prepotenza allora è giusto che Napoli e il suo hinterland anneghino nel fango”.

Il filmato reca questa didascalia: “Rapina effettuata 28-02-2012 in provincia di Napoli a Frattamaggiore in Via Rocco Capasso, ‘n copp a Muntagnell. Se conoscete uno dei due rapinatori scrivetemi così passo da loro e gli insegno come si prende a schiaffi una persona. Quella signora è mia madre e a me ha dato molto fastidio il fatto abbiano allungato le mani su una signora indifesa. I due hanno anche rischiato di prendere le botte dalla signora. Che figura di merda. Ringrazio anticipatamente chi riuscirà a fornirmi i nomi delle 2 persone. Anzi darò 2000 euro, grazie”.

 

A Napoli non è la prima volta che un video che riprende una scena di criminalità cittadina è pubblicato al fine di avere notizie e rintracciare i malviventi. Tre anni fa ci fu il video shock dell’omicidio di Mariano Bacioterracino alla Sanità diffuso addirittura dalla Procura di Napoli con l’obiettivo dichiarato dei magistrati di essere aiutati a trovare il colpevole. Il figlio della signora scippata fa la stessa cosa, seguendo  – si potrebbe dire –  l’esempio della Procura.  La diffusione del video della Procura andò a buon fine: il killer è stato arrestato.  Giuseppe spera che accada la stessa cosa: “Abito fuori Napoli. Il filmato me l’ha girato mio padre, amico del negoziante titolare della telecamera di sicurezza. Mia madre ha sporto denuncia e in un certo senso ho sporto denuncia anch’io ma pubblicamente, in Rete. Spero possa essere utile a rintracciarli”. La logica è molto semplice: più occhi guardano  – anche con lo stimolo della taglia di 2000 euro –  più possibilità di beccarli ci sono.

Proprio Giuseppe insiste con il richiamo agli occhi: “L’ho fatto innanzitutto per far aprire a tutti gli occhi sulla vergogna che ogni giorno appesta Napoli. E poi per stimolare la gente a denunciare tali episodi”. La Rete diventa un Grande Occhio che tutto vede e a cui nulla sfugge o almeno così sembra.

Il caso dello scippo di Frattamaggiore finito su YouTube si conclude con un colpo di scena: i due scippatori non sono acciuffati ma si sono costituiti. Si sono consegnati ai carabinieri. La taglia non è stata spesa, i carabinieri sono arrivati prima degli sceriffi, anche se non sono andati loro dai malviventi ma i malviventi sono andati da loro. Il video diffuso sulla Rete ha agito in modo indiretto o, se volete, in modo superdiretto influendo sugli stessi pensieri e volontà dei due scippatori. I due rapinatori, Raffaele De Rosa (20 anni) e Angelo De Rosa (21 anni), entrambi residenti ad Arzano, sapevano che il cerchio si stava stringendo. Anche perché uno dei due, per mettere a segno la rapina aveva utilizzato l’auto intestata al padre. Un ulteriore elemento che li rendeva ancora più visibili e riconoscibili. Si sono consegnati volontariamente solo perché le loro volontà erano ormai costrette ad agire in questo modo e ciò che li ha costretti a scegliere di consegnarsi ai carabinieri è il video della scena del crimine. Se non fossero stati visti, ora i due scippatori sarebbero liberi e mai e poi mai si sarebbero “volontariamente” consegnati alla giustizia. E’ il loro essere-visti che li ha resi “giusti” e non più violenti.

Passiamo ora alla filosofia. Apriamo il secondo libro della Repubblica, lì dove Platone scrive dell’anello di Gige. Leggiamo direttamente Platone che è chiaro come l’acqua delle isole greche: “La possibilità di cui parlo sarebbe realizzata nel modo migliore se toccasse loro la stessa facoltà di cui, a quanto si racconta, dispose un tempo Gige, l’antenato del Lidio. Era costui un pastore che serviva presso l’allora signore della Lidia. In seguito a una grande tempesta e a un terremoto, un tratto di terra si spaccò formando una voragine presso il luogo in cui pascolava. La vide e se ne meravigliò, poi discese e scorse, tra le altre cose meravigliose di cui racconta la favola, un cavallo di bronzo, cavo e provvisto di piccole porte. Vi si affacciò e vide che dentro c’era un cadavere, a quanto pareva, più grande delle misure umane, che non indossava nient’altro se non un anello d’oro alla mano. Lo strappò via e tornò fuori”. E qui inizia la storia che più ci interessa.

“Quando si tenne la consueta riunione dei pastori, per riferire ogni mese al re sulla situazione delle greggi, egli vi giunse indossando quell’anello. Sedutosi dunque insieme con gli altri, girò per caso il castone dell’anello verso se stesso, rivolgendolo all’interno della mano. Questo bastò a renderlo invisibile a quelli che gli sedevano accanto, sicché essi conversarono di lui come si fa di un assente. Lui si stupì e sfiorando di nuovo l’anello rivolse il castone verso l’esterno, e così facendo ritornò visibile. Avvedutosi di questo, riprovò a controllare se l’anello avesse questa facoltà, e gli risultò che se rivolgeva il castone all’interno diventava invisibile, se all’esterno visibile. Una volta notata la cosa, fece subito in modo di essere incluso fra i messaggeri inviati presso il re. Giunse dunque dal re, sedusse sua moglie, e con l’aiuto di costei lo aggredì, lo uccise e si impadronì del potere”. E qui la nostra storia diventa ancora più interessante. Infatti, Platone  – che pure non si ritrova in questa idea di giustizia –  dice che “se ci fossero due di quegli anelli, e uno se lo mettesse il giusto, l’altro l’ingiusto, nessuno sarebbe, è dato credere, tanto adamantino da resistere nella giustizia, astenendosi coraggiosamente dall’impadronirsi delle cose altrui, mentre gli sarebbe possibile prendere impunemente ciò che vuole nel mercato, entrare nelle case ed unirsi con chiunque voglia, e uccidere o sciogliere dalle catene tutti quelli che vuole, e fare tutto il resto come se fosse, tra gli uomini, eguale a un dio. Comportandosi così, non farebbe nulla di diverso dall’altro, ma entrambi andrebbero nella stessa direzione”.

Il significato del mito di Gige è molto chiaro: gli uomini rispettano le norme di legge solo perché temono le conseguenze dell’ingiustizia. Se potessero agire ingiustamente senza render conto della propria azione violenta non avrebbero alcuna remora ad essere ingiusti. Se si trattengono è perché hanno paura di essere loro stessi vittime. Il fatto di cronaca di Frattamaggiore e la favola raccontata da Platone sono perfettamente corrispondenti. I due scippatori, lontani dagli occhi della legge, usano violenza ad una donna e si appropriano della sua borsa. Credono di essere invisibili, anonimi, irriconoscibili ed è proprio questa loro invisibilità, come per il pastore Gige, a favorire il crimine. Al contrario, quando ritornano ad essere visibili, riconoscibili, fino ad avere un nome e cognome, i due malviventi decidono di consegnarsi alla giustizia che non rappresenta naturalmente la loro felicità ma neanche la loro massima infelicità. Diciamo che la legge, proprio come nel dialogo platonico sostiene Glaucone, è una via di mezzo tra felicità (sopraffazione e violenza) e infelicità (vittima di sopraffazione e violenza). E’ il classico “male minore” a cui i due scippatori di Frattamaggiore si sono attenuti nello scegliere cosa fare. Ma ciò che li ha spinti a consegnarsi è la visibilità inaspettata: erano usciti dal nulla e si erano rifugiati nel nulla, e questa loro posizione non visibile rendeva possibile per loro avere anche un’altra identità in cui apparire giusti, onesti, pacifici. Ma il video, ossia “il castone dell’anello rivolto verso l’esterno”, ha rovinato i loro piani che, alla lettera, sono stati scoperti. La chiusura della favola platonica è esemplare.

“Questo è dunque un grande indizio, si potrebbe dire, che nessuno è giusto per sua volontà, bensì perché è soggetto a costrizione: la giustizia non è considerata alla stregua di un bene privato, giacché chiunque, laddove pensi di essere in grado di recare ingiustizia, lo fa. Ogni uomo pensa infatti che l’ingiustizia gli sia in privato molto più giovevole della giustizia, e pensa il vero, come affermerà chi sostiene questa teoria. Perché se qualcuno che disponesse di una tale possibilità non volesse mai commettere alcuna ingiustizia né mettesse le mani sulle cose altrui, sembrerebbe del tutto degno di compatimento per la sua demenza a quanti se ne accorgessero. Però lo loderebbero quando si trovassero l’uno davanti all’altro, ingannandosi a vicenda per la paura di subire ingiustizia. Così dunque stanno le cose”.

Così stanno le cose, non c’è dubbio: “Nessuno è giusto per sua volontà, bensì perché è soggetto a costrizione” e ciò che “costringe” la volontà è la visibilità. Sarà per questo che la nostra vita è controllata, filmata, spiata da un numero inverosimile di telecamere, pubbliche e private? E’ questo Grande Occhio, che ci vede anche quando non lo vediamo, a renderci giusti e a rendere i nostri desideri conciliabili con i desideri degli altri? Insomma, facciamo il bene e rispettiamo la legge solo perché siamo visti ma se fossimo invisibili come Gige ci lasceremmo andare alle peggiori nefandezze? La visibilità ci rende buoni e l’invisibilità cattivi? La luce è il bene e il male sono le tenebre? Capovolgendo, almeno parzialmente, quanto qui ho sostenuto con l’aiuto della cronaca e di Platone, mi ritraggo inorridito da un mondo trasparente e da una vita che per essere giusta è interamente controllata e filmata dal Grande Occhio. Il bene, proprio come il male con il quale lotta senza sosta corpo a corpo, ha una sua natura invisibile.

 

 

tratto da Liberal del 6 marzo 2012

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