Giancristiano Desiderio

Elogio della biblioteca (vivente)

In filosofia storia on 15 marzo 2012 at 1:41 pm

Non me ne voglia Ezio Raimondi se dico che le cose più belle del suo libro Le voci dei libri (Il Mulino) sono le fotografie dei libri, gli scaffali pieni zeppi di libri volumi testi opuscoli fogli, la scrivania sepolta viva sotto i libri, il pavimento che quasi non si vede più tanto è ricoperto di pile, file e colline di libri che non vanno più in nessun altro posto, e poi lui, Raimondi, che è perfettamente a suo agio, quasi perduto nel “gran mare dell’essere” dei suoi libri eppure del tutto a casa sua, come se egli stesso fosse diventato un libro, una copertina, un sedicesimo. Non è vero, naturalmente: non è vero che le fotografie sono le cose migliori del suo ultimo libro. Si dà il caso, però, che Ezio Raimondi, il maggior italianista vivente, abbia scritto un libro sui libri che ogni letterato aspira a scrivere e quelle fotografie poste al centro del volumetto ne rappresentano un riassunto in immagini. Ma la verità, lo ammetto, è un’altra: l’invidia.

Anche io ho la mia bella libreria, anzi, la mia bella biblioteca: alta e lunga e ordinata. E proprio qui è il punto: il disordine dei libri di Ezio Raimondi è inimitabile, suggestivo, accattivante. Raimondi non è un collezionista di libri e nessun uomo di cultura, nel senso più serio, severo e ironico della definizione, lo è. Anche un buon bibliotecario non è un collezionista e una biblioteca non è un deposito: “Non sono stato e non sono un collezionista. Del collezionista mi mancano l’ossessione dell’ordine e quella del pezzo unico. Ciò che mi è sempre importato in un libro era che comunicasse delle idee  – e allora era un libro raffinato –  ma non ho mai avuto il culto delle prime edizioni; se qualche esemplare raro, qualche volta, è entrato in casa mia, è stato per caso e il dato della sua preziosità era, comunque sia, d’ordine secondario”. Quella fotografia centrale che ritrae una libreria che sembra girare intorno intorno alla stanza mostra libri che non sono ordinati secondo autori, argomenti, editori. Nessun ordine sembra possibile. L’ordine è nella testa di Raimondi o, ancor meglio, nella sua cultura. I testi di ogni ordine e grado sono ammassati, quasi gli uni negli altri, non seguono alcun ordine, neanche un banale ordine logistico del tipo i testi grandi con i grandi e i piccoli con i piccoli; neanche quello comunissimo che li vuole tutti allineati uno dietro l’altro. Niente. I libri hanno tutti un equilibrio precario, incerto. Ogni tanto senz’altro qualcuno cadrà. Senz’altro ci sarà uno smottamento, una frana, uno slittamento a valle. E’ inevitabile perché negli scaffali oltre alla fila classica dei libri inseriti uno dietro l’altro e visibili dal dorso  – anche se ogni tanto la fila è interrotta da una fila che sale in verticale –  ci sono libri che sono inseriti tra i testi e la mensola dello scaffale superiore, sui testi che sporgono ce ne sono altri appoggiati sopra, mentre dai piedi della libreria salgono altre pile di libri che si appoggiano alla libreria come ad una parete. I libri non sono testi di antiquariato e, fatta qualche eccezione, si vede che sono tutti pubblicati nel Novecento e che sono stati usati, certo letti, ma ancor più utilizzati, sfogliati, considerati, consultati. Perché un “libridinoso” come Ezio Raimondi, secondo la definizione che gli diede una sua impertinente allieva, non ha bisogno di leggere tutti i suoi libri per sapere di cosa trattano e parlano. Lo disse una volta un altro “libridinoso” come Umberto Eco: chi ha una biblioteca conosce tutti i libri anche se non li ha letti tutti perché i libri li ha sistemati, anche nel gran disordine, li ha consultati, gli sono passati tra le mani e dunque li conosce. Proprio come si conosce qualcuno. Quel che dice Raimondi nel suo libro, del quale ho letto pagine qua e là ma non sono riuscito a leggerlo tutto perché attratto continuamente dalle foto e dal volto librrario di Raimondi, è proprio questo: il libro è una creatura che ci parla e leggere è un’occasione d’incontro e di amicizia.

Il titolo del libro di Raimondi mi spinge a questa riflessione: i libri degli Antichi erano fatti proprio di voci. Soprattutto il testo di filosofia  – i dialoghi di Platone ma anche gli scritti di Aristotele –  non era fatto per essere letto ma per essere ascoltato. La lettura non era individuale ma di gruppo. Uno leggeva e tutti gli altri ascoltavano. Il testo era un pretesto per invitare a leggere qualcosa che c’era prima del libro: l’anima. I dialoghi di Platone presuppongono l’Accademia e gli scritti di Aristotele il Liceo. Il libro di filosofia antica è il risultato dell’incontro tra oralità e scrittura. Ma questo rapporto dialettico non vale anche per tutti gli altri libri? Ogni libro si rivolge a qualcuno che chiamiamo lettore che se legge  – amava dire Gadamer –  vuol dire che è disposto a farsi dire qualcosa dal libro ossia ad ascoltarlo. La lettura è un ascolto anche se non si leggono più agli altri ma a se stessi. La scrittura e l’oralità si corrispondono e hanno bisogno l’una dell’altra: ogni libro viene dal pensiero vivente e va verso il pensiero vivente. Il vivente è destinato a morire e il pensiero a sopravvivere, anche come “lettera morta”, fino a quando un altro pensiero vivente non lo farà nuovamente rinascere. Ecco perché quella montagna incantata di libri di Raimondi è piena di vita, di voci, di creature, di amicizie che aspettano altre vite amiche per ricominciare a raccontare le loro storie e le loro verità, anche i loro errori.

Il filosofo Leibniz, gran fondatore di biblioteche, pensava o aveva piacere ad immaginare Dio come un bibliotecario. Anzi, come il bibliotecario per eccellenza, quello che nella sua testa aveva il libro dei libri che, unico al mondo e al di là del mondo, raccontava la storia universale della verità. Ma può esistere un libro del genere? Se il Libro della Verità esistesse  – e secondo il filosofo italiano Sergio Givone fu Hegel a scriverlo con la Fenomenologia dello spirito –  tutti gli altri libri altro non sarebbero che libri che racconterebbero la storia di errori (anche se, in verità, l’unica titolata a raccontare la storia degli errori è la verità). Il libro dei libri non c’è perché la verità è mobile e si configura come rapporto tra scrittura e parola. Qui risiede il fascino della biblioteca, che sia o no formata dal bibliotecario di Dio: “Ogni lettura importante reca con sé i segni di una relazione straordinaria, mai pacifica, mista di inquietudine e di ebbrezza  – leggo sulla quarta di copertina del libro di Raimondi –  come quando un canto si innalza d’improvviso e trova la sua armonia. Il libro allora diventa una creatura, che hai sempre a fianco e che porta nella tua vita i suoi affetti, le sue ragioni a interpellare i tuoi affetti, le tue ragioni”. Bello e vero. Ma quel che dice Raimondi nel capitolo ottavo del volumetto è ancora più bello e vero. Ci dà l’essenza della biblioteca se, anche in tal caso, esistesse una cosa di tal fatta. “La biblioteca è sempre stata, per me, il luogo dove si verifica empiricamente il rapporto fecondo tra ordine e disordine  – dice con grande semplicità e verità l’italianista –  dove si registrano le ragioni, le speranze, le delusioni del lettore-raccoglitore, che resta sempre legato alla vita e aspetta dalle occasioni di ricavare le verità che contano. Nel caos vivente della biblioteca, che ricorda un poco il ‘disordine mentale’ di cui parla Hayek, quando descrive la condizione nella quale ha prodotto le sue cose migliori, si trovano in certi momenti delle regole, delle simmetrie, delle rispondenze; allora il disordine lentamente si anima, come una specie di spazio che dall’oscurità passa alla prima luce e dal chiarore dell’alba al giorno pieno”.

Posso capire quel che dice Raimondi a proposito della biblioteca che esorbita dai suoi luoghi e invade il resto della casa perché più volte sono stato minacciato con questa frase: “O noi o i libri”. Dice  descrivendo una situazione molto comune in una vita moderna fatta di molti libri e di moderni appartamenti: “In casa mia questa situazione ha dato luogo a una battaglia giurisdizionale con mia moglie, che non ha mai avuto fine. Come per ogni aspetto del nostro appartamento, avrebbe desiderato che anche i libri fossero ‘in ordine’. Non perdonò mai a padre Pozzi di aver detto una volta, affacciandosi sulla soglia del mio studio, ‘Che bella biblioteca!’. Ma era proprio il cumulo dei volumi affastellati, l’immagine quasi di un organismo vivente che si presentava allo sguardo partecipe dell’amico studioso a sedurlo, del tutto indifferente al fatto che i libri fossero o meno a posto”.

E’ proprio così: una biblioteca è veramente tale se è un organismo vivente o, se volete, un laboratorio, un’officina, uno strumento di lavoro, di certo non un deposito. La bibliotecaria Antonella Agnoli ha pubblicato un libro sotto forma di lettera intitolato Caro sindaco, parliamo di biblioteche (Editrice Bibliografica). L’idea della bibliotecaria che ha diretto la biblioteca di Spinea (Venezia) e concepito la biblioteca San Giovanni di Pesaro è vera: meno festival e più biblioteche. Lo ha anche detto a Paolo Di Stefano per il Corriere della Sera: “Sono scettica sui festival perché non sempre sono vere occasioni di dibattito o partecipazione. Certo, ci sono le eccezioni ma se ci mettiamo a contare non arriviamo a dieci, poi ci sono gli altri 1790 che servono solo all’autoesibizione delle autorità locali. Supponiamo, per un momento, che non sia così, che siano tutti ben organizzati e di alto livello. Ebbene, continuo ad essere perplessa perché penso attirino sempre lo stesso pubblico, gli stessi intellettuali”.

La “biblioteca vivente” non è solo un’istituzione culturale ma uno spazio informativo, un’occasione di incontro, un’opportunità di lavoro e di approfondimento di esperienze, conoscenze, problemi pratici e teorici. E’ questo il modello delle public library che raggiungono più lettori, anche quelli che non frequentano i festival culturali e che non hanno i soldini sufficienti da spendere in libri: “Finanziare un festival è una forma di welfare culturale che tocca solo una parte della popolazione  – dice la bibliotecaria –  forse quella che ne ha meno bisogno. Io voglio costruire servizi per i pensionati, le casalinghe, gli immigrati, i giovani che non hanno i 10 euro per comprarsi un libro, anzi nemmeno sanno che esista perché in mezza Italia, oltre alle biblioteche, mancano anche le librerie”. E’ questo uno dei motivi che mi hanno spinto qualche anno fa a fondare una biblioteca pubblica nel centro storico di Sant’Agata dei Goti ed a concepirla come un laboratorio di studio e ricerca per le giovani generazioni di santagatesi, studiosi, viaggiatori. Oggi la Biblioteca Michele Melenzio  – intitolata alla memoria di mio nonno che fu un colto educatore del popolo, come lo definì il suo amico Salvatore Valitutti –  è proprio una “biblioteca vivente”.

tratto da Liberal del 15 marzo 2012

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