Giancristiano Desiderio

Due gentlemen della cultura italiana

In filosofia storia on 3 aprile 2012 at 6:21 pm

Antonio Ghirelli, classe 1922, e Omar Calabrese, classe 1949, sono stati accomunati dalla morte che se li è portati via come due gemelli, a poche ore di distanza l’uno dall’altro. Forse, l’illusione di un motivo c’è: lo stile discreto e operoso che li contraddistingueva. Il primo era un giornalista, quello che si dice un signor giornalista, e il secondo era un professore, quello che si dice un buon professore. Entrambi hanno avuto a che fare con la politica a sinistra e, più in generale e con maggior verità, con la storia del nostro Paese ma sempre con una certa discrezione che era lo stile della loro signorilità.

Gli articoli che ieri gli sono stati dedicati hanno ricordato Omar Calabrese come uno dei “padri dell’Ulivo”. Tutto qua, si potrebbe dire. Perché il semiologo non ha mai sgomitato per un posto in prima fila o per mischiare indebitamente ricerca e politica. Lo avrebbe potuto fare a ragion veduta perché se la sinistra politica ha prima sottovalutato e poi sopravvalutato l’influenza di quello strano elettrodomestico che è il televisore che trasmette la televisione, lui, l’allievo di Umberto Eco, ne ha sempre dato un’analisi rigorosa, in anticipo sui tempi, e proprio per questa adatta anche alla lotta politica. Ma non era questo lo stile di Calabrese che evidentemente riteneva che il valore dei suoi studi e dei suoi lavori avrebbe conservato una validità politica solo se i due piani del pensiero e dell’azione non si fossero reciprocamente asserviti. Già nel 1974, quindi all’età di venticinque anni, aveva pubblicato un saggio sulla pubblicità o la reclame intitolato Carosello o dell’educazione serale e aveva sostenuto che con quell’appuntamento serale dedicato ai “consigli per gli acquisti” le famiglie italiane del tempo avevano percorso una loro strada di emancipazione. Una “tesi ardita” diceva ieri Aldo Grasso sul Corriere della Sera ma che oggi è senso comune e che ieri e l’altro ieri era in netta controtendenza se si pensa che la sinistra italiana per lungo tempo fu contraria alla televisioni a colori o comunque non ne avvertì la funzione sociale.

La discrezione di Omar Calabrese colpisce se si considera che non è sbagliata per lui  – come infatti è stata usata da amici e commenttaori –  la definizione di “intellettuale militante”: un protagonista di molte battaglie della cultura progressista, iniziate al tempo della sua direzione della rivista “Alfabeta”, il mensile che raccoglieva le firme, tra gli altri, di Nanni Balestrini, Maria Corti, Antonio Porta, Umberto Eco, Pier Aldo Rovatti e Paolo Volponi. Calabrese ha diretto “Rivista illustrata della comunicazione” e “Metafore” e ha fondato “Carte semiotiche”, collaborando ad altri periodici come “Casabella”, “Viceversa” . Come giornalista ha collaborato con il Corriere della Sera, Panorama, El Pais, la Repubblica, L’Unità. Tuttavia, la militanza è stata portata con una certa leggerezza di fondo, una compostezza che era il frutto degli studi ma anche della sua sensibilità personale. Forse, una discrezione che traspare anche dai titoli dei suoi libri: Caos e bellezza, Il linguaggio dell’arte, L’età neobarocca. Non deve essere un caso se Calabrese  – del quale mi piace far notare una certa somiglianza con un maestro di eleganza come Carlo Dapporto –  è stato uno dei primi a mettere a fuoco il lato televisivo e spettacolare della politica e anche il bellicismo della stagione del bipolarismo: il suo Come nella boxe. Lo spettacolo della politica in tv è del 1999.

Per Antonio Ghirelli si potrebbe usare la stessa definizione ma con questa variante: “giornalista militante”. Solo che, anche in questo caso, la militanza non è stata giocata a discapito della discrezione, della signorilità e del tratto civile e gustoso che erano parte del carattere del grande giornalista. Una definizione, quest’ultima, che per il giornalista napoletano è giusta e antiretorica appena se ne scorre la carriera: ha lavorato per L’Unità, Milano Sera, Paese Sera, il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport, quindi ha diretto Tuttosport e il Corriere dello Sport, il Globo, il Mondo, l’Avanti, il Tg2 ed è stato prima portavoce di Sandro Pertini al Quirinale e poi di Bettino Craxi a Palazzo Chigi. Ma il nome di Antonio Ghirelli si associa  – e lo sarà ancor di più nel futuro –  alla storia del calcio giocato e al fenomeno sociale del calcio. “Per tanto tempo  – ha ricordato giustamente Vanni Lòriga che è stato un suo compagno di lavoro –  Antonio fece squadra con Palumbo e Barendson, dando vita assieme a loro a quella scuola napoletana che ingaggiò infinite battaglie contro la filosofia catenacciara di Gianni Brera”. Ricorrere al nome di Gioann Brera  – il gran lombardo –  per illustrare il nome di Antonio Ghirelli  – gran signor napoletano di umili origini –  è tutt’altro che sbagliato. Perché Ghirelli al calcio ha prestato la sua penna e la sua passione giornalistica. Uno dei suoi tanti libri s’intitola Gianni mezz’ala e racconta la storia di uno “scugnizzo” che diventa un gran giocatore per sfuggire alla povertà. Un racconto di Ghirelli che risale ai primi anni Settanta e che fu introdotto anche nelle scuole come lettura per i ragazzi. Gianni Martone  – la mezz’ala –  è un famoso campione, amato e ben pagato. Ma dietro il successo c’è una storia di passione e di fatica: la fanciullezza napoletana ricca di fantasia e di miseria, il sorriso schivo di Concettina e l’amicizia della gente del quartiere, il calcio come possibile via d’uscita dalla vita “arrangiata”, dai sogni destinati a restare sogni. E poi l’ingaggio in una famosa squadra del Nord, gli allenamenti, i ritiri, la paura di non farcela e anche lei, Marcella, inafferrabile e splendida. Fino alla grande partita, al goal decisivo, al trionfo. Una storia esemplare di un mondo e di un costume tipicamente italiani, un racconto che ancora oggi si può rivolgere a tutti i ragazzi e alle ragazze se avessero meno telefonini in tasca e più sogni in testa.

Il calcio raccontata da Ghirelli era quello giocato e quello che c’era prima della partita, non il calcio commentato  – come si usa dire –  ma il calcio nella sua dimensione sociale o l’ambiente che gli gira intorno. Oltre al calcio, l’altra grande passione di Ghirelli è stata la sua città: Napoli. Il suo ultimo libro risale al 2010 ed è dedicato proprio a Napoli: Una certa idea di Napoli. Storia e carattere di una città (e dei suoi abitanti), Mondadori. E il primo?  Napoli Sbagliata (non so se è il primo ma senz’altro uno dei primi). Ne conservo un’edizione del 1975 uscita proprio a Napoli per le Edizioni Del Delfino, racconta la “storia della città tra le due guerre” e reca una introduzione di Raffaele La Capria che di Ghirelli fu compagno di classe al Liceo Umberto I. Qui è bene leggere un passo della nota introduttiva di La Capria: “Veniva da una Napoli dalle Sette Vite, lui, e tutt’e sette se le portava dentro: a volte aleggiavano intorno a quel sorriso, ma più spesso esplodevano in classe in modi imprevedibili. Era Ghirelli quello che azzardava le sortite più audaci nell’ora dei professori più feroci, era lui quello che sapeva arrangiarsi meglio per rispondere ad un’interrogazione anche quando non era preparato, era lui che in ogni momento inventava con intuito e prontezza le occasioni, i colpi di scena e le situazioni che movimentavano la nostra mattinata in classe. Io ero lento, chiuso, introverso, troppo sensibile e nervoso, e come quoziente d’intelligenza non mi pareva certo di brillare. Ero insomma il contrario di Girelli, e fin da quel tempo fui portato a pensare a lui come a un mio ideale antagonista”.

Il giornalista Ghirelli ha anche una sua storia politica che inizia con la partecipazione alla Resistenza e all’iscrizione al Pci nel 1942. Ma ne uscirà nel 1956 con i “fatti di Ungheria” per passare al partito socialista. Tra gli amici napoletani con cui divide speranze e attese ci sono, oltre a La Capria, Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone e anche Giorgio Napolitano. “Eravamo un gruppo di amici affiatati – rivelò lui stesso -, eravamo un covo di antifascisti”, tanto che il giovane Napolitano “una volta da attore  interpretò una parte in un mio atto unico”. E oggi il presidente della Repubblica ha ricordato così il suo amico: “Perdo uno degli amici più cari dei lontani anni della mia prima formazione. Fummo egualmente legati a Napoli ed egualmente animati da valori di libertà e di progresso mentre il fascismo si avviava alla fine. E non ci siamo mai persi di vista per il resto della vita, fino a tempi recentissimi. E’ stato un giornalista di razza guidato dalla sua passione di democratico e di socialista che lo aveva condotto anche a svolgere ruoli importanti accanto al Presidente Pertini e nel Psi; un popolarissimo giornalista sportivo e un interprete autentico dell’anima di Napoli”.

Se è vero che gli anni più importanti sono quelli della formazione, questo vale anche per Ghirelli e la chiave di volta per capire il suo giornalismo e forse la sua stessa bella prosa sono proprio gli anni della sua gioventù a Napoli: “Da ragazzo, conquistai la mia città e la mia adolescenza per le strade vecchie e nuove di Napoli  – ha scritto proprio nel suo ultimo libro -. Anni dopo, anche se fisicamente abitavo altrove e avevo un’altra occupazione, dove realizzare il mio presente e il mio futuro, mentalmente tornavo a Napoli, aggirandomi tra i libri e i monumenti, i documenti e le rovine, le voci e le mura, come un visitatore straniero che, per sublime prodigio, si riconosca nei luoghi che credeva di indagare fuggevolmente. E poiché Napoli non è soltanto una città, ma un’idea, un’immagine, uno spirito che corre per il mondo, quel mio viaggio continuava dovunque andassi per necessità o per piacere, qualunque incontro facessi, a qualunque spettacolo assistessi, nei poveri quartieri degli emigranti o nei grandi alberghi, a teatro o in treno, in una redazione di giornale o in uno stadio, tra le pagine di un romanzo o le note di una canzone”. Chissà se quel viaggio continua ancora.

tratto da Liberal del 3 marzo 2012

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