Giancristiano Desiderio

La fine della Lega

In politica on 4 aprile 2012 at 12:48 pm

Questo articolo potrebbe essere composto con solo due parole e nulla più: Roma ladrona. Ma siccome siamo pennivendoli  – secondo la complessa definizione che Umberto B. diede dei giornalisti –  e siccome bisogna riempire gli spazi bianchi del giornale ci soffermiamo un po’ di più per schiarire il concetto. Nelle indagini sul tesoriere della Lega  – tal Belsito che ora, pare di capire, nessuno più sembra conoscere, anche se ha ricoperto un incarico di governo –  e sui conti e sugli usi dei soldi del partito di Bossi si colpisce molto di più di un bilancio e delle somme di denaro. Si colpisce semplicemente e forse irrimediabilmente la stessa “ragione sociale” della Lega. Lo slogan “Roma ladrona” vale per la Lega e i leghisti ben di più dello stesso federalismo. Possiamo dire che il federalismo è la conseguenza mentre “Roma ladrona” è la causa o la ragione che lo giustifica sia sul piano sociale e politico sia su quello istituzionale e persino statale. Ma se questa “ragione” viene meno e si rivela addirittura un “torto”  – cioè un errore, un falso o, ancora peggio, un imbroglio, un’impostura –  che ne è della Lega? Più nulla.

Nelle carte dei pubblici ministeri si legge che i soldi percepiti dal partito per i rimborsi elettorali sarebbero stati distratti “per sostenere i costi della famiglia Bossi”. Le cose che dicono e scrivono i pm devono sempre essere prese con le molle e verificate: ormai questo lo sappiamo non solo per diritto ma anche di fatto o per esperienza storica, politica, processuale, carceraria. Tuttavia, in questo caso ci si potrà rimettere direttamente alle parole dell’ex ministro degli Interni, Roberto Maroni, che ha detto: “Fare pulizia, Belsito si dimetta”. Così le cose andranno a posto? Neanche per sogno. La storia dei (nostri) soldi alla Lega non si può liquidare con una semplificazione alla Calderoli. Liquidare lo scandalo con le dimissioni di Francesco Belsito equivale a raccontare la solita storiellina in cui chi paga non sono mai generali ma il carabiniere semplice. Le cose non stanno così. Anche perché Belsito non è un signor nessuno come si vorrebbe far credere.

Facciamo un paragone storico-politico calzante. Bettino Craxi disse di Mario Chiesa: “Un mariuolo”. Ma Chiesa non era il tesoriere del Psi, mentre Belsito è proprio il tesoriere del partito di Bossi. Inoltre, i soldi del Psi non erano “distratti” per finire nei conti della famiglia di Craxi, mentre qui i pubblici ministeri ipotizzano proprio l’utilizzo dei soldi dei rimborsi elettorali “per sostenere i costi della famiglia Bossi”. Oggi come ieri ciò che conta non è il “mariuolo” ma il Cinghialone e stando alle ricostruzione delle carte dei magistrati i conti di Belsito portano a casa di Bossi. Questo di via Bellerio è davvero un pasticciaccio brutto assai. Perché ogni tentativo di declassarlo a qualcosa di diverso  – conti disordinati, errori contabili, dichiarazioni false –  si infrange contro la “ragione sociale” della Lega che racchiusa nella formula “Roma ladrona” si capovolge come una hegeliana nemesi storica in “Lega ladrona”.

“Chi sbaglia paga” ha detto Matteo Salvini aggiungendo, però, che la Lega è “parte lesa” e che c’è un accanimento perché “siamo l’unico partito di opposizione”. Ci sono dei fatti che quando accadono mandano in cortocircuito non solo gli altri fatti ma anche le parole, i discorsi e l’ordine mentale che si vorrebbe dare alle cose. La Lega pagherà perché ha sbagliato ad agitare oltre misura la bandiera della demagogia. Lo ha fatto su tante cose: il federalismo, le province e ora anche sul finanziamento pubblico dei partiti che a questo punto va riformato con una legge che obblighi i partiti a portare i bilanci alla Corte dei conti. Ma questo è già un’altra storia. La storia di oggi è la fine della Lega per come l’abbiamo conosciuta fin qui.

tratto da Liberal del 4 aprile 2012

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