Giancristiano Desiderio

Bossi, l’uomo che inventò se stesso

In politica on 6 aprile 2012 at 9:05 am

Bossi non è più Bossi. Il Senatùr si è dimesso, la Lega non ha più il Capo che l’ha messa al mondo con la sua rabbia. Nel mentre Umberto Bossi esce di scena  – non sappiamo se per poco o per sempre –  è giusto render gli onori del caso. Non saranno certo il “caso Belsito”, una Porsche, una terrazza e lo scandalo sui soldi del partito a dire chi è stato nel bene e nel male, come ognuno di noi, il Bossi. C’è un motivo se l’uomo che inventò la Padania è stato il padre-padrone della Lega ed è un motivo elementare: è non solo il politico che ha creato la Lega Nord, che prima si chiamava Lega Lombarda e ancor prima Lega Autonomista Lombarda  – anno di grazia 1982 –  ma è soprattutto il ribelle che ha dato l’impressione, almeno quella, di prendere sulle sue spalle il peso della partitocrazia della Prima repubblica per buttarla a mare e fondare nientemeno che un nuovo Stato su basi federaliste. Conta poco che il progetto politico si sia realizzato o meno, conta invece che il progetto sia stato pensato, diffuso e abbia avuto un seguito sia nella società politica sia nella società civile. La padronanza che Bossi ha avuto della Lega  – dalle origini fino alla cartella The Family custodita da Belsito in cassaforte –  aveva le sue radici nella Prima repubblica.

Ecco perché Bossi era il Capo indiscusso fino ad essere egli stesso non solo la Lega ma anche il leghismo: perché è l’uomo o animale politico che ha avuto la capacità  – e anche la fortuna, va da sé –  di opporsi in prima persona alla forza partitica della Prima repubblica e di vincere la partita.

Quando fu eletto per la prima volta in Senato era il 1987. Nessuno gli credeva e tutti lo consideravano un personaggio folkloristico con il suo diploma da radiotecnico. Nessuno gli dava credito, tranne Giorgio Bocca che qualche anno più tardi, nella bufera di Tangentopoli, non esitò a parlare di “rivoluzione italiana”. Ma quella rivoluzione Bossi ce l’aveva dentro come una personale follia perché solo la follia ti può dare la forza di saltare in automobile e girare in lungo e in largo, da Ovest a Est, il Nord per parlare di autonomia, indipendenza, secessione. Idee estreme che nel 1992 riportarono Bossi nuovamente a Roma con la bellezza di 240.523 preferenze e con un manipolo di deputati e senatori che rappresentavano ormai la Lega Nord ossia l’organizzazione partitica di un movimento che aveva l’ambizione non solo di contestare lo strapotere della partitocrazia ma di cambiarlo. La identificazione di Bossi con il leghismo come “movimento” e come “regime” è direttamente proporzionale al potere e al peso della partitocrazia della Prima repubblica che agli occhi e alle orecchie di chiunque l’abbia vissuta, anche solo in parte, appariva come qualcosa di eterno.

Umberto Bossi ha dimostrato di essere un animale politico. Prima si alleò con Berlusconi e gli consegnò il governo dell’Italia e dopo sette mesi lo scaricò e lo mise prima a bagnomaria e poi all’opposizione. Pur non stando al governo  – sarà ministro solo nel 2001 –  sarà il motore interno degli anni della cosiddetta Seconda repubblica: la sua scelta secessionista non lo porta né al governo né all’opposizione ma in un luogo non meglio definito in cui continua a rappresentare l’alternativa al sistema dei partiti. Una strada che egli stesso sa non percorribile ma che minaccia di percorrere  – la Padania, il Po, il Parlamento di Mantova –  per ricongiungersi, attraverso Giulio Tremonti, con Berlusconi e rifondare il centrodestra con la Casa delle libertà. Da quel momento, l’uomo che, tra le altre cose, inventò il Ribaltone sarà anche l’alleato più alleato di Berlusconi. La nascita di B&B è anche la fine del Bossi rivoluzionario, secessionista, leghista. Nel momento della sua maggior fortuna inizia anche la sua discesa. Non è un caso che tra tutti gli alleati di Berlusconi proprio lui, Bossi, è quello che sta pagando ora il prezzo più alto e salato con la fine della sua parabola politica. Ma quella parabola cominciò a curvare quando il leghismo divenne l’anticamera del berlusconismo e il berlusconismo la sostituzione del sistema dei partiti con un potere padronale senza partiti. L’uomo che inventò se stesso e la Lega non aveva lottato e fantasticato per questo. E’ qui che è inevitabilmente caduto Bossi, non su Belsito.

Il caso giudiziario che ha investito in pieno la Lega è solo l’ultimo capitolo di un partito che ha fallito l’appuntamento con la sua storia e la sua missione. La gestione allegra e familiare dei soldi del finanziamento pubblico del partito e le “relazioni pericolose” o le “brutte frequentazioni”con il mondo criminale è solo la storiaccia finale di un partito che nato come critica del potere inutile si è trasformato nel partito del mantenimento del potere utile solo per se stesso e il “cerchio magico”. I venti anni dell’illusione della Seconda repubblica sono stati gli anni formidabili del leghismo che con la sua critica, con le sue idee e con la sua demagogia ha fornito un po’ a tutti, da destra a sinistra, i materiali con cui fare politica. La Lega è stata una sorta di avanguardia. E’ stata. Perché oggi la Lega è retroguardia. La sua stessa scelta di andare all’opposizione del governo Monti non è casuale: il governo Monti è lo sforzo istituzionale e politico per uscire dalle illusioni diventate ormai pericolose della Seconda repubblica, là dove la Lega è il partito della conservazione della Seconda repubblica. Mentre Berlusconi in autunno lasciava Palazzo Chigi, Bossi avrà pensato alla primavera, alla sua storia e alla voglia matta di rifare il leghista di una volta mettendosi in splendida solitudine, magari con la canottiera. Come ai vecchi tempi: uno contro tutti. Ma la verità di Marx lo ha condannato: la seconda volta è sempre una farsa. La lotta contro la Prima repubblica aveva qualcosa di eroico, ma la lotta contro la Seconda repubblica qualcosa di ridicolo. Perché, in fondo, la Seconda repubblica era Bossi o, se volete, B&B.

tratto da Liberal del 6 aprile 2012

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