Giancristiano Desiderio

Venti anni di inganni

In politica on 7 aprile 2012 at 9:27 am

Venti anni di troppo. Venti anni buttati al vento. Nessuno è riuscito a realizzare quanto aveva progettato e annunciato agli italiani di voler attuare. La terra promessa non è stata neanche avvistata, mentre la nazione intera ha rischiato il naufragio. Nessuno ha partorito qualcosa di solido e duraturo: non c’è riuscita la destra con la sua “rivoluzione liberale” che si è rivelata un’illusione ottica, non c’è riuscita la sinistra con il suo “Paese normale” che  regolarmente ha mostrato le sue anomalie, non c’è riuscito il leghismo con un federalismo che è  stato metabolizzato da uno Stato che assorbe tutto. Berlusconi e Bossi, Prodi e D’Alema non rappresentano risultati ma fallimenti, non hanno fatto conquiste ma buchi nell’acqua. La Seconda repubblica era stata ideata per “superare” la Prima e trasformare la “repubblica dei partiti” in “repubblica dei cittadini” invece è venuta fuori la “repubblica delle caste” e dell’Antipolitica. E’ durata “solo” venti anni, dal 1992 al 2012, ma sono due decenni che equivalgono almeno a quarant’anni della Prima repubblica.

Le analogie con il passato prossimo e remoto della storia d’Italia si sprecano. Il passaggio da un regime all’altro avviene sempre in modo traumatico: dallo Stato liberale al fascismo, dall’Italia divisa in due alla Repubblica e dalla fine della Prima alla Seconda repubblica. Di mezzo c’è sempre uno schianto, un crollo, un tracollo. A volte il passaggio è brusco e sanguinoso. Questa volta c’è il crollo ma non i lutti, fortunatamente. Ma che ci si trovi dinanzi ad un “tornante della storia”  – come dice Giulio Tremonti –  è indubbio. Solo che c’è un piccolo particolare non irrilevante: il tornante della storia è frutto di sbagli, omissioni, rinvii che in questi venti lunghi anni i padri e i padrini della Seconda repubblica hanno commesso. Tutti lo hanno fatto allo stesso modo: dipingendo il passato della Prima repubblica come il diavolo e illustrando il futuro della Seconda come il regno della libertà e del benessere perenni. Al di là delle sottili analisi e delle mille interpretazioni, sono stati anni contrassegnati dall’esagerazione e dall’irriconoscenza. Nessuno può rimpiangere la stagione democristiana e comunista  – eccezione fatta per i democristiani e comunisti giovani e per i loro altrettanto giovani oppositori, si capisce –  con i suoi riti, liturgie, bizantinismi, con il consociativismo ma la stagione del bipolarismo a guardarla ora che ci voltiamo indietro sembra essere stata il tempo delle mode smodate, dei desideri spacciati per progetti, delle intenzioni al posto delle azioni, il tempo dell’inconcludenza.

Ogni riforma è stata annunciata come il rimedio a tutti i mali precedenti causati da uomini e partiti il cui unico interesse sarebbe stato quello di asservire e volere il potere per asservire. Nessuna meraviglia: la storia e la politica s’intrecciano e l’una usa l’altra per i suoi comodi. Ma il tratto caratteristico degli anni della Seconda repubblica è la menzogna. Il tempo vissuto è stato quello dell’inganno. E quando tutti hanno ingannato tutti è subentrato il tempo dell’autoinganno che ci ha condotti a un soffio di vento dall’Isola del Giglio. I governi si sono succeduti tessendo la più classica tela di Penelope e ogni esecutivo si è dilettato nello sport della calunnia del governo precedente che “ci ha lasciato una pesante eredità”. Così, a furia di eredità disastrose nel lavoro, nelle pensioni, nel fisco siamo giunti al governo Monti che ha raccolto l’eredità più pesante, quasi come se il Paese fosse uscito da una guerra. Non è casuale che nelle prime settimane di vita del “governo dei professori” si parlasse della “guerra dello spread”. Eppure, i ministri-professori non hanno vituperato il passato per giustificare il presente e promettere il radioso futuro. Si sono limitati alla serietà del lavoro.

La Seconda repubblica ci ha proposto un’idea ciclistica della politica e della vita istituzionale: un uomo solo al comando. Silvio Berlusconi ne è stato senz’altro l’interprete principale con l’illusione di realizzare un “secondo miracolo italiano” con “l’Italia che ho in testa”. Romano Prodi, però, non è stato da meno, tanto che arrivò a promettere agli italiani nientemeno che la felicità. Gli uomini di buon senso e di buona volontà non credono a volgarità del genere e sanno che sono imposture, ma gli uomini di buon senso e di buona volontà si sono voltati altrove, forse hanno fatto altro, forse si sono dedicati a curare il giardino di Candido. La politica e la conduzione degli affari di Stato non è una gara ciclistica e l’unico parallelo con i corridori è nella fatica della pedalata. Oggi, dopo questo tornante, direbbe il Bartali “è tutto da rifare”. L’Italia è tutta da rifare. Ma non è vero neanche questo.

Non dobbiamo rifare tutto da principio. Nessuno riparte da zero. Forse non abbiamo giganti sulle cui spalle poggiarci ma abbiamo un passato che ci sostiene e un presente da coltivare. Quanto al futuro, beh, è meglio considerarlo “aperto” come invitava a fare il vecchio sir Karl, piuttosto che usarlo come un inganno per gli altri e noi stessi. La lezione che ci arriva dal funerale della Seconda repubblica è duplice: non ingannarci sulla storia dell’Italia e non trasformare i desideri in politica. In una sola parola: serietà. Procedere a piccoli passi e non a botta di grandi riforme, andare avanti per obiettivi reali e non sulla spinta di slogan e parole d’ordine, dire pane al pane e vino all’avversario ma senza demonizzarlo, dare il buon esempio e non buoni consigli. Abbiamo perso venti anni perché, al contrario di quanto si è detto, l’eredità della Prima repubblica l’ha consentito; speriamo si sia capito che non ci è dato perderne altri venti, perché l’eredità della Seconda repubblica non lo consente.

tratto da Liberal del 7 aprile 2012

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