Giancristiano Desiderio

Fine delle trasmissioni

In politica on 12 aprile 2012 at 1:26 pm

La lingua madre la impariamo quando siamo ancora nel grembo materno. La lingua televisiva la impariamo poco dopo, appena veniamo “alla luce”. Lo spazio e il tempo tra la lingua madre e la lingua televisiva si è ridotto notevolmente, tanto da rendere le due lingue quasi indistinguibili. La lingua madre è qualcosa di molto vicino alla lingua televisiva, per motivi che sono cambiati nel tempo, com’è naturale che sia. Un importante linguista come Tullio De Mauro ha detto in più di un’occasione che la televisione  – mamma Rai –  è riuscita là dove non è riuscita neanche la letteratura italiana: nell’unificazione linguistica e culturale degli italiani. Corrado, Mike e Pippo meglio di Dante, Petrarca e Boccaccio? E’ un’esagerazione, naturalmente. Ma non c’è dubbio che la triade televisiva abbia inciso sul linguaggio degli italiani di oggi più di quanto non facciano la Divina commedia, il Canzoniere e il Decamerone.

Forse, è addirittura scontato, soprattutto se si pensa che leggere la Commedia o i sonetti del poeta di Laura o le novelle del Boccaccio è arduo non solo per un giovane comune mortale italiano, ma anche per uno studente del liceo e dell’università e perfino per un professore preso a caso. Più chiaro e scorrevole invece il romanzo di Alessandro Manzoni? Può darsi. Ma non c’è dubbio che anche l’italiano così curato e bello di don Lisander deve cedere il passo all’italiano dei telegiornali. Per rifare il gioco della triade: Mentana, Giorgino e Fede più importanti o determinanti di Foscolo, Manzoni e Verga? Vorrei dire no, ma non posso.

La questione è seria più di quanto non si creda. Non fu Umberto Eco a scrivere un saggio come la Fenomenologia di Mike Bongiorno (in Diario minimo)? Ecco, vedete che allora la cosa è seria, almeno quanto lo è scoprire chi è l’assassino de Il nome della rosa. Anche nel tema della lingua della televisione c’è da scoprire qualcosa che ha a che vedere con un omicidio. Perché la televisione dopo aver unito gli italiani linguisticamente li sta ora dividendo. La ricostruzione che Gabriella Alfieri e Ilaria Bonomi, due linguiste, ci presentano nel loro libro Lingua italiana e televisione (Carocci) suggerisce, anzi, spiega la storia della televisione e della sua lingua dividendola in due: l’era di Bernabei e la nuova televisione degli anni Ottanta. Nel 1961 il glottologo Mario Medici poteva parlare, in riferimento alla televisione di allora  – un’altra epoca storica, non c’è dubbio, un’altra “era” –  di “una lingua intermedia fra quella parlata e quella sognata dai puristi”. Il riferimento della lingua parlata era la lingua scritta, sia la lingua proposta dalla scuola con lo studio della letteratura e dei classici, sia quella delle redazioni e dei giornali. In questo periodo storico  – la televisione non ha neanche venti anni –  il piccolo schermo svolge una funzione pedagogica. Gli italiani sono ancora linguisticamente divisi perché il loro mondo linguistico è quello regionale, se non provinciale e addirittura comunale. Un grande “italiano inutile” come Giuseppe Prezzolini nella sua Storia tascabile della letteratura italiana dice proprio che gli italiani in famiglia parlano il dialetto, tra loro parlano una lingua regionale e quando scrivono adottano un fiorentino ritoccato. La lingua della televisione dell’era Bernabei non avrà parlato un fiorentino ritoccato ma se riguardiamo quella televisione non possiamo non notare la compostezza linguistica di un italiano “serio-semplice” che è quello a cui fa riferimento Tullio De Mauro quando sostiene la funzione della televisione nell’unificare linguisticamente gli italiani. Da Mario Riva a Macario da Totò ad Alberto Sordi, da Mike a Corrado la lingua di questa televisione è semplice e ordinata e proprio per questo “istruisce” il pubblico che ascolta e impara. La televisione, pur nel suo linguaggio parlato, svolge una funzione da “testo scritto” e il pubblico che vede e ascolta sembra quasi essere il “lettore”. Ma questa scena televisiva, che le autrici del libro spingono fino alla metà degli anni Settanta, è destinata non solo a finire ma a capovolgersi negli anni Ottanta quando la televisione si “svecchia” e il pubblico, a sua insaputa, da “lettore” diventa “autore” della televisione. Finisce la televisione pedagogica e inizia la televisione commerciale.

La lingua “serio-semplice” dell’era Bernabei è superata e la televisione smette di avere una funzione istruttiva per assumerne prima una commerciale e poi una populista. Il riferimento del linguaggio televisivo non è più la lingua scritta, né l’italiano proposto dalla scuola  – che, del resto, nel tempo è cambiata notevolmente –  né la prosa della carta stampata, bensì la lingua parlata dal pubblico nei suoi vari “personaggi”: il politico, il paninaro, il “coatto”. La televisione comincia ad attingere i suoi personaggi dalla realtà, mentre Maurizio Costanzo con il suo show al Parioli fatto per la televisione porta i personaggi reali direttamente in video. Questa corrispondenza tra video e realtà genera l’effetto specchio: è la televisione che si rispecchia nella realtà o è la realtà che si rispecchia nella televisione? E’ la versione moderna o, meglio, postmoderna del classico quesito sulla prima nascitura dell’uovo o della gallina. Sta di fatto che la televisione populista non è più popolare o, come si esprimerà Pippo Baudo in una storica puntata di Domenica in…, nazional-popolare, ma nazional-volgare. La ricorsa che la televisione fa della realtà e la realtà della televisione genera i reality e il realitysmo, come si esprime oggi il filosofo Maurizio Ferraris, con il risultato del reciproco peggioramento. Il capovolgimento non potrebbe essere più completo: se nell’era Bernabei la televisione era pedagogica, nell’era del realitysmo la televisione è diseducativa. E’ appena il caso di ricordare che poco prima di morire il filosofo Karl Popper, sia pure sul piano mondiale, parlò della necessità di una patente televisiva per chi fa televisione, proprio come chi guida ha bisogno di una patente di guida, altrimenti potrebbe essere un “pericolo pubblico”.

 Un fenomeno italiano sarà la speciale conduzione dei telegiornali. Enrico Mentana, per esigenze di concorrenza, inventa una conduzione più creativa che è definita “interpretativa” ed Emilio Fede  – proprio in questi giorni defenestrato dopo venti anni di “spettacolo” al Tg4 –  inventa la “conduzione confidenziale” in cui fa l’occhiolino al suo pubblico. Proprio il caso di Fede merita un po’ di attenzione. Il giornalista, che fu a capo del Tg1, conduceva il telegiornale giocando con le parole e spesso e volentieri storpiando o fingendo di non ricordare i nomi dei suoi interlocutori, soprattutto quelli appartenenti alla parte politica opposta alla sua. Vedere il telegiornale di Fede era diventata qualcosa di molto simile ad uno spettacolo. Il giornalista era in pratica il conduttore o presentatore, qualcosa di più vicino a Pippo Baudo che a Paolo Frajese. Non è un caso che le immagini e le “scenette” del Tg4 fossero riprese da altre trasmissioni, come ad esempio Strisca la notizia, e che Emilio Fede sia diventato un personaggio televisivo imitato e presente come ospite in altre trasmissioni, come ad esempio da Simona Ventura (quando conduceva su Rai2 Quelli del calcio. Nel suo genere Fede ha inventato un genere che il nuovo direttore del Tg4, Giovanni Toti, ha definito “one man show”: “Il primo vero cambiamento è che non sarà più un one man show, ma un tg normale e autorevole con commenti e notizie. Sì, è vero, confermo, non più meteorine, non più Sipario. Il Tg4 si allungherà un po’ e quello spazio sarà coperto da cose molto serie”. La fine del telegiornale-spettacolo di Fede, con le sue trovate linguistiche  – ricalcate sul modello di Totò che storpiava i cognomi dei suoi interlocutori, modello caro anche a Bonolis, ora ne parliamo –  segna la fine di una stagione televisiva e politica a un tempo. A suo modo, un segno dei tempi.

La televisione ha ucciso la televisione. Il giallo, in fondo, è di facile soluzione. L’offerta dei canali, cresciuta in modo esponenziale, non può non portare con sé la fine della televisione come è stata conosciuta ancora dalla generazione dei nati intorno al 1970. La televisione tradizionale o generalista non ha più senso o non ne ha uno per chi oggi ha venti anni. La fine della televisione, che aveva alle sue spalle roba come il teatro, la rivista, il cabaret, si è portata dietro anche la fine del linguaggio televisivo. Oggi il lessico televisivo è povero. Gli stessi presentatori hanno un vocabolario che si articola in cinquanta parole. Tra le più note ci sono “straordinaria”, “eccezionale”, “assolutamente”  – con il supertormentone “assolutamente sì” –  che sono ripetute anche più volte in una stessa frase o tentativo di comporre una frase di senso compiuto. In questo deserto linguistico spicca il caso di Paolo Bonolis che, resosi conto della povertà linguistica della televisione e dei suoi colleghi, ci campa e ricama sopra non solo usando un italiano “serio-complicato” ma anche rammodernando e riadattando il napoletano Totò e il romano Sordi. Bonolis non s’ispira alla realtà o ai personaggi reali se non per metterli a nudo in quanto tali. E’ forse l’ultimo prodotto, insieme con Jerry Scotti, dell’evoluzione di quella figura ormai estinta del “caro presentatore”.

Con la teoria del reciproco rispecchiamento possiamo dire che oggi la televisione e il pubblico parlano la stessa lingua volgare, dove “volgare”  – sia detto senza moralismo – va preso nel suo significato morale e non linguistico. Senza voler riproporre il modello della televisione pedagogica, sarebbe non solo giusto ma opportuno e utile oggi lavorare prima di tutto sulla lingua di chi fa televisione prima che sul linguaggio televisivo. Parafrasando un celebre frase “la lingua è il messaggio”. Poter apprezzare un conduttore di telegiornali  – giornalista –  o un presentatore  – attore –  con un vocabolario un po’ più ricco e forbito e con il gusto della buona lettura può dare ancora un senso al bollettino del canone Rai.      

tratto da Liberal del 12 aprile 2012

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