Giancristiano Desiderio

La banalità di Breivik

In filosofia storia on 18 aprile 2012 at 11:42 am

Lo scrittore norvegese Eric Fosnes, parlando dell'”enigma Breivik”, ha detto che se l’assassino di Utoya sarà riconosciuto in possesso delle sue facoltà «tutti noi dovremo fare i conti con l’esistenza del male, inteso non come patologia ma come condizione umana». Il male, infatti, non è una patologia ma è parte integrante della vita e addirittura del bene che per affermarsi deve sentire il male, individuarlo e lottarci per non farlo vincere. Ma – aggiunge lo scrittore norvegese in questa intervista rilasciata a Maria Serena Natale per il Corriere della Sera in concomitanza dell’apertura a Oslo del processo a Breivik – il male come condizione umana non è facile da comprendere «per una società razionale e stabile come quella norvegese». Non so cosa abbia voluto dire precisamente Eric Fosnes, autore di Corale alla fine del viaggio, riferendosi alla “società razionale e stabile” ma so che l'”enigma Breivik”e il male che ha fatto “scoprire” non solo alla Norvegia ma anche al “resto del mondo” ha a che fare proprio con la “società razionale e stabile”in cui il pensiero e la vita di un uomo possono diventare semplici rotelline di un ingranaggio fino a perdere la loro peculiarità che è proprio quella di riconoscere il bene e il male. Il processo a Breivik inevitabilmente richiama il più famoso processo a Eichmann.

Famoso per due motivi: primo perché Adolf Eichmann era un gerarca nazi- sta che fu arrestato nel 1960, processato a Gerusalemme nel 1961 e condannato a morte il 15 dicembre dello stesso anno; secondo perché Hannah Arendt, allieva di Martin Heidegger e di Karl Jaspers, scrisse la corrispondenza per il settimanale New Yorker che divenne poi il suo celebre saggio Eichmann in Jerusalem – A Report on the Banality of Evil, tradotto in Italia con La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. La Arendt fu criticata dallo Stato d’Israele per il concetto di “banalità del male”ma il suo pensiero intendeva sottolineare il fatto che un uomo banale come Eichmann poteva commettere crimini contro l’umanità proprio perché la sua banalità inserita nell’ingranaggio acritico dell’ubbidienza burocratica agli ordini perdeva la sensibilità verso ciò che è bene e ciò che è male, verso ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare. In fondo, la Arendt, sempre così attenta ai fenomeni disumanizzanti della modernità, si soffermò sulla socratica virtù come conoscenza e ridefinì il bene e il male alla luce dell’Olocausto. Breivik ed Eichmann non sono paragonabili. Diverse le loro persone, diverse le loro esperienze, diverse le loro storie.Tuttavia, i fatti in qualche modo ci autorizzano a comparare le due figure che ci appaiono proprio banali. Il gerarca di Hitler faceva parte di un esercito ed era in guerra. Anders Behring Breivik si sente parte e a capo di un esercito e ritiene di adempiere una missione, sicuramente di attuare un piano. Sia nel tedesco sia nel norvegese c’è una totale ignoranza o, meglio, insensibilità verso il senso delle proprie azioni. In entrambi ciò che ha il sopravvento è il Piano sull’azione: è questo che permette da una parte di dare importanza alla banalità, dall’altra di affermare il fanatismo. Tracciando il profilo di Eichamann, la Arendt ne parla come di un uomo mediocre, che vive di idee altrui e si attribuisce meriti che non ha pur di sfuggire alla mediocrità. Sarà proprio questo a metterlo nei guai: rilascerà un’intervista a un giornalista e dirà di aver fatto parte delle Ss, stanco della vita da nullità che gli offriva il suo nascondiglio in America del Sud – Argentina – dove lavorava come meccanico, per rivivere le emozioni dei giorni in cui si sentiva realizzato. Il quadro era aggravato dalla sua propensione a parlare per frasi fatte e dalla sua incoerenza: all’inizio del processo dichiarò di non voler prestare giuramento – in quanto «ho imparato che è la sola cosa che non va mai fatta» – per poi alla prima udienza scegliere di deporre sotto giuramento. Anche Breivik ci appare come un uomo mediocre e, forse, nel processo questa sua mediocrità si manifesterà appieno, ancor meglio del suo fanatismo anti-islamico e razzista. Anche il killer di Utoya ha una missione da compiere, tanto che la teorizza in quello che chiama il suo manifesto: 2083. Dichiarazione europea di indipendenza. Si sbaglierebbe a ricondurre l'”enigma Breivik”alla malvagità della sua anima o alla malignità della sua indole. Siamo di fronte a un uomo che ha avuto “una famiglia problematica e un’infanzia difficile”, ma analisi psicologiche di questa tipo non ci conducono da nessuna parte. Rischiano di diventare più un alibi per noi stessi e un modo per guardare ciò che si mostra, piuttosto che una spiegazione razionale dei fatti accaduti il 22 luglio prima a Oslo e poi nell’isola di Utoya. Ciò che ci deve interessare nel piano criminale di Breivik è la pianificazione. Alle 15.26 del 22 luglio 2011 esplode una bomba nel quartiere governativo della capitale norvegese. Otto morti. Due ore dopo sull’isola di Utoya, dove si svolge un campo dei giovani del partito laburista norvegese, un uomo apre il fuoco uccidendo 69 persone. Quando la polizia arresta Breivik, lui dice: «Atto atroce ma necessario». La necessità è tipica dell’azione fanatica. La necessità giustifica tutto perché non c’è scelta morale da compiere ma comando da eseguire. Non importa la natura del comando: può essere naturale, storica, politica, religiosa, magari extraterrestre. Ciò che conta è che il comando è solo l’esecuzione di una necessità. Gli dei hanno sete, avrebbe detto Anatol France.Tuttavia, anche la necessità da sola non basta. La necessità, dopotutto, è un concetto antico, anzi, Antico, è greco: ananke. Ma è solo con l’epoca moderna che la necessità diventa pericolosa se è spinta fino al punto da far perdere all’uomo quelle che sono le due capacità più tipiche della sua specie: pensiero e azione. Zygmunt Bauman nel suo libro Modernità e Olocausto si è soffermato sul rapporto che si evidenzia fin dal titolo. «Il razzismo è impensabile senza lo sviluppo della scienza, della tecnologia e delle forme moderne di potere statale – dice Bauman. In quanto tale, il razzismo è un prodotto specificatamente moderno». Il razzimperturbabile, smo vuole che gli elementi considerati come “altri” o avulsi o estranei vengano necessariamente allontanati e rimossi dal territorio, se questo non è possibile, si procede alla eliminazione o allo sterminio. L’intenzione è garantire la sopravvivenza o l’affermazione di un gruppo considerato migliore e perfetto e sano. Alla base dell’Olocausto c’è anche questo progetto di costruzione di una società perfetta: «La rivoluzione nazista fu un esercizio di ingegneria sociale su scala gigantesca». Questi elementi si ritrovano nel piano immaginato e attuato da Breivik.L’obiettivo finale di sanità e perfezione passa necessariamen- te attraverso l’eliminazione dell’elemento estraneo e disturbante, altro, diverso. Ma ciò che va messo in relazione alla “atrocità e necessità”di Breivik non è l’elemento ideologico quanto quello tecnologico. Se l’Olocausto ha fatto più vittime rispetto a una qualunque persecuzione degli ebrei avvenuta in passato è perché l’Olocausto moderno è “razionale”. Fa impressione affiancare queste due parole: Olocausto e razionalità, oppure morte e ragione, ma è esattamente ciò che fa Bauman nel suo citato libro ed è esattamente ciò che fa Breivik nel pomeriggio del 22 luglio ed è esattamente – se ho capito bene – ciò a cui si riferisce Eric Fosnes quando dice che per una “società razionale e stabile” come quella norvegese non sarà facile comprendere il male rappresentato da Breivik. Eppure, nell’azione pianificata del killer di Utoya – e vale notare che azione pianificata è il contrario di azione – tutto è calcolato, tutto è regolare, tutto è metodico, tutto è sistematico. Sono stati calcolati i luoghi, i tempi, gli spostamenti. La stessa “razionalità e stabilità”della società norvegese presa nelle sue strutture e nei suoi servizi – le strade, i trasporti, la puntualità – si sono trasformati in agenti di morte. Quale sarà la condanna per Breivik? Non lo sappiamo. Non sappiamo se il processo gli riconoscerà l’infermità mentale. Ciò che sappiamo è che Hannah Arendt riteneva che l’unica sentenza giusta o sensata per Eichmann sarebbe stata quella basata sulle obiezioni Jaspers: Eichmann si era reso responsabile, commettendo crimini contro gli ebrei, di attentare all’umanità stessa, cioè il diritto di chiunque a esistere ed essere diverso dall’altro.Uccidendo più razze si negava la possibilità di esistere all’umanità, che è tale solo perché miscuglio di diversità. Eichmann tutto era fuorché anormale: era questa la sua dote più spaventosa. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarsi in lui. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee, anonimo. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo. Questa lontananza dalla vera realtà e la mancanza di idee sono il presupposto fondamentale della tentazione totalitaria, che tende ad allontanare l’uomo dalla responsabilità del reale, rendendolo meno di un ingranaggio in una macchina.Come non si possano usare questi concetti lo si vede ancora meglio esaminando le giustificazioni addotte dai nazisti al processo di Norimberga: “azioni compiute per ordine superiore”; queste furono respinte perché, come disse la corte,”alle azioni manifestamente criminali non si deve obbedire”, principio che esiste nel diritto di ogni Paese. Ma come si può distinguere il crimine quando si vive nel crimine? Quando ci si trova di fronte a un massacro organizzato da uno Stato? Era questo che il processo ad Adolf Eichmann avrebbe dovuto spiegare. Nel processo a Breivik non è in gioco uno sterminio di massa organizzato da uno Stato, ma un massacro individuale sì. C’è e il male compiuto ha la stessa dimensione “moderna” e “banale” dell’Olocausto.  

tratto da Liberal del 18 aprile 2012

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