Giancristiano Desiderio

Nemesi in Val Padana

In politica on 10 maggio 2012 at 3:48 pm

Povero Renzo Bossi detto  – dal padre –  il Trota per la sua naturalissima espressività. Per terminare gli studi di secondo grado c’ha messo un po’ più di tempo del dovuto, tre anni in più tondi e tondi. Si è rifatto con la laurea che ha incassato facendo tre anni in uno e superando, quasi come bere un bicchier d’acqua fresca, ventinove esami. Dove? All’università privata “Kristal” di Tirana in quell’Albania che tante volte i leghisti hanno indicato come l’esatto opposto politico e umano della Padania. Povero Renzo, sia detto senza ironia (almeno ci provo): se avesse fatto un po’ meglio gli studi secondari e avesse studiato un po’ di mitologia classica avrebbe capito che prendersi una laurea in Albania dopo aver fatto degli “albanesi/ tutti appesi” il modello di un’umanità minore poteva essere molto ma molto pericoloso perché la storia è piena zeppa degli scherzi di Nemesi. Il giorno dopo la scoperta del diploma di laurea del dottor Trota nella cassaforte di Belsito  – perché poi mettere un “pezzo di carta” in cassaforte, chissà, ci teneva proprio tanto –  in tanti hanno tirato in ballo la cosiddetta “nemesi lumbard” perché proprio gli albanesi erano additati da Umberto Bossi e dai leghisti in genere come il simbolo dell’immigrato ignorante e cattivo. E tu guarda che cosa ti combina Nemesi.

Nemesi, chi era costei? Dea della giustizia riparatrice, personificazione della vendetta, figlia della Notte. C’è poco da stare allegri. Nemesi colpisce quando meno te lo aspetti. Anche se, in verità, nell’aria c’era più di qualche segnale. La storia di Nemesi è significativa e Renzo Bossi, che non l’ha studiata quando doveva, farebbe bene a darle uno sguardo, ora che proprio lui ne ha pagato le salate e salaci conseguenze. Nemesi, accanto a Leda, è considerata la madre di Elena e dei Dioscuri (Castore e Polluce). Nemesi non riuscì a sottrarsi alle molestie di Zeus, anche se si trasformò in un’oca. Fu lei a far innamorare Narciso della propria immagine riflessa, condannandolo così a non essere mai più felice. Il povero Renzo bello non è, ma anche lui si sarà innamorato di se stesso, della sua forza, della sua posizione, della sua volontà di fare dei desideri delle azioni e ora anche lui, come Narciso, è condannato all’infelicità. Aveva avuto troppo senza meritarlo e quando il troppo comincia a stroppiare ecco che entra in scena lei, Nemesi, la giustizia divina  – che a volte, quando vuole e quando ne ha bisogno, si serve anche della giustizia degli uomini sotto le mentite spoglie dei pubblici ministeri –  che ha proprio il compito di vegliare sulla partizione della felicità e dell’infelicità nella vita degli uomini. Nemesi punisce in modo severo la superbia e la tracotanza che i Greci chiamavano hybris.

E’ tutta la parabola politica e umana della Lega Nord ad essere caduta sotto la punizione della divina giustizia vendicatrice. La storia leghista aveva preso quota  – lo ricorderete –  proprio intorno alle aule di giustizia e alle figure dei tesorieri di partito. Lo slogan di Bossi  – “Roma ladrona” –  è una sintesi geniale di quel che la Lega veniva a spazzare via e contemporaneamente a rappresentare: via i ladri, avanti gli onesti. Dio mio, Dio mio, guarda che cosa è accaduto. La storia venti anni dopo si è ripetuta: ancora una volta le aule di giustizia, ancora una volta i pubblici ministeri e gli avvisi di garanzia, ancora una volta i tesorieri di partito. Ma al posto di “Roma ladrona” questa volta c’è la “Lega ladrona” e anche se Roberto Maroni detto Bobo con una scopa in mano dice e scandisce “pulizia, pulizia, pulizia” è paradossale che non si debba più spazzare in casa della Democrazia cristiana, spazzata via dalla storia e dalla geografia, bensì in casa della Lega, nella cassaforte di Belsito e nella casa di Gemonio. E la parola “paradossale” è una di quelle parole che piacciono a un leghista di talento come Vittorio Feltri che ama ripete che il paradosso è la verità che fa le capriole. Quanto hegelismo nel giornalismo del successore di Montanelli in via Negri. La storia si capovolge (questa volta la frase non è di Feltri ma direttamente di Hegel) e quel che sembrava dritto diventa storto o quel che sembrava star sopra sta sotto. “Chi sta sopra e chi sotta”, come cantava un altro Renzo  – Renzo Arbore –  chiudendo “Quelli della notte”. Ieri, solo mesi fa, la Lega stava sopra mentre ora sta sotto. Dico politicamente: dal governo all’opposizione, quasi a voler rinverdire i tempi, le camice e i fazzoletti ma il Tempo ha le stesse regole divine di Nemesi e anche lui ama mettere tutto a posto. Si sa, è galantuomo.

Perché poi criticare la Lega come se fosse la sola a pagare la colpa? Non è forse l’intera Seconda repubblica ad aver fatto la fine della Prima che fu detta, e non a torto, corrotta e partitocratica? Eppure, come diceva Bond  – James Bond –  mai dire mai. Niente è più hegeliano di questa frase dello 007 più famoso al mondo e al cinema: le cose amano ritornare su stesse e si prendono gioco di chi pensa d’avere per sempre la vittoria in pugno. Ma la vittoria ha le ali ai piedi e vola via lasciando in mutande sulla scena il re nudo che non sa uscire di scena al momento giusto. Il governo Monti è uno scherzo della storia degli ultimi venti anni. Che ironia della sorte: la maggioranza parlamentare più grande di sempre è orfana del suo governo e pur essendo grande e grossa non ha la forza necessaria per tenere su un altro governo, tanto che per sostenerne uno  – il Monti –  ha avuto bisogno delle opposizioni che a loro volta non sono più opposizioni perché sorreggono il governo. Tutto si capovolge, che sembra un po’ il detto riveduto e corretto di Eraclito che diceva più semplicemente “tutto scorre”. E invece qui le cose proprio si capovolgono, ritornano su stesse, come la famosa “barbarie ritornata” di Giambattista Vico.

Le dure repliche della storia sembrano essere fatte apposta per la storia italiana. Anche se, in verità, alla storia di casa nostra  – com’è noto –  si addice molto di più l’appendice marxista. Era Carletto Marx che diceva: “Quando la storia si ripete, la seconda volta è una farsa”. Non c’è dubbio: la Seconda repubblica ha qualcosa di farsesco che nasce proprio dalla sua idea di nascere per negare e superare, cioè “togliere e conservare”, la Prima repubblica, vale a dire scartare il morto e conservare il vivo, eliminare il peggio e tenere il meglio. E’ così che si è presentata sulla scena del mondo italiano la Seconda repubblica che voleva essere la “repubblica dei cittadini” nata dalle ceneri della “repubblica dei partiti” che avevano portato l’Italia in bancarotta e lasciato gli italiani in bolletta. Che cosa accade venti anni dopo? I salvatori della patria devono affidarsi a dei nuovi salvatori della patria perché su di loro si è abbattuta regolarmente la vendetta della dea Nemesi che punisce i tracotanti. Qui è il punto.

L’Italia è un Paese in difficoltà perché non ha un buon rapporto con i fatti e con la verità. Un esempio per chiarire. Una volta abolita l’Ici, la tassa sulla casa è ritornata con un altro nome. Ora si chiama Imu ed è molto più pesante di prima. A togliere l’Ici fu Berlusconi che promise l’abolizione e mantenne la promessa. Ma prim’ancora della fine del governo Berlusconi, la tassa uscita dalla porta già aveva fatto il suo nuovo ingresso dalla finestra attraverso il federalismo voluto dalla Lega. Così l’Imu è una tassa leghista. Cosa ti fa e ti dice Roberto Maroni ora che non è più ministro degli Interni? “Pizzo di Stato” così definisce la tassa sulla casa dimenticando di dire che l’Imu è nata in casa leghista. Ma ora Maroni non è più ministro e può permettersi di dire il contrario di quanto diceva prima. Giustamente Sergio Romano lo ha fatto notare ad un suo lettore rispondendo ad una lettera nella sua rubrica sul Corriere della Sera: “Come ‘La Signora Morli una e due’, commedia in tre atti del grande scrittore siciliano, l’on. Maroni è un personaggio pirandelliano: eccellente ministro degli Interni quando è al Viminale, eccellente leghista quando torna a Varese”. Peccato che tra queste due “eccellenze” sia la storia italiana a farne le spese. E non è un modo di dire perché il male che abbiamo davanti è proprio questo: il pagamento delle spese che in venti anni di Seconda repubblica nessuno è stato capace di tagliare e, anzi, sono aumentate e si sono gonfiate oltre misura come la rana della favola di Esopo ripresa da Fedro.

E ci si risiamo ancora una volta con i classici. Ritorniamo lì da dove siamo partiti: la laurea del Trota. Perché comprare un “pezzo di carta” sapendo che il titolo comprato è un titolo finto? Questa è una storia esemplare e persino il nome che il padre gli affibbiò  – “Non è un delfino, è una trota” –  si presta al meglio, proprio come se la sua vicenda personale e politica sia destinata a diventare una favola morale della Seconda repubblica. Cosa c’è di più drammatico del sapere finto? La finzione è stata la vera cifra della Seconda repubblica: la realtà è stata mangiata dalla finzione. I sondaggi, la televisione, le promesse, le veline, i desideri trasformati in diritti: è stato il trionfo del dilettantismo (non dei dilettanti che in fondo conservano il valore della prova e del cimento). Il dilettantismo è fragile e perché fragile pericoloso. Le sue basi sono deboli e instabili e la sua ragione mente a se stessa. Come la laurea del Trota in Amministrazione e commercio. Lo scandalo qui non è da vedersi nell’acquisto del diploma e nell’uso dei soldi del partito elargiti dallo Stato ma nella pretesa che il Trota costituisse un esempio da seguire e un legislatore della Lombardia, la prima e più importante regione italiana. Il dramma è qui: nell’immaginare la finzione al governo, la finzione al potere. Non potrebbe esserci capovolgimento più preciso dell’ideale classico di governo: la sapienza quale virtù della ragione è bene che guidi gli uomini. Qui, invece, si pretendeva che a guidare gli uomini padani fosse l’insipienza. Così, puntuale, è arrivata Nemesi con la giustizia divina.

tratto da Liberal del 10 maggio 2012

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