Giancristiano Desiderio

Vivere con la scossa

In filosofia storia on 30 maggio 2012 at 1:55 pm

Ancora il terremoto. Ancora la terra che trema, ancora il cuore che batte. Prima il boato sordo e cupo. Poi il silenzio. Quindi le urla. Ancora tutto uguale. Chi lo ha vissuto almeno una volta nella vita lo sa bene. Sembrava tutto passato lì in Emilia. Ma quella terra spaccata, divisa, con crepe profonde da cui usciva sabbia e fango e terra molle non lasciava per nulla tranquilli. I geologi davanti al fenomeno non previsto non sapevano cosa dire. I giorni sono passati, una settimana passa in fretta. Poi riecco la terra tremare. Due scosse una più forte dell’altra. La prima alle 9, la seconda – la più cattiva e la più lunga – alle 12,56. Giù le case, giù le chiese, giù i mattoni, giù il cielo. Sotto le macerie morti e dispersi che diventeranno altri morti, speriamo altri sopravvissuti. Quando la terra trema e tu sei su che balli, non hai molto a cui pensare. Non c’è tempo d’aver paura, di farsi prendere dal panico. In quei momenti – lo so per esperienza, non per deduzione o sentito dire – non hai il tempo d’aver paura. La paura arriva dopo. Quando tutto è fermo.

Quando la terra non balla più. Quando hai ancora una volta un tetto sulla testa. Pensi che il terremoto può venire quando vuole, quando decide lui. Pensi a come è stata costruita la casa. Se con criteri antisismici o comunque buoni criteri o se è stata costruita in modo scriteriato. In Italia, terra di terremoti, prevale in larga parte il secondo modo di costruire. La paura dipende anche da questo. Per segnare la nascita dell’età moderna si possono indicare più date e più accadimenti. Il 1492 è generalmente indicato come l’anno della scoperta dell’America e dell’età moderna. Il 1789 è indicato come l’inizio dell’età contemporanea perché è l’anno della Rivoluzione francese che segna la fine del “vecchio regime” e avvia una nuova stagione del la storia dell’umanità in Occidente. Eppure, si possono indicare anche altre date per dar corso al nuovo corso della storia e della civiltà. Ad esempio, il 1° novembre 1755. Cosa accadde? Il terremoto di Lisbona. Forse, non esiste altra parola per indicare il senso di insicurezza che gli uomini possono provare. Le altre che abbiamo, a partire da quella che solo recentemente è entrata a far parte del nostro lessico – tzunami -, non rendono bene l’idea o quello lo stato d’animo che è tipico dell’uomo che ha ballato sulla terra tremante o è rimasto sepolto sotto le macerie della sua casa. Il 1° novembre 1755 è stata l’ultima volta che i piani di Dio sull’uomo sono stati oggetto di un dibattito pubblico generale in cui si sono impegnate le menti più notevoli del tempo: Voltaire, Rousseau e Kant. Fra le macerie di Lisbona l’indifferenza della natura, il male e il dolore del mondo si riverbera- no sul volto di Dio che se non rinuncia alla sua onnipotenza, come suggeriranno al pensiero le catastrofi “umane, troppo umane” delle guerre mondiali, della bomba atomica e dei campi di sterminio, deve almeno deporre la sua maschera di misericordia. Ma nelle pieghe dei discorsi della filosofia intorno alle rovine della città, un interrogativo, assai più inquietante, fa la sua comparsa, e ci accompagna fino a oggi: e se l’autentica catastrofe non fosse nient’altro che l’uomo stesso? Come si legge in Potere e sopravvivenza di Elias Canetti: «L’umanità intera era perita. L’unico uomo rimasto, l’unico che fosse ancora in vita, era lui. Egli rifletté su quale catastrofe avesse potuto provocare la fine dell’umanità, e formulò più d’una supposizione. Forse il sole s’era allontanato dalla terra ed era sopravvenuta una glaciazione generale. Forse s’era trattato di un terremoto, come una volta quello di Lisbona». Il terremoto di Lisbona rase al suolo la città. Ma non è l’unica volta che è accaduto. Il terremoto visita la nostra storia, la nostra vita, la nostra mente, la nostra casa periodicamente. Ho ricordi personali del terremoto del 23 novembre 1980. Era domenica. Come ogni domenica c’era stato il rito delle partite. A quel tempo c’era ancora Novantesimo minuto con quella banda di scarpa sciolta degli amici di Paolo Valenti. Di sera calò una fitta nebbia e al freddo subentrò l’umidità. Ragazzino, dodicenne, lasciai casa dei miei genitori con mia nonna e a piedi andammo verso casa di nonno Michele. Una distanza di poco più di cinquecento metri, tutti nella nebbia. La casa dei nonni era al terzo piano. Salimmo le scale e mentre nonno ci attendeva sulla porta, sull’ultima rampa di scale il palazzo cominciò a ballare. Paurosamente. Ma in quel momento non c’era tempo d’aver paura, tutto avvenne in pochi secondi. Il ballo stesso che ci avvicinò alla porta d’ingresso dell’abitazione, mentre le scale di marmo sembravano esser diventato scale mobili, entrammo in casa e tutti e tre – io in mezzo e i miei nonni abbracciati su di me – ci mettemmo sotto l’architrave principale del palazzo che – alla lettera – dopo esser sobbalzato in alto cominciò a ondulare, tanto che i platani del viale potevano da me quasi esser toccati con mano. Ogni volta che il terremoto fa tremare ora questa ora quella regione d’Italia ritornano in me quelle immagini e il clima di quella serata, prima e dopo la scossa. Il 1789 fu un terremoto a tutti gli effetti. Quella data è indicata come l’inizio dell’età contemporanea, ossia quell’età che noi stessi siamo e viviamo – chissà come farà l’umanità ad uscirne, dovrà dire di essere al di là della stessa “storia”, un’età post-storica – proprio perché fu un terremoto. Il mondo non fu più quello che era stato fino a quel momento. Gli uomini lo percepirono benissimo e lo capirono. Là dove arrivava, la Rivoluzione cancellava la città, quasi come il terremoto di Lisbona. Gli uomini percepivano di essere all’alba di un nuovo mondo proprio perché un altro mondo si inabissava. Anche oggi quella Torre del Duecento che si è sbriciolata a Finale Emilia e quell’orologio che è rimasto tagliato in due, dividendo il tempo proprio nelle pietre e i mattoni tra il prima e il dopo, sembrano indicare il vecchio e il nuovo, la fine e l’inizio. Anche se non si sa cosa realmente inizi, mentre gli abitanti di quei luoghi sanno cosa finisce. Ma è tutta la nostra epoca ad essere contrassegnata dal terremoto. Avvertiamo nell’aria un senso di in- sicurezza e di instabilità come se il mondo nel quale siamo dovesse perdere da un giorno all’altro i suoi punti di riferimento. I discorsi pubblici sono improntati alla speranza del tipo “ce la possiamo fare”ma è proprio in questo sentimento di speranza che sembra crescere la paura più estrema: la perdita di ciò che si ha e si è costruito nel tempo con più generazioni. Possibile? Il «Poema sul disastro di Lisbona » di Voltaire – ma nel 1908 si sarebbe potuto scrivere un «Poema sul disastro di Messina e Reggio Calabria» e nel 1883 un «Poema sul disastro di Casamicciola» – dice che sono riflessioni sull’assioma “Tutto è bene”. Inizia così: «O sventurati uomini! O infelice terra! O spaventosa congerie di tutti i mortali! Eterno sostentamento di tutti i dolori! Filosofi fallaci che gridate: “Tutto è bene”. Accorrete, contemplate queste tremende rovine. Queste macerie, questi brani di carne e queste misere ceneri. Queste donne, questi fanciulli l’un sull’altro ammassati… ». Il terremoto nell’intenzione di Voltaire deve stare a significare e a testimoniare che la lezione di Leibniz che il nostro «è il migliore dei mondi possibili» è fallace. Il terremoto non si lascia inserire nella teodicea e viene a scompaginare i piani di Dio per l’uomo, senz’altro viene a distruggere le opere che agli uomini costano grandi fatiche. Ma proprio le rovine della storia ci restituiscono un senso delle cose umane che sono caratterizzate dal tempo e dalla loro limitata durata. Se anche l’Impero romano è finito, come possiamo pensare che il nostro più piccolo mondo, forse più luccicante, non debba finire? È in questa dialettica o, meglio, lotta tra ciò che finisce e ciò che non finisce c’è il senso delle umane cose che per loro natura indefinita sono attraversate dal terremoto. Siamo un po’ tutti terremotati, sia perché ognuno di noi è passato in un terremoto – e poterlo dire e ricordare è già un vantaggio, anche se non sempre i ricordi aiutano perché la paura si rinnova – sia perché siamo impegnati a costruire ciò che sarà terremotato. Ma altro non possiamo fare nella vita. Il bene a cui si riferiva Leibniz, in fondo, è proprio questo: la dignità di formare un’opera nonostante la sconfitta. Di queste note i terremotati che piangono i parenti e la casa non sapranno cosa farsene. Tuttavia, bisognerà pur tornare a vivere. Il presidente Napolitano ha detto «supereremo questo momento». Non c’è alternativa. Come non c’è alternativa alla terra che trema. L’unica cosa che si può fare è imparare a conviverci. Con il pensiero e con l’azione.  

tratto da Liberal del 30 maggio 2012

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