Giancristiano Desiderio

L’alternanza dei Berlusconi I e II

In politica on 12 luglio 2012 at 7:55 am

Il dopo Berlusconi è molto peggio di quanto non si immaginasse. Venti anni dopo la famosa discesa in campo, ecco la nuova discesa in campo. Se la prima volta si doveva dare corpo alla democrazia dell’alternanza e ne scaturì la democrazia dell’altalena, la seconda volta si dovrà fondare l’alternanza interna alla nuova Forza Italia passando da Berlusconi I a Berlusconi II. Chi lo dice? Ieri come oggi lo dicono i sondaggi: senza Berlusconi II il Pdl cade al 10 per cento, con Berlusconi II risale al 30 per cento. Ergo, siccome la politica da quelle parti è solo un sondaggio, la nuova discesa in campo è necessaria. 

Angelino Alfano è già d’accordo nel fare parte del ticket e sarà il primo dei quarantenni che alle spalle di Silvio Berlusconi II, proprio come i quarantenni di dieci anni fa e i quarantenni di venti anni fa (vale a dire i cinquantenni e i sessantenni di oggi). È l’eterno ritorno dell’uguale, superuomo compreso. Il dopo Berlusconi è molto peggio di quanto non si immaginasse perché non è vero che il partito di Berlusconi – metteteci voi il nome che più vi piace – senza Berlusconi ha dei problemi seri di tenuta elettorale. Non è vero. Più semplicemente il partito di Berlusconi non esiste senza Berlusconi e siccome non esiste neanche con Berlusconi, dal momento che esiste solo Berlusconi, ne nasce un grave problema per tutto quel mondo che sta da quelle parti e che dovrebbe svolgere la funzione di rappresentare o il centrodestra o il ceto medio italiano. Le cose sono andate così: ciò che resta del Pdl senza Berlusconi ha visto i sondaggi e si è spaventato a morte. Ai colonnelli berlusconiani non è neanche passato per l’anticamera del cervello di non usufruire dei sondaggi o di leggerli con giudizio o di mettere in conto di dover fare un duro lavoro di semina per poi passare al raccolto con soddisfazione per aver creato qualcosa di duraturo con la propria intelligenza, con la propria passione e con le proprie mani. I colonnelli berlusconiani hanno ripetuto l’unica cosa che hanno imparato a fare in questi anni: commissionare sondaggi per vedere l’effetto che fanno. E una volta letti i risultati hanno invocato Berlusconi I e gli hanno chiesto di trasformarsi in Berlusconi II. Nessuno di loro – i nomi, come il partito, metteteli voi – ha mai preso in considerazione l’idea di dar corpo a una politica, di archiviare la stagione berlusconiana e intraprendere con convinzione e ragionevolezza il percorso europeo del governo Monti, di sviluppare un programma concreto e praticabile per la continuazione del risanamento e, insomma, fare un appello all’Italia e agli italiani per lavorare insieme su Stato, nazione, Europa. L’unica cosa che sono stati in grado di concepire è stata chiamare papà o papy.

Sapete quale sarà il problema più serio? I quarantenni. Dove sono questi quarantenni che conoscono i problemi dello Stato italiano, che sanno come funziona male l’economia italiana, che si intendono molto bene della sanità, della scuola, della giustizia? E una volta che saranno saltati fuori e formeranno la bella squadra da mettere intorno sorridente e smagliante a Berlusconi II che sarà di loro? Se l’unica cosa che realmente conta è il sondaggio, allora, i quarantenni sono pura coreografia. A questi quarantenni vorrei dire che una volta in Forza Italia c’erano i professori – sì, proprio così, i professori – e si chiamavano Giuliano Urbani, Giorgio Rebuffa, Saverio Vertone, Marcello Pera, Lucio Colletti, Piero Melograni e la loro novità servì a dimostrare che la destra aveva cervelli e cultura. Come andò a finire la storia? I cervelli uno alla volta andarono via e dovettero arrendersi davanti all’evidenza della impossibilità di attuare la rivoluzione liberale. Tutta colpa di Silvio Berlusconi troppo padre-padrone del suo partito sondato ma inesistente? Macché. Non fu tutta colpa sua, ma i quarantenni di oggi dovrebbero chiedersi almeno come sia possibile ricominciare daccapo ancora una volta con un uomo solo al comando che, purtroppo, non si chiama neanche Coppi.

Venti anni fa era tutto un altro mondo. Lui aveva poco più di cinquant’anni e aveva tutto il diritto di scendere in campo e parlare agli italiani promettendo loro una cosa nuova chiamata Seconda repubblica per far piazza pulita della partitocrazia. Ma venti anni dopo, sempre lui, non ha più storicamente questo diritto, non tanto per le cose da promettere ma per le cose di cui far piazza pulita perché tra queste cose c’è proprio la sua storia partitica, politica e di governo. Non voglio citare la solita frasetta di Marx dal sapore hegeliano, non voglio tirare in ballo le battute caustiche di Flaiano. No. Voglio solo dire ciò che il Cavaliere potrebbe dire nel presentare la sua “seconda volta”. Potrebbe iniziar così: «Allora che cosa si deve fare? Io credo che si debbano approntare delle cure, che si debbano approntare dei programmi che dicano con precisione che cosa si deve fare per risolvere ogni problema». Potrebbe già bastare, ma voglio aggiungere ancora qualcosa: «Credo che si debba anche portare alla guida del Paese uomini diversi da quelli che fino ad ora l’hanno diretto e amministrato. Io credo che mai come oggi l’Italia abbia bisogno di uomini sulla testa sulle spalle, e quando dico uomini intendo dire, naturalmente, donne e uomini. Uomini che non sappiano soltanto fare bei discorsi, fare bella figura alle tavole rotonde o in televisione, tenere comizi, rispondere alle battute, ma che sappiano invece e soprattutto operare; uomini che sappiano dire bene e chiaro ciò che vogliono fare, ma che sappiano soprattutto trasformare in azioni le loro parole e che abbiano i risultati del loro lavoro a testimoniare questa loro capacità. Uomini che vengano dalla trincea della vita e del lavoro, uomini di speranza, di fiducia, di ottimismo, animati da una gran voglia di fare».

Peccato che queste parole siano state già pronunciate al Palafiera di Roma il 6 febbraio 1994. E quante cose sono state poi scritte da Gianni Baget Bozzo, Vittorio Feltri, Giuliano Ferrara, Paolo Guzzanti e anche da chi, come me, scriveva per i giornali che nascevano come funghi in un centrodestra effervescente. Che cosa ne è di tutta questa intelligenza politica e culturale e giornalistica venti anni dopo? Sono tutti pronti a fare esercizio di realismo e dire: «Sì, certo, se porta a casa il 30 per cento dei voti si candidi pure, poi il resto si vedrà». Appunto, dopo venti anni siamo ancora qui, a credere al vuoto e nella democrazia dell’alternanza tra Berlusconi e Berlusconi.

tratto da Liberal del 12 luglio 2012

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