Giancristiano Desiderio

Il Paese malato

In politica on 25 luglio 2012 at 8:41 am

C’è quello che sostiene che è un’ingiustizia perché non si può abolire una provincia in base ai chilometri quadrati. C’è quell’altro che tira in ballo la Costituzione e dice che il decreto della spending review – revisione della spesa – è incostituzionale. C’è quell’altro ancora che si appella all’anagrafe e alla demografia e per salvare le capre provinciali e i cavoli suoi vuole aggregare i comuni della provincia confinante. Mentre l’Europa intera trema e corre il serio pericolo di venire giù, i “primi cittadini” dimostrano di essere gli ultimi a voler fare qualcosa di concreto per evitare sprechi, spese, privilegi, consulenze, aziende miste e partecipate, municipalizzate e provinciali con concorso regionale e scendono in piazza prendendo sul serio o fingendo di prendere sul serio quanto dicono i presidenti di provincia – quelli “aboliti” e quelli sopravvissuti – sulla prossima apertura dell’anno scolastico: «L’apertura delle scuole è a rischio». E nessuno si rende conto, nella tragicommedia collettiva, che se c’è un motivo che giustifica il decreto del governo e, anzi, è un giustissimo incentivo ad abolire anche gli altri enti provinciali non “tagliati”, è proprio questa incredibile scusa o alibi sulle scuole. 

L’ente provinciale, infatti, deve fare per sua chiara e scritta ragione sociale due cose: badare alle strade e alle scuole. Se all’inizio dell’anno scolastico non hanno i soldi da parte per aprire con decenza gli istituti scolastici di secondo grado – le province si occupano solo di queste scuole e non di altre – allora è bene che siano abolite subito. Del resto, c’è qualcuno in qualunque provincia d’Italia che possa testimoniare sul corretto e previdente avvio dell’anno scolastico? Le scuole italiane, soprattutto quelle servite dalle province, sono sempre messe male, mancando di manutenzione, non hanno banchi e sedie e per avere un controllo della stabilità e della idoneità dei luoghi bisogna attendere che periodicamente accade il “fattaccio” in cui ci scappa il morto e il ferito. Dunque, se le province non hanno i soldi per garantire la doverosa e corretta apertura delle scuole, questa non è una ragione per mantenerle in vita, ma per toglierle definitivamente di mezzo. Tutte.
I sindaci prendono fischi per fiaschi. Anche ieri in piazza erano spaesati. Si aggiravano davanti Palazzo Madama tutti fasciati e tricolori ma non si sono resi conto che il clima nazionale è un altro. L’aria è cambiata e se si scende in piazza non lo si può più fare per rivendicare diritti che nascondo privilegi e sprechi ma per chiedere tagli, controlli, esempi. Hanno ragione quando dicono che molti enti locali rischiano il fallimento, ma hanno torto marcio nel sostenere che la bancarotta sarebbe figlia dei tagli del governo Monti. No, il disastro economico e finanziario dei Comuni e delle Province e delle Regioni pre-esiste ai tagli ed è la causa della necessità della revisione della spesa. È un Paese malato quello in cui le cause diventano le conseguenze e gli effetti vengono visti come condizioni. E l’Italia è indubbiamente un Paese malato. Lo spread deve scendere e scenderà, il debito deve calare e calerà ma il tutto non servirà a nulla se poco dopo si ricomincerà come se nulla fosse e ogni “cosa pubblica” sarà vista solo come una mammella a cui attingere per ingrassare a spese dello Stato e dei suoi molti sottoprodotti.

Prendete l’accusa di incostituzionalità. Il decreto del governo Monti che taglia le province sarebbe incostituzionale e giù una sfilza di leggi e deduzioni e ragionamenti. Ma perché il modo in cui il debito pubblico è stato accumulato è stato costituzionale? L’idea di attribuire alle province funzioni e compiti che nulla ma proprio nulla hanno a che vedere con la manutenzione delle scuole e della strade è costituzionale? Le aziende partecipate sono costituzionali? E le consulenze tanto al chilo? Luigi Einaudi volle scrivere di suo pugno l’articolo della costituzione sul Bilancio. L’ultimo rigo dell’articolo 81 recita così: «Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte». Ma chi ha rispettato fino in fondo il dettato costituzionale? Quelli che oggi vogliono il rispetto puntiglioso della carta costituzionale per senso di giustizia sono gli stessi che ieri l’altro sorvolavano non sulle virgole ma sulla sostanza e se qualcuno faceva rilevare loro che così si pregiudicava il futuro dei posteri si sentiva magari rispondere con il sarcasmo di uno scrittore irlandese: «I posteri? Perché ci dovremmo preoccupare di loro se loro non si sono mai preoccupati di noi?».

Se non siamo capaci di essere lungimiranti, cerchiamo almeno di guardare la punta del naso. È finita per sempre l’idea che ci siano cose intoccabili: si può toccare la spesa pubblica e i finanziamenti all’impresa privata, si tocca il pubblico impiego e il lavoro privato, si deve toccare sempre di più la spesa per Camera, Senato e partiti. Il mondo è cambiato e prima cambiano menti comportamenti e meglio sarà per tutti. I sindaci siano veramente i primi cittadini a chiedere buon esempio ed a fare ogni giorno la spending review.

tratto da Liberalquotidiano.it del 25 luglio 2012

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