Giancristiano Desiderio

Elogio dei quarti

In politica on 9 agosto 2012 at 7:42 am

Tania Cagnotto, Vanessa Ferrari, Lorenzo Carboncini, Niccolò Mornati, Andrea Baldini, Alberto Busnari hanno qualcosa in comune: la delusione. Tuffi, canottaggio, fioretto, ginnastica: ognuno nella propria disciplina si esprime al meglio. Altrimenti non sarebbero ai Giochi di Londra. Ma proprio perché sono bravi, la delusione è più forte. La medaglia che hanno vinto è la cosiddetta medaglia di legno, che solo a dirlo fa venire i nervi. Pensa tu che cosa significherà “vincerla”. Non tutti reagiscono come ha fatto Alberto Busnari: «Per me è il quarto posto della gioia. Quando sono sceso dall’attrezzo ho esultato perché, finalmente, ero riuscito a dimostrare l’enorme lavoro che avevo fatto». Gran classe, non c’è che dire, con o senza cavallo. Mentre Tania Cognotto di tuffarsi non ne vuole più sapere: «Mai più mi tufferò». Per lei la delusione è stata forte perché l’attesa per le Olimpiadi era fortissima, tanto che il suo libro Che tuffo, la vita (Limina), uscito solo qualche settimana fa, si apre proprio con il capitolo dedicato a Londra 2012 che racconta l’attesa e la grande speranza per quella medaglia di bronzo.

Una delusione molto più forte quella della tuffatrice perché la medaglia di bronzo in fondo non è una medaglia di bronzo ma un’altra medaglia d’oro o d’argento. La Cagnotto lo spiega così: “C’è Jennifer Abel, canadese di Laval, in Quebec. Ha sei anni meno di me. Dicono che la lotta per la medaglia nella gara individuale dell’Olimpiade riguarderà soprattutto noi due: mi sa che sarà proprio così. A questo punto vi chiederete: ma le medaglie sono tre, e le altre due? Per chi non mangia pane e tuffi, ecco la risposta: perché da una trentina d’anni, salvo sporadiche eccezioni, il podio di una gara importante è fatto per due terzi da cinesi. Al resto del mondo rimane una sola medaglia, che nella stragrande maggioranza dei casi è quella di bronzo». Dunque, era già tutto scritto: oro e argento alle cinesi e solo il bronzo in palio che però se lo è aggiudicato Laura Sanchez Soto e la Cagnotto subito dopo. Ha vinto la delusione.

Quella medaglia di bronzo la tuffatrice azzurra la rincorreva e voleva. A Pechino si piazzò al quinto posto. Questa era la sua ultima Olimpiade, ecco perché ci teneva così tanto a quel terzo posto, alle spalle delle cinesi: «Tornerò qui fra poche settimane per disputare la mia quarta Olimpiade. L’ultima. A Sidney ero una bambina, l’ho preso come un gioco. Ad Atene ci ho provato ma davanti avevo ancora troppi mostri sacri. A Pechino un pensierino alla medaglia l’ho fatto, solo che c’è stato chi ha azzeccato la gara della vita e così sono rimasta ai piedi del podio. A Londra non avrò più scuse. Sarà l’Olimpiade della maturità, quella in cui, mi perdonerà il barone de Coubertin, l’importante non sarà partecipare ma vincere una medaglia». Ora la sua delusione è più comprensibile, diciamo pure più umana. Perché a Tania Cagnotto mancava solo la medaglia olimpica e ora le mancherà per sempre. Le prime medaglie le ha vinte a 14 anni nel 1999: oro agli Europei giovanili di Aachen dal trampolino e ai Mondiali giovanili di Pardubice dalla piattaforma. Da allora non è più fermata: ma il suo miglior piazzamento alle Olimpiadi resterà la medaglia di legno di Londra 2012.

Anche per Vanessa Ferrari la delusione è stata cocente. Ancor di più perché la Ferrari non è arrivata quarta ma terza, proprio così: terza. Insomma, un perfetto ex aequo che però nella ginnastica non è previsto (mentre è previsto in altre discipline). Una regola assurda che diventa una beffa quando le avversarie effettuano esercizi più facili con esecuzioni non migliori e si aggiudicano punteggi più alti. Vanessa Ferrari non ci sta ed è più arrabbiata che delusa. Così quando si presentano i giornalisti con le loro domandine, lei non le manda a dire e ne ha per tutti: «Questa medaglia me la meritavo. Partivo con lo stesso punteggio della Ponor, lei ha preso 15.200, io 14.900 ma non ho visto tutta questa differenza. Che voto mi do? Il suo. E poi lei in finale non ci doveva neanche essere, nelle qualificazioni le hanno perdonato un grosso errore. Ma lei è romena…». Invece, al corpo libero della Ferrari non hanno perdonato nulla. La Federazione ha qui, dove non ci sono cronometri e misure ma valutazioni e giurie, la sua grande importanza. Insomma, la Ferrari ne fa un problema di rispetto delle federazioni nazionali: «Questa è una disciplina in cui l’Italia è ancora troppo piccola». Sta di fatto che il punteggio è in pareggio ma il bronzo va alla Mustafina. In questo caso la maledizione della medaglia di bronzo è davvero un’ingiustizia che andrebbe eliminata introducendo la regola del doppio bronzo.

Si capiscono le parole di Andrea Baldini: «Il quarto posto è il piazzamento più brutto». In realtà, c’è chi sostiene che il piazzamento che brucia di più sia il secondo: perché lì in ballo c’è l’oro e quando perdi ti devi “accontentare” dell’argento. Ma una cosa è questo schifo di ragionamento e altra cosa è l’esclusione dal podio olimpico. Qui fila molto meglio il pensiero del fiorettista livornese: «Arrivi lì vicino, arrivi a gustarti la medaglia, poi resti fuori dal podio e fa male Ho pagato forse il fatto che era la mia prima Olimpiade». A Pechino non partecipò per una storia di doping: il primo giorno di agosto 2008, alla vigilia dei Giochi, quando era il numero uno del ranking mondiale, venne escluso dalla Nazionale perché trovato positivo ad un diuretico, il Furosemide. Il 10 aprile 2009 il tribunale antidoping della Fie riconobbe il sabotaggio e condannò Baldini a soli sei mesi per negligenza. Da quel giorno è partita la riscossa. La rincorsa è finita con la medaglia d’oro nel fioretto a squadre e con la medaglia di legno nella gara individuale. Una delusione a metà. Come quella, ma per motivi diversi, di Lorenzo Carboncini e Niccolò Mornati, beffati a pochi metri dal traguardo dalle canoe della Germania e della Francia, mentre i neozelandesi, venuti da un altro pianeta, avevano già vinto da un pezzo. Perdere in due aiuta ad essere meno delusi. L’amicizia lenisce il dolore fino al punto, a volte, di trasformarlo in un buon ricordo.

tratto da Liberalquotidiano.it

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