Giancristiano Desiderio

Senza il diritto di ridere

In politica on 14 settembre 2012 at 5:25 am

Quel che è certo, per ora, è che ci sono quattro morti americani e tra questi l’ambasciatore Chris Stevens. Il film brutto è questa che va in onda nella realtà, in Libia, e che rischia di diffondersi in altre aree mediterranee, a partire dall’Egitto governato dai Fratelli Musulmani. L’altro film, quello che sarebbe stato girato dall’agente immobiliare californiano Sam Bacile e che s’intitolerebbe L’innocenza dei musulmani è solo un film. Il profeta Maometto sarà anche visto come un impostore e un gaudente, ma ciò non toglie che il film sia soltanto un film. È possibile che alla base dell’attacco al consolato americano a Bengasi, rivendicato da al Quaeda, e dei disordini tuttora in corso al Cairo ci sia il lungometraggio prodotto da egiziani coopti emigrati negli Stati Uniti? Tutto è possibile se si vuole trovare un pretesto per scatenare l’odio contro gli americani e infiammare l’integralismo musulmano contro i blasfemi infedeli. Ma per questo stesso motivo le parole del presidente egiziano Morsi rivolte ad Obama – «Maometto è una linea rossa che nessuno deve toccare, Obama tenga a bada i suoi» – più che inaccettabili esprimono un cortocircuito in cui si vengono a trovare i freschissimi regimi democratici nord-africani seguiti alla fine di Gheddafi e di Mubarak. Anche se volesse, il presidente americano non può impedire che si girino altri film su Maometto, come su ogni altro uomo religioso o un qualsiasi profeta, per il motivo elementare che l’espressione libera è il principio su cui si fondano le democrazie occidentali.

Sam Bacile è tenuto in un luogo segreto, non allo scopo di censurarlo ma per impedire che faccia la fine di Theo van Gogh, il regista olandese del film Sottomissione ucciso in pieno centro ad Amsterdam il 2 novembre 2004 da Mohammed Bouyeri con otto colpi di pistola e un taglio alla gola.

Le parole del presidente egiziano, proprio in questi giorni in visita in Italia ed Europa, non esprimono un punto di forza ma un punto di debolezza. Non tanto sua quanto del suo governo. Ancor meglio: del suo potere. Sono parole paradossali perché sbagliano interlocutore: dovrebbero essere rivolte allo stesso Morsi e ai suoi elettori. È proprio il presidente dei Fratelli Musulmani che deve fare uno sforzo in più per tenere a bada i suoi. Il problema del cortocircuito delle democrazie musulmane non è il lungometraggio del regista californiano ma la propaganda culturale anti-occidentale in cui la stessa religione musulmana è usata come uno strumento politico. La lista degli autori perseguitati dal potere integralista islamico è lunga. Si comincia con Salman Rushdie che pubblicò nel 1989 i Versetti satanici ma lo Ayatollah Khomeini lo maledisse e scomunicò con una fatwa. Da allora lo scrittore vive nell’ombra e sotto scorta. Nel 2005 il quotidiano danese Jyllands-Posten pubblicò una serie di vignette che provocarono la rabbia islamica. Proteste e boicottaggio dei prodotti del Paese. Un estremista somalo cercò di uccidere uno degli autori dei disegni: Kurt Westergaard. Il vignettista è sfuggito a una serie di attentati negli anni. Ha cambiato cinque rifugi ed è consapevole che «questa sarà la mia vita finché vivrò». Anche il vignettista svedese Lars Vilks è sfuggito alla violenza. Aggredito e minacciato di morte nel 2010 per aver rappresentato Maometto con le fattezze di un cane. Il direttore del settimanale satirico francese, Charlie Hebdo, si ero detto “sorpreso” quando alcune molotov furono lanciate contro la sede del giornale. Era la notte del primo novembre del 2011, la redazione fu incendiata. Pochi giorni prima in copertina era uscita una vignetta con Maometto che prometteva «cento frustate se non morite dal ridere». E anche l’Italia ha avuto il suo quarto d’ora di gloria per una vignetta satiriche. Fu una vignetta stampata su una maglietta che l’allora ministro Calderoli sfoderò durante un’intervista al Tg1 il 17 febbraio 2006. Nella notte centinaia di persone assaltarono il consolato italiano a Bengasi. Ancora una volta Bengasi. Durante la rivolta rimasero uccise quattordici persone e Calderoli si scusò.

Sembra una storia assurda, lontana da noi mille anni di storia. Ci sembra impossibile che si possa odiare e addirittura uccidere qualcuno – e infatti dovrebbe e deve essere impossibile – perché si è macchiato del “peccato” di satira. Cosa avrebbe dovuto fare il povero Giovanni Spadolini che era disegnato da Forattini nelle sue vignette grande e grasso come Obelix e con il pistolino di Pisellino? Torna in mente la storia del romanzo di Eco, Il nome della rosa, con la scomparsa, ad opera del venerabile Jorge, del secondo libro della Poetica di Aristotele, quello sulla commedia, che Adelmo da Otranto aveva arricchito con delle miniature che mostravano il papa come una volpe e i cardinali come delle scimmie. Per Jorge, che avvelenò quelle pagine, il riso deturpa l’anima e a nulla valsero le parole di Guglielmo: «Ma il riso è proprio dell’uomo». L’ambasciatore americano Stevens è stato ucciso perché non si può ridere di Maometto? Non lo credo. Il film è solo un pretesto. Ma fino a quando i musulmani non sapranno ridere anche del Profeta, ci saranno sempre un film, una vignetta, un libro buoni per uccidere.

tratto da Liberalquotidiano.it del 14 settembre 2012

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