Giancristiano Desiderio

La scuola di mamma e papà

In politica on 20 settembre 2012 at 5:56 am

Hanno tutti il telefonino e c’è chi ne ha due e chi ne ha anche tre. Non scassoni, roba costosa. Piuttosto è molto più difficile che abbiano tutti i libri. Quelli possono aspettare. E poi costano troppo. Il caro libri è un problema serio per la scuola e per le famiglie, così serio che a volte ci si rinuncia. Anche il caro telefonino è un problema, ma nessuno vi rinuncia. Come nessuno può rinunciare all’agenda figa che non costa meno di un libro. Il telefonino in classe va tenuto spento ma se non si controlla e ricontrolla sarà sempre acceso. «Professore, posso uscire, mi sta chiamando mia madre» e ti mostra il cellulare che si colora con la scritta e la fotografia della mamma (dovrebbe essere realmente la mamma, ma non si può escludere che sia un falso). I genitori pur sapendo che i figli sono a scuola e pur sapendo che a scuola il telefonino deve essere spento, telefonano per parlare con i loro figlioletti. A volte si danno appuntamenti telefonici precisi: «Professore, posso uscire, mi deve chiamare mamma». La scuola nella mente di un genitore non è un luogo dove si va per imparare l’italiano e l’inglese, la matematica e la storia ma un luogo dove si va per imparare a telefonare a mamma. La scuola nella testa di un genitore è una sorta di prolungamento della casa e l’università è una specie di prolungamento della scuola e quando l’università è finita – se si giunge alla fine – si ha l’illusione di essere diventati grandi e di essere usciti di casa ma in realtà si hanno sempre tra i sedici e i venti anni e ci si ritrova ancora a casa.

Ogni tanto c’è una ricerca che ci dice che i ragazzi italiani di trent’anni e passa sono ancora a casa con mamma e papà. Questa volta è la volta del Censis: «Il 31 per cento abita con la madre e il 42 ad un massimo di trenta minuti dalla sua abitazione». Andar via di casa e – come diceva Troisi – “farsi una famiglia” non è facile e questo nessuno le nega. Però, nessuno afferma che i ragazzi, che poi diventano giovani e quindi adulti, ci devono almeno provare e che, in fondo in fondo, senza star dietro a paroloni e pedagogia sofisticata, la scuola a questo serve: a provare a far da sé. Ma è una filosofia antiquata che non si usa più. I ragazzi e le ragazze soffrono di ansia. Per qualunque cosa. Per qualunque sciocchezza. «Domani ho il compito di italiano» e sono ansiosi. «Domani vado all’interrogazione» e sono agitati. I genitori, che non li vedono mai studiare, si preoccupano, e non delle poche o nulle ore di studio ma dell’esito dell’interrogazione che è stressante. Ai loro figlioletti deve essere risparmiato tutto: lo studio, che è fatica, deve essere una passeggiata, non ci devono essere ostacoli, nessun contrasto e se qualcosa va storto è chiaro che i professori sono dei cretini (e anche questo non si può escludere, ma i genitori dovrebbero di difendere l’autorità scolastica invece di concepirla come un asilo per adolescenti). La famiglia è una risorsa e una sicurezza, ma può anche trasformarsi in un ostacolo e in un’illusione di immunità. La scuola altrettanto e il combinato disposto di familismo e scolasticismo può essere fatale.

Il mondo scolastico ha in sé un rischio: invece di fare della vita una scuola fa della scuola una vita. La scuola italiana non finisce più e chi si affeziona al suo dolce far niente può giungere alla tenera età di trenta e passa anni con un’unica esperienza: la scuola. Passando una vita sui libri e acquistando una cultura puramente libresca ci si abitua a pensare, alla maniera di Don Chisciotte, che tutto sia come nei libri e si finisce per ignorare quello che Cartesio chiamava “il gran libro del mondo”. Oggi che l’università non serve più a creare teste pensanti ma culla l’illusione che serva a creare teste lavoranti, i ragazzi e le ragazze italiane scelgono con mamma e papà il loro corso di laurea “tre più due” nella miriade di corsi di laurea dell’accademismo italiano che ha ridotto anche i mestieri e i lavori che si imparano sul campo – dal barbiere all’infermiere – in un corso di formazione che crea una testa lavorante disoccupata. Mamma e papà pagano e pagano per avere un figlio e una figlia laureati che alla fine dei lunghi studi di carta faranno ritorno a casa, dalla quale non sono mai andati via, in attesa che il mondo riconosca loro il titolo di studio e di lavoro per il quale hanno studiato passeggiando. Da questo lungo viaggio scolastico – lungo almeno venticinque anni, dall’infanzia alla laurea – è stata completamente estromessa anche solo l’idea che si studia e si lavora e ci si sacrifica investendo su stessi, sommando esperienza ad esperienza e acquisendo e conoscendo sul campo abilità e autorevolezza. La formazione dell’uomo e del cittadino, del professionista e del lavoratore specializzato – per usare parole grosse – è stata ridotta ad un’astratta pratica scolastico-accademica al termine della quale i genitori possono passare allo sportello a ritirare i loro presuntosi disoccupati laureati che il sabato sera vanno ancora a ballare e bere per i locali della movida cittadina e paesana e la domenica mattina dormono fino all’ora di pranzo. Buon giorno, Italia.

tratto da Liberalquotidiano.it del 20 settembre 2012

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