Giancristiano Desiderio

Veltroni e la mossa del cavallo di Foa

In politica on 16 ottobre 2012 at 5:33 am

Walter Veltroni saluta (da Fazio) e se ne va. Anzi, no. Resta. Ha detto che non si ricandiderà, che non sarà più della partita, ma è anche vero che non è stato mai così in partita come ora che si è messo da solo in fuorigioco. Non ne poteva più di essere visto come un dinosauro e di sentirsi dire che aveva già prenotato la poltrona di presidente della Camera dei deputati. Così ha detto che lui tra i deputati non ci sarà più. La parola “rottamazione” non gli piace perché – ha ragione – si rottamano le cose ma non le persone, ma ora la sua volontaria uscita di scena rischia di “rottamare” involontariamente anche chi a uscire di scena non ci pensava proprio: Massimo D’Alema, Rosy Bindi, Anna Finocchiaro. Lui, Veltroni, può sempre andare in Africa, ma questi dove andranno?

Non si sa se il “gran gesto” di Walter Veltroni sia un gesto di politica o di antipolitica. Gli esperti indaghino. Fatto sta che sembra essere un grande, enorme, sonoro “vaffa” proprio al suo stesso partito che tra Mario Monti e Nichi Vendola ha scelto il presidente della Puglia piuttosto che il presidente del Consiglio «che ha dato prestigio e autorevolezza all’Italia dopo la tragedia del montismo». Non capisce Veltroni, che ha specificato – quasi come una nuova edizione del suo “ma anche” – che non si ricandiderà ma non rinuncerà a fare politica, come sia possibile sostenere il governo Monti e allo stesso tempo escluderlo dalla propria politica per includere invece chi – Vendola – lo vuole non solo escludere ma anche cacciare come pericolo per l’Italia. Non capisce, quello che un tempo era “il giovane Walter”, come sia possibile vedere in Mario Monti, che fino a questo momento ha salvato l’Italia, un pericolo per l’Italia, mentre coloro che con le loro politiche e idee e velleità sono un pericolo per l’Italia dovrebbero essere invece in grado di salvare il Paese. Sembra quasi che il motivo vero di non ricandidarsi non sia nella volontà di mettere un punto e passare la mano, quanto nella volontà di marcare la differenza con chi ha deciso di escludere Monti e la sua esperienza di governo dal “documento programmatico” del Pd di Bersani alleato con Vendola. La auto-rottamazione di Veltroni è curiosa, paradossale, innovativa. In fondo, ha solo 57 anni e la sua presenza a Montecitorio è “appena” maggiorenne: 18 anni. Eppure, in un solo colpo sono in tanti che da domenica sera sono diventati più vecchi. Come se la scelta irrevocabile di Veltroni – «non ritornerò mai sui miei passi» – avesse sbloccato le lancette di un orologio immaginario che era stato fermato come in un incantesimo al secolo scorso. Ora i già citati D’Alema, Bindi, Finocchiaro, “ma anche” Pierluigi Castagnetti, Franco Marini, Livia Turco, Marco Follini, Giuseppe Fioroni, Giovanna Melandri e non pochi altri vedono il loro orologio politico recuperare in un sol botto tanti anni, come se un un’ora o un attimo equivalessero a dieci, quindici, venti anni. Forse, ora, si mangiano quasi le mani e pensano: «Ma perché non c’ho pensato io a fare la bella uscita che ha fatto Veltroni? Li avrei fregati tutti». Invece, c’ha pensato lui che a furia di Beatles e Figurine Panini, di romanzi e PPP ha avuto l’intuizione lirica giusta e ha detto come un Adriano Celentano vecchia maniera: «Ciao ragazzi, ciao». Enrico Letta, che non ha neanche un capello in testa ma ha meno anni di Veltroni sia in Parlamento sia nella vita vera, dice “ripensaci”. Non ha capito niente. Ve lo immaginate un Veltroni che dopo esser andato alla messa di Fazio e aver annunciato con solennità la sua auto-rottamazione ritorna sui suoi passi e dice: “Mi ricandido”. Neanche un romanziere come lui potrebbe inventare una trama più brutta e si sa che Veltroni è per la “bella politica”. Non resta – per chi è ancora dentro – che rassegnarsi: Veltroni è fuori dai giochi e si è rimesso in gioco mentre chi è dentro i giochi è rimasto clamorosamente in fuorigioco. Detta così sembra una cazzata, ma provateci voi a fare quella che Ermete Realacci ha chiamato «la mossa del cavallo». Veltroni ha fatto proprio questa mossa e il suo ispiratore non occulto sarà stato Vittorio Foa che la mossa del cavallo teorizzò, praticò e pose come titolo della sua autobiografia. La mossa del cavallo è inversa rispetto a quella della torre, perché il cavallo con quella “elle” disegnata sullo scacchiere tende a spiazzare l’avversario, anche se in questo caso il cavallo veltroniano ha spiazzato i suoi compagni di viaggio, o quelli che dovrebbero ricoprire questo ruolo. Senz’altro il vecchio Foa ha ispirato il giovane Walter. C’è un chiaro indizio: la citazione che gli ha dedicato dicendo che non conta solo la carta d’identità, perché Foa era anziano ma innovatore, mentre Fiorito è giovane ma non lo è.

Insomma, avanti un altro. Ma non per entrare, per uscire. Nessuno è immune dalla mossa del cavallo. Neanche, tanto per fare due nomi a caso, Antonio Di Pietro e Nichi Vendola. Il primo è addirittura sulla scena ancor prima che Silvio Berlusconi scendesse in campo, anzi fu proprio lui a preparare il campo per la celebre discesa. Mentre Niki Vendola ha una carriera politica che ha gli stessi anni dell’annosità del problema dell’approvvigionamento idrico del barese, con la differenza che prima lo metteva in versi nelle sue poesie parlamentari e ora da governatore delle Puglie dovrebbe decidersi a fare arrivare un po’ di acqua. C’è chi dice che la mossa del cavallo di Walter Veltroni sia in realtà il calcio dell’asino. Non lo si può escludere. Certo è che chi lo ha ricevuto lo ha sentito. Forte e chiaro.

tratto da Liberalquotidiano.it del 16 ottobre 2012

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