Giancristiano Desiderio

La trappola della rottamazione

In politica on 17 ottobre 2012 at 5:29 am

Povero D’Alema. Ora gli danno addosso, lo contestano, lo spingono fuori dal suo partito, lo rottamano. Parola che lui odia, che va bene per un’auto usata andata fuori produzione, come, ad esempio, una vecchia Dacia, ma come si fa a dire a Massimo D’Alema, il primo presidente del Consiglio ex comunista, che se ne deve andare, che si deve auto-rottamare? È una crudeltà. Perché Baffino di ferro, come lo chiamavano da ragazzi ai tempi della bella gioventù, nel partito – prima e dopo il Pci – ci ha passato la vita intera. Per il Partito ha rinunciato alla sua bella laurea in filosofia, perché tanto quel che c’era da capire lo aveva già capito (il resto era roba buona per i professori, e aveva ragione). Se non dovesse più candidarsi, che cosa farà?

Intanto c’è da sciogliere un dubbio: non si candida o non lo candidano? La differenza non è poca. Nel primo caso sarebbe – diciamo così (tipico intercalare dalemiano) – una libera scelta. Nel secondo caso sarebbe una scelta altrui. Lui, forte del vento che sente dietro le spalle – posto dove solitamente ci puntano anche i coltelli -, ha detto: «Dicano se devo candidarmi». Pier Luigi Bersani non ha detto sì e non ha detto no. Ha detto qualcosa di peggio: ha rimandato la palla al partito che dovrà decidere. Insomma, bisognerà valutare se converrà o non converrà candidare uno come Massimo D’Alema. Bisognerà capire se andrà veramente rottamato o se in nome di qualcosa che non ricordano neanche più cosa possa essere vada salvato. Un disastro, per D’Alema. Mentre il partito deciderà saggiamente, il suo rivale e nemico, Matteo Renzi ha già vinto su tutta la linea, ancor prima del risultato del voto delle primarie. La sua legge – la “legge Renzi” sulla rottamazione – è assunta nel bene e nel male come il criterio in base al quale decidere se candidare o no D’Alema. Non ci potrebbe essere per il sindaco di Firenze una vittoria più schiacciante. Perché la vittoria più netta non è quella che si ottiene con la sconfitta e l’inginocchiamento dell’avversario, bensì è quella in cui la tua legge e la tua cultura conquistano il campo avverso. Capitò così con Roma – tanto per fare un esempio storico proporzionato ai nostri fatti – che sconfisse Atena ma ne fu conquistata sul piano culturale. Capiterà così molto probabilmente anche nel Pd dove forse D’Alema riuscirà a sconfiggere Renzi ma il prezzo da pagare e già pagato è l’adozione della legge dell’avversario come regola per governare il partito. Ergo, D’Alema fuori.

Matteo Renzi, applicando una necessaria regola enunciata da Marx e prima da Machiavelli e prima da Tacito e prima direttamente dal Padreterno, ha fatto di necessità virtù e ha condotto la battaglia con il legname che aveva in cascina. La rottamazione è la volgarizzazione del principio del ricambio generazionale che è tanto bello a parole quanto brutto nei fatti. Ma un principio che deve essere flessibile, perché se è assolutizzato diventa deleterio. Walter Veltroni ne ha dato un’ottima interpretazione quando ha detto che il vecchio Foa era innovatore e il giovane Fiorito è arraffone. L’età non è un valore in sé e, anzi, in politica ciò che conta, fin dai tempi di Aristotele che segnala il problema, è l’esperienza che si può avere solo con gli anni. Il problema sorge quando quelli che devono fare esperienza per poter domani governare – i giovani – non si fidano più di quelli che hanno fatto già tanta esperienza dimostrando di non saper governare: i vecchi. E’ il problema che è esploso nel Pd in cui i vecchi e navigati politici si sono dimostrati così saggi e accorti che sono riusciti a farsi imporre parole e concetti dal giovane fiorentino. Si sono ritrovati a governare il partito con le idee del sindaco di Firenze che, giuste o sbagliate che siano, è riuscito a vincere quasi senza combattere. È bastato che il giovane Walter dicesse quel che ha detto – «non mi candido più» – per aprire sotto i piedi della nomenclatura democratica il vuoto che la sta risucchiando. Il fenomeno funziona più o meno come in alta montagna funziona l’effetto valanga.

I partiti di sinistra non sono partiti normali. Hanno una virtù che è anche il loro principale vizio: un’idea che sembra anche solo apparentemente giusta diventa rapidamente contagiosa. Si diffonde non solo all’interno del partito, ma anche all’esterno presso gli elettori e i simpatizzanti che non si distinguono in democratici o vendoliani – o, secondo una più classica differenza – in riformisti e in rivoluzionari ma tendono tutti a fare di ogni erba un fascio. Nei partiti di sinistra si coltiva da sempre il mito della rivoluzione e non potendola mai fare all’esterno si sono industriati a farla dentro il partito che ogni lustro viene, appunto, rivoluzionato. Massimo D’Alema, che ha la sua storia, che ha fatto in tempo ad andare a Mosca, che è passato dal Pci al Pds, che è stato uno del Pci-Pds-Ds – come diceva il suo amico Berlusconi con cui mise su la Bicamerale – che spedì a quel paese il governo Prodi e ne prese il posto senza passare per le urne e fece la guerra nei Balcani con gli americani, insomma, Massimo D’Alema sembra fatto apposta dall’astuzia della storia della sinistra per interpretare il ruolo del tiranno interno che va detronizzato e cacciato per compiere la rivoluzione democratica e far sorgere finalmente il sole dell’avvenire. Lui che la rivoluzione non l’ha mai praticata né predicata, perché ha sempre saputo che era impraticabile e doveva svolgere solo il ruolo di mito da usare come oppio per il popolo, ora si ritrova a fare i conti con il popolo dei democratici che è come dire che sta facendo i conti con il suo stesso fantasma e con la storia irrisolta del suo partito, qualunque esso sia.

È una storia infinita che va avanti attraverso rivoluzioni interne che seguono a rivoluzioni interne, a capriole che generano altre capriole. Nessuno riesce mai a metterci un punto. Anche Pier Luigi Bersani, con questa sua idea identitaria di partire da Bettola e ritrovarsi con a fianco il compagno Vendola per unire tutto il popolo della sinistra, anche lui sta già armando il suo giustiziere interno che proporrà prima o poi un’altra rivoluzione nel partito per realizzare finalmente la “vera sinistra”. Chi mai riuscirà a scrivere la parola fine su questa storia tragicomica? Matteo Renzi, anche lui, non sembra essere il politico giusto. La sua filosofia della rottamazione è troppo simile alla filosofia della rivoluzione e sembra esserne quasi la traduzione democratica o la sua codificazione in un metodo compatibile con le regole democratiche. Una cosa del tipo: togliti tu che mi ci metto io. Così la giostra della vera sinistra unita può ricominciare all’infinito.

tratto da Liberalquotidiano.it del 17 ottobre 2012

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