Giancristiano Desiderio

L’America e noi

In politica on 8 novembre 2012 at 6:54 am

“Che paese, l’America” è il titolo del libro di Frank McCourt ma è anche l’espressione che noi italiani ripetiamo immancabilmente ogni quattro anni, di solito nella prima mattinata, quando ascoltiamo i risultati delle elezioni presidenziali americane e i discorsi del vincitore e dello sconfitto. Avvertiamo con grande chiarezza che dietro quegli uomini e quelle donne c’è un paese intero e quel paese è unito, e proviamo un senso di ammirazione se non di invidia. Ci diciamo, immancabilmente: «Perché noi non siamo così?». Già, perché?
In primavera si voterà anche in Italia e ancora non sappiamo con quale legge elettorale perché non solo non c’è accordo sul paese ma neanche sulle regole del voto. Le elezioni del 2006 furono “vinte” da Prodi e l’Unione – i nomi hanno un evidente carattere ironico – per ventiquattromila voti: sarebbe stato il momento giusto per mettere da parte le divisioni e mettere al centro l’interesse nazionale varando un governo di unità nazionale per venire fuori non solo da una crisi che già si annunciava all’orizzonte ma soprattutto da una situazione tragicomica in cui la cosiddetta Seconda repubblica già riusciva nell’impresa di far rimpiangere la Prima. Invece, neanche in quella circostanza fu possibile mettere al centro l’interesse dell’Italia. Purtroppo, qui da noi i partiti vengono sempre prima. È una maledizione che ci portiamo dietro dalla fondazione della Repubblica – un filosofo da subito parlò non di partitocrazia ma di partitomania – e forse da sempre con le nostre “famiglie”, le nostre “province” e le nostre divisioni pre-unitarie. Così, ogni quattro anni, ascoltiamo gli americani e sospiriamo: “Che paese, l’America”.

I due sfidanti – oggi Obama e Romney, ma i nomi sono quasi superflui – si confrontano, si criticano, si fronteggiano, propongono le loro soluzioni a fronte dei problemi che non negano agli americani. Ma i due sfidanti si dividono e si confrontano civilmente perché l’America li unisce. Così quando la campagna elettorale è finita, esattamente un minuto dopo, chi ha perso riconosce la sconfitta e soprattutto dà atto “al nostro presidente” di aver vinto e gli fa gli auguri di buon lavoro. Ieri Romney è arrivato a dire, con un po’ di commozione, di pregare per Obama e per la sua famiglia affinché gli dia la forza e l’intelligenza per guidare l’America fuori dalla tempesta che non risparmia nessuno. L’Italia è un altro mondo: qui chi si sfida non si confronta e non propone soluzioni per i problemi ma visioni del mondo che prefigurano una tale diversità irriducibile tra gli sfidanti che più di una volta si è sentito dire dai vincitori «non faremo prigionieri». Le stesse modalità della campagna elettorale sfuggono alle civili regole del comportamento sociale e lo scontro politico si incammina non sulla pace sociale ma sulla potenziale guerra civile. Se l’America è ciò che unisce la politica americana dandole forza e legittimazione, l’Italia è ciò che divide la politica italiana che così è più debole proprio lì dove dovrebbe essere più forte: sulla storia e il destino della nazione. La storia nazionale che abbiamo alle spalle – s’intende la storia dello Stato nazionale italiano, dunque 150 anni – è molto diversa dalla storia americana, ma ogni volta che facciamo un passo avanti per la comprensione di noi stessi ne facciamo immediatamente altri due indietro e non veniamo mai a capo di niente. La storia americana unisce gli americani, la storia italiana divide non solo i partiti ma persino gli stessi italiani per i quali il passato non passa e quando passa è semplicemente dimenticato, così quando riaffiora è nuovamente fonte di equivoci, bugie e divisioni. La nostra difficoltà a essere uniti deve avere qui la sua origine, ma è indubbio che i partiti e ciò che ne rimane ci mettono del loro. Il governo Monti, che è un governo di “unità nazionale”, è per certi versi la certificazione di questa divisione italiana: infatti, intanto lo si è potuto formare in quanto i partiti non sono in scena ma sono usciti di scena. Il suo modello, che gli italiani peraltro dimostrano di apprezzare anche a fronte dei sacrifici che con senso delle cose reali e serie stanno facendo, è quasi “americano” proprio perché al suo fondo c’è la “unità della nazione”. Eppure, si stenta ancora ad assumerlo come punto di svolta e bussola per l’immediato futuro. Si preferisce pensare che passata la nottata si ritornerà alla solita commedia all’italiana.

tratto da Liberalquotidiano.it dell’8 novembre 2012

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