Giancristiano Desiderio

1944 – 2012: ricostruire l’Italia

In politica on 21 novembre 2012 at 6:12 am

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha pronunciato a Palazzo Filomarino, la casa di Benedetto Croce che ospita anche l’Istituto di Studi Storici fondato proprio da Croce dopo la seconda guerra mondiale, il discorso di commemorazione del filosofo a sessant’anni esatti dalla morte. Postosi dinanzi alla grandezza dell’opera di Croce, il capo dello Stato si è soffermato solo su un aspetto che, però, per noi tutti che siamo figli della libertà dello Stato italiano, è fondamentale: l’azione politica che Croce svolse con grande tenacia e lungimiranza dopo la caduta di Mussolini e del fascismo e prima della liberazione di Roma. Sotto la data del 27 luglio 1943 il filosofo così scriveva nei suoi Taccuini di lavoro: «Anche stanotte dormito poco, da mezzanotte alle quattro. Fisso è il pensiero alle sorti dell’Italia: il fascismo mi appare già un passato, un ciclo chiuso, e io non assaporo il piacere della vendetta; ma l’Italia è un presente doloroso». Quando l’Italia era tagliata in due – sarà questo il titolo che Croce darà a questa parte dei suoi Taccuini pubblicandola – il “pensiero dominante” di Croce era l’Italia. Perché in quei mesi il pericolo più grave era quello che apparve alla sua mente già durante la Prima guerra mondiale con la disfatta di Caporetto. Ossia la perdita del frutto più importante del Risorgimento: il libero Stato nazionale italiano.

Ecco perché il filosofo, che aveva ormai settantotto anni e che conosceva la sua natura e i suoi limiti, si fece ancora una volta politico, come già avvenne in passato. Anche stavolta capì con grande prontezza ciò che al momento, intorno a lui, nessun’altro aveva capito: c’era da salvare la continuità dello Stato italiano nell’ambito della tradizione della libertà voluta e creata dal Risorgimento. A questo disegno, tra mille difficoltà – non ultima quella di un tentativo di rapimento al quale scampò – lavorò riuscendo a superare il “governo del re” con un “governo politico” che fu la premessa necessaria per instradare l’Italia sulla via di un regime liberaldemocratico in grado di evitare i due pericoli: il fascismo senza Mussolini e il comunismo con Togliatti. L’erede di questa politica, infatti, fu Alcide De Gasperi.

È evidente: Giorgio Napolitano non ha pronunciato questo discorso per caso. Anche oggi, sia pure in una situazione diversa da quella di ieri ma che con il nostro passato ha comunque un legame reale e significativo per chi sappia leggere la storia e per chi abbia un cuore che batte per l’amor di patria, l’Italia è in un “presente doloroso” e il pensiero non può essere che un pensiero dominato dalle sorti dell’Italia. Non è neanche un caso che il discorso di Napolitano si sia chiuso con il saldo riferimento all’Europa di cui proprio il nostro Benedetto Croce è il primo padre spirituale, quasi un profeta. E, ancora, oggi come ieri c’è da ricostruire l’Italia proprio a partire dalla prova della continuità dello Stato italiano che, nell’ambito europeo, deve conservare la sua dignità che gli può derivare solo dalla libertà. Oggi, come ieri – e fu proprio Croce a metterlo in luce nel grande discorso che tenne nel 1948 sul Trattato di pace – il male è nel partitismo che mette al centro il proprio ombelico e non l’interesse nazionale della salvezza dello Stato italiano. In questi frangenti bisogna confidare in uomini che sappiamo alzarsi al di sopra di sé e dei piccoli interessi per guardare il cuore dei problemi ed essere lungimiranti. Lo si può fare se si coltiva e conserva un senso della tradizione della storia dell’Italia unita che ha necessariamente le sue radici e fondamenta nel Risorgimento come primo momento di libertà. L’opera di Croce, ossia il suo pensiero e la sua azione politica, indica proprio questa idea della storia d’Italia che rispetta gli accadimenti e non indulge alle tentazioni di crearsi storie di comodo in onore di questa o di quella parte politica.

È dalla storia letta con il rigore della conoscenza non viziata da passioni distruttive che possiamo ancora trarre i giusti auspici e così gli studenti che oggi, nelle piazze, sono cupi e arrabbiati pur bisogna esortarli allo studio della storia d’Italia come atto d’amore e certo avvenire, come già in fondo faceva il poeta deluso da Napoleone.

tratto da Liberalquotidiano.it del 21 novembre 2012

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