Giancristiano Desiderio

Il Paese anormale

In politica on 15 dicembre 2012 at 8:25 am

Massimo D’Alema è il teorico del Paese normale e il politico del Paese anormale. Il suo pensiero politico è sempre molto normale e lineare, ma la sua pratica politica è sempre molto anormale e tortuosa. Pensa una cosa e ne fa un’altra. La “doppiezza”, che scende per li rami della grande famiglia comunista, gli appartiene in modo totale. L’ultima dimostrazione ci è data dalla sua intervista al Corriere della Sera in cui ha detto che la candidatura di Mario Monti sarebbe «moralmente discutibile» e, dunque, il professor Monti non si deve candidare. È del tutto evidente che non solo è “moralmente discutibile” che D’Alema tenga per sé e per il suo partito la libertà di candidarsi o no mentre la nega agli altri, ma è anche “politicamente discutibile” che – sempre D’Alema – abbia la pretesa di scegliere per sé non solo i suoi alleati ma anche i suoi avversari.

Quel che un tempo fu il segretario del Pds che licenziò il suo presidente del Consiglio – Romano Prodi – e ne prese il posto, somiglia a quei ragazzini della nostra gioventù che avendo portato il pallone per giocare decidevano chi giocava e chi guardava e se perdevano prendevano il pallone ponendo fine al gioco. Massimino D’Alema, campione di realismo politico – il Migliore, secondo se stesso – è per certi versi ancora un ragazzino. In terza elementare, il primo giorno di scuola, all’appello del maestro, il piccolo Massimo così rispose: «Sono Massimo D’Alema e voglio fare il capoclasse». Quel capoclasse è rimasto ancora nell’animo di D’Alema con i baffi.

L’idea della non-candidatura e non-candidabilità di Monti – e perfino il divieto di spenderne il nome in una lista elettorale di riferimento – è un capriccio dalemiano che, tali e tante sono le sue contraddizioni, non sta in piedi neanche un nanosecondo. Il Pd, infatti, pur avendo sostenuto il governo Monti, si è alleato con Nichi Vendola e quel mondo del massimalismo antagonista che a sinistra è stato non solo un critico (legittimo) del governo ma anche l’anti-Monti per definizione. Non a caso ancora oggi, alla vigilia del voto, proprio il governatore e poeta di Bari sostiene apertamente la sua contrarietà alla “agenda Monti”. Dunque, il Pd che ha sostenuto il governo Monti si può alleare con l’anti-Monti mentre il premier non ha diritto neanche a candidarsi per difendere il suo lavoro e sostenere le sue idee. È questa una realtà che somiglia – così, a naso, anche senza essere sottili ed esperti come D’Alema – più al Paese normale o più al Paese anormale? Non sarebbe molto più normale per il Pd tagliare i ponti con la sinistra antagonista e, come ha fatto fino a questo momento, continuare a sostenere Monti e il lavoro del loro governo? La vera scelta moralmente e politicamente discutibile è questa – l’alleanza tra montiani, finti-montiani e antimontiani – e non l’idea, da più parti non a caso auspicata, che Mario Monti “scenda in campo” per difendere il suo lavoro e i tanti sacrifici fin qui fatti dagli italiani. La verità è che il Paese normale teorizzato da Massimo D’Alema ha sempre avuto la sua pietra d’inciampo più a sinistra che a destra. Il Pd si è rifiutato, non certo da oggi, di mollare al suo destino la sinistra antagonista per non venir meno a quello che è a sinistra è sempre stato un dogma indiscutibile: a sinistra non ci devono essere né nemici né avversari. La sinistra, insomma, deve essere sempre: una, sola, totale. Dentro questa parola – sinistra – ci possono essere anche differenze, distinzioni, diversità ma i contrasti non devono mai giungere al punto di rottura e di non ritorno perché alla fine la Sinistra deve essere, appunto, sempre una. Non è un caso se in Italia la sinistra ha avuto la Bolognina ma nessuna Bad Godesberg. E non è un caso che proprio il teorico del Paese normale è stato sempre il principale difensore della anormalità della sinistra italiana. Ai tempi della Bicamerale disse la storica frase: «Sono virtualmente un liberale». La virtualità del suo liberalismo ora traspare tutta: giunto ad un bivio importante – l’europeismo di Monti o l’alleanza classica tra massimalisti e riformisti – D’Alema non ha alcun dubbio e ancora una volta fa prevalere il dogma dell’unità a sinistra.

Ci sono alcuni passi dell’intervista di D’Alema che sono addirittura esilaranti. A proposito dell’ipotesi non – si badi – di una candidatura di Monti ma solo di una lista con il suo nome, D’Alema, che davvero non ha mai smesso di fare il capoclasse, dice: «Sarebbe un pernicioso bizantinismo di cui sicuramente non sentiamo il bisogno. Monti non dovrebbe permetterlo». Ma se c’è una cosa che si attaglia perfettamente alla sinistra, questo è il bizantinismo: confusione pratica e ideale, situazioni contraddittorie, eccessivamente contraddittorie, al limite del sostenibile. Del resto, se si rimane sempre della stessa idea che occorra mettere insieme riformisti, finti-riformisti e anti-rifomisti, non si potrà mai combinare nulla di buono e duraturo. Soprattutto – ecco il punto – non si potrà mai dare il serio contributo che dovrebbe venire dal mondo della grande famiglia comunista per fare della democrazia italiana un Paese normale. Mario Monti, invece, rappresenta proprio questo: il Paese normale e la possibilità per tutti noi di poter costruire una democrazia più decente. Tante volte, negli anni bruciati della Seconda repubblica, individuando in Silvio Berlusconi un’anomalia e nella sinistra ancora comunista l’altra anomalia, si è detto che il bipolarismo bellico andava bloccato, disarmato e resettato per far emergere dal rimescolamento delle carte un bipolarismo mite o semplicemente, con il taglio delle estreme, due schieramenti più spostati al centro.

È un percorso tuttora valido ma, purtroppo, il Pd ha scelto di non praticarlo preferendo, ancora una volta, incamminarsi sulla strada vecchia che conduce alla ricostituzione della “gioiosa macchinetta da guerra”. Così a questa sinistra pseudo-rivoluzionaria e pseudo-riformista ha fatto subito da contraltare la reazione del Cavaliere che prima con se stesso e poi con l’invocazione proprio di Monti, che aveva solo qualche giorno prima sfiduciato, ha provato a richiamare a raccolta tutte le forze che non si ritrovano a sinistra. Insomma, al richiama della foresta della sinistra risponde uno squillo di tromba a destra. Ma questo è esattamente il Paese anormale dal quale abbiamo l’obbligo morale, nazionale ed europeo di uscire. Il lavoro del governo Monti, quello fatto, quello da fare, serve anche a questo. Soprattutto.

tratto da Liberalquotidiano.it del 15 dicembre 2012

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