Giancristiano Desiderio

Della pizza senza dogmi e altre storie

In filosofia storia on 10 marzo 2013 at 8:36 am

Raffaello Franchini  – scoprite voi chi era –  diceva che chi non mangia la pizza non capisce niente di filosofia (anche se non basta mangiare la pizza per capirci qualcosa, sempre che ci sia qualcosa da capire). Alle undici del mattino, dopo aver lavorato già un bel po’ al tavolino, nella sua biblioteca a Palazzo Filomarino, Croce era solito scendere e fare quattro passi: faceva un giro dai suoi amici librai ma prima passava dal pizzaiolo e si faceva fare una pizza con sugo, olio, origano e un’acciuga. Un’abitudine giornaliera. Ai filosofi la pizza piace particolarmente, come le donne. Nietzsche, che in realtà di donne non ci capiva granché e fu portato in canzone da Salomé, inizia Al di là del bene e del male dicendo che la verità è una donna e i filosofi in quanto son dogmatici s’intendono poco di donne e se ne vogliono conquistare i favori devono navigare in mare aperto senza dogmi. Un buon modo per liberarsi dai dogmi è proprio la pizza. Davanti a una buona pizza gli uomini, che siano o no filosofi, parlano il più delle volte  – al di là del bene e del male –  della verità ossia della donna.

Qualche settimana fa sono stato a Caiazzo insieme con Billy Nuzzolillo e Pietro Di Lorenzo e siamo stati accolti benissimo nella pizzeria di Franco Pepe. Nel cuore del centro storico di questo paese dalle memorie risorgimentali, sorge un palazzo del Settecento che il pizzaiolo, che discende da una famiglia di pizzaioli, ha dedicato tutto, dalla cantina alla terrazza, al culto e al gusto della civiltà della pizza. La pizzeria di Franco Pepe sarebbe piaciuta al mio amico Croce. Fu proprio lui a trovare, ai primi del Novecento, un buon locale per le pizze del giovane Luigino Lombardi che si guadagnava da vivere facendo mangiare la pizza fritta a mezza Napoli, ma per strada perché non aveva un locale. Il filosofo si interessò alle pizze e alla famiglia di Luigino, che aveva il padre emigrato in America, e gli fece assegnare un locale nel campanaro della Chiesa di Santa Chiara. Il filosofo, che conosceva Caiazzo, avrebbe gradito l’idea di un palazzo storico, a due passi dal campanile di Santa Maria Assunta, dedicato alla pizza. Abbiamo visitato il palazzo-pizzeria mentre intorno a noi era un via vai di pizze e pizzelle, siamo saliti su la terrazza per affacciarci, nella notte calma, silenziosa e senza vento, sulla valle del Volturno. Il posto, riservato per noi, era stato sistemato proprio all’ingresso della stanza del forno.

Quale sia l’origine del nome della pizza non è dato sapere con attendibilità. Di mezzo c’è un po’ di tutto: il napoletano, il greco e persino i goti e i longobardi. Dunque, mi trovo perfettamente a mio agio visto che sono un miscuglio  – o mi illudo di esserlo –  di tutte queste cose e genti. Quale sia la migliore pizza è difficile a dirsi ma facile da mangiare. A Caiazzo, davanti a dei biondi e scuri boccali di birra  – Billy beve birra scura –  ho mangiato una pizza per ora insuperata: il sole nel piatto. Una pizza senza dogmi.

Un po’ come il cazzo, la pizza non vuole pensieri. E’ buona perché sa consolare. Mastro Jacopo di Niccolò del Polta, detto il Bientina, scrisse nel 1520 la Farsa dell’uomo che si vuol quietare e vivere senza pensieri. Cosa, appunto, farsesca, perché impossibile. Ma davanti alla pizza l’uomo trova un po’ di pace come in un’oasi. Con il sole nel piatto i pensieri non vengono per inquietare ma per dialogare e il dialogo tra uomini è fatto da storie di donne in cui la verità, come vuole Nietzsche, a volte si schermisce e scivola nella leggenda e nel mito. Mi viene alla mente quel tale al quale dissero che la bella del posto aveva amoreggiato con mezzo paese e lui senza stare a pensarci su disse: “Oh, io sto’ semp’ int’ a chell’ata mità – oh, io sto sempre nell’altra metà”.

Quando ero ragazzo mangiavo anche due pizze. Ora devo andar leggero. Ma la pizza da Franco Pepe è buona e leggera e non so resistere all’invito che il pizzaiolo fa di assaggiare una pizza fritta e ripiena di ricotta e prosciutto. La scusa è ottima per continuare a discutere con i miei amici. Non do peso al peso, mi fido di Franco e faccio bene perché questo panzarotto che ci vien servito è una delizia di gusto e sapore: soffice, va giù come la spugna del babà. Sul finire della serata, dopo aver ascoltato le garbate storie d’avventura e di vita di Pietro e di Billy, dopo aver bevuto un’altra bionda, ricordo una leggenda d’amore e di corna, simile ancora a una farsa cinquecentesca, in cui il marito becco senza saperlo ma sospettandolo si chiude nell’armadio aspettando l’arrivo di lei con l’amante. I due, Paolo e Francesca, non pensano che nell’armadio ci sia il becco che ascolta tutto ma non osa uscire. Sul più bello, scricchiolano e si aprono le porte dell’armadio e quando ne esce il marito, che conserva una calma serafica, ai due amanti gela il caldo sangue nelle vene. Li fissa e fa rivolto a lei: “Mo’ t’aiz cuoll e t’ n’ vai a du mammt’ – ora ti alzi e ritorni da tua madre”. Lui, invece, riesce a sgattaiolare via e sembra il Perozzi di Amici miei del Monicelli. Tutto bene quel che finisce bene perché, in fondo, poteva finir male. Ma la storia non finisce qua. Perché quando il padre della sposa sa della cosa, si arrovella per risolverla e gli sovviene magari la Farsa de il Bientina su l’uomo che vuol vivere senza pensieri. Allora, quando incontra l’amante della figlia, un giovanotto di belle speranze, lo ferma e prendendolo per un braccio gli dice solo due parole ma di quelle storiche che si dicono sul Rubicone: “Se ‘o marit ‘a lass’, io t’ ‘a port a casa toia – se il marito la lascia, io la porto a casa tua”. Mai frase risultò più dissuasiva.

tratto da Sanniopress.it

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