Giancristiano Desiderio

La comicità di partito

In politica on 10 marzo 2013 at 3:21 pm

Dalla sinistra italiana non si finisce mai di imparare. Avevano la vittoria in tasca e hanno perso. Siccome non sanno vincere, non sanno neanche perdere. Così il giorno dopo la sconfitta in cui sono arrivati primi, invece di mettersi al servizio dello Stato e del Paese hanno iniziato a fare grandi manovre per cercare di convincere Grillo, che fino a quel momento era un fascista, a dar loro una mano per formare un governo e tenerne fuori Berlusconi e il Pdl con i quali non vogliono avere nulla a che fare e men che meno governare anche se con Berlusconi e il Pdl hanno formato la “strana maggioranza” che ha sorretto Monti che non a caso è ancora al suo posto mentre tutti lo volevano mandar via dopo averlo votato e chiestogli di salvare l’Italia dal “greco mar”.

In giro si legge e circola una strana lettura. Si dice che la sinistra ha perso perché non è stata sufficientemente di sinistra, perché non è stata radicale, perché non ha messo al centro la “questione sociale”. Così dopo aver perso la sinistra continua a perdere: perde non solo elettoralmente ma anche in politica, in storia, in intelligenza e in morale. Il motivo della sconfitta è un altro: la sinistra ha perso perché ancora una volta ha ampiamente dimostrato di non saper rappresentare una forza politica di governo. Il Pd ha affrontato le elezioni sulla base di un calcolo: siamo avanti nei sondaggi, il vantaggio è molto ampio, quindi andiamo sicuri che questa volta il Caimano non ce la farà a riprenderci. Un calcolo miope e triste che ha chiuso la sinistra ancora una volta in se stessa e nel fortino della Cgil invece di aprirla alla società italiana per rivolgersi a quegli elettori delusi dal Pdl. In altre parole, il Pd ha pensato così: non dobbiamo chiedere niente a nessuno perché i voti che abbiamo sono più che sufficienti per vincere e fare il governo che vogliamo. Invece, come è noto, i voti non sono stati sufficienti e il governo che volevano non possono più farlo. Siccome, però, al peggio non c’è mai fine, la sinistra continua a perdere anche nella sconfitta.

Bersani durante le primarie chiamava Renzi con il suo nome Matteo e gli dava del ragazzo. Come a dire: è giovane, ne ha di strada da fare, ora tocca a me che sono uomo vero. Oggi sappiamo che il vero ragazzino è Pier Luigi, mentre Matteo Renzi continua a pensare, parlare e agire come un politico che potrebbe dare all’Italia una speranza in più per rimettersi sulla buona strada in Europa. Bersani fa la corte a Grillo che lo chiama zombie. Pensa di impressionare Grillo con la storia della responsabilità mentre i veri irresponsabili sono lui e il suo gruppo dirigente che credono ancora possibile avere con il sostegno del movimento 5 stelle quel governo che non hanno ottenuto con il voto. In questa scena pietosa fatta passare per gran politica si sono inseriti anche fior di intellettuali che hanno rivolto un appello a Grillo implorandolo a sostenere il piccolo Pier Luigi e facendo così la figura dei comici davanti al politico Grillo.

Berlusconi è quello che è (ma la stessa cosa si potrebbe ripetere citando a caso, senza che il caso ci dia una figura che possa contare sulla persecuzione giudiziaria dell’altro). Tuttavia, ci sono dei momenti nella storia di una storia politica in cui non è dato scegliersi né gli avversari né gli alleati. Ci sono dei momenti  – e ci sono già stati in passato –  in cui la storia nazionale semplicemente esige che le forze politiche facciano fronte comune per tenere in piedi lo Stato nazionale. Questo è uno di questi momenti. Purtroppo, però, a differenza che nel passato, al quale la sinistra spesso si richiama ma, evidentemente, senza cognizione di causa, oggi non ci sono uomini politici lungimiranti capaci di mettere da banda l’interesse di partito per far spazio all’interesse nazionale. L’unico capace in questo campo è al Quirinale ma ancora un mese e andrà via.

E’ un problema serio. Molto serio. Non vi devo dire il perché, perché vi sapete guardare intorno. Il problema è aggravato sul piano politico da un Pd che in quanto erede della sinistra non ha alcuna dottrina dello Stato a cui ispirarsi. Lo fece notare a suo tempo Bobbio  – “in Marx non c’è lo Stato” –  ma nessuno gli diede retta. L’unica cosa che c’è a sinistra è la dottrina di partito che è all’origine della sua sconfitta, della sua inutilità, dell’abuso che si fa della parola “rivoluzione” e della sua stessa drammatica comicità. Degli uomini politici che sono da sempre abituati a pensare in termini di partito non si pongono proprio il problema dello Stato nazionale se non ancora una volta con il primato del partito. Non a caso negli otto punti di Bersani non c’è la fine del finanziamento pubblico ai partiti e ciononostante chiede il voto a Grillo in un esilarante scambio di ruolo di capocomico.

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