Giancristiano Desiderio

La fine del Bar Sport

In filosofia storia on 10 marzo 2013 at 8:34 am

Ci sono delle cose che quando accadono chiudono delle epoche più di quanto non ne aprano delle nuove. Mi riferisco alla mancata candidatura di Pasquale Viespoli? No. Alla chiusura del Bar Sport a Sant’Agata dei Goti. Non fa niente se non lo conoscevate. Perché il Bar Sport era così particolare da essere universale. Generazioni e generazioni di santagatesi sono passate per il Bar Sport e hanno ricevuto una prima educazione. Perché il Bar Sport era in sostanza un’istituzione. Era lì, sul viale Vittorio Emanuele III da sempre  – credo che non ci sia in Italia un’altra strada intitolata al re del fascismo –   e l’idea che potesse non esserci più non mi ha mai sfiorato. Invece, stamane passo di lì e vedo che non c’è più l’insegna e stanno sbaraccando tutto. E’ la fine di un mondo.

Qualcosa di simile accadde anche anni addietro, quando morì zio Normanno Desiderio. Forse, zio Normanno lo conoscevate, perché se siete venuti a Sant’Agata negli anni passati avrete mangiato i suoi gelati e gustato la sua invenzione: il Normangelo. La produzione continua tuttora, ma con la scomparsa di zio Normanno  – burbero e civilissimo come solo lui sapeva essere –  è finita un’epoca della “storia comunale”. La sua morte segnò un passaggio più di quanto non abbia fatto la fine della Prima repubblica e l’inizio della Seconda con la nuova legge elettorale per l’elezione del sindaco. Il sabato sera nella vetrina del Bar Normanno, nel cuore dell’imponente centro storico, compariva un grande vassoio di paste del cavaliere Giovanni Scaturchio. Era il tempo in cui Sant’Agata dei Goti era ancora una piccola cittadina borghese e contadina. Oggi non si sa più che cosa sia se non una conurbazione di periferia senza signorilità. Il Bar Normanno era in fondo un’espressione novecentesca e con la fine di Normanno Desiderio a Sant’Agata dei Goti è finito il Novecento.

Qualcosa di simile sta accadendo ora, anche se i santagatesi non lo sanno. Quell’omone rude e dolce di Normanno Desiderio abitava sul viale Vittorio Emanuele, all’ultimo piano della prima delle due palazzine che separano la scuola elementare di epoca fascista dalla scuola media di epoca repubblicana. A un passo dal Bar Sport. Era solito prendere in giro e quasi inveire contro “chill’ sfessati ‘e copp’ ‘o pont’”, quelli che perdono tempo sul ponte. E tra quelli che perdevano tempo sul ponte c’ero anche io. Sul ponte, appunto, c’era il Bar Sport che era per la Sant’Agata al di là del Ponte ciò che il Bar Normanno era per la Sant’Agata al di qua del Ponte, nel centro storico. Nella mia adolescenza a gestire il Bar Sport c’erano zi’ Pietro e zi’ Teresina che tutto erano tranne che sportivi. Oddio, zi’ Teresina la sua sportività l’aveva eccome. Una vecchietta che era per tutti noi una nonna. La vera barista era lei, non certo il marito, zi’ Pietro che era un po’ una figura mitica di quelle descritte da Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista, mezzo uomo e mezzo sedia. Me lo ricordo sempre seduto davanti al bar, con un occhio dormiva e l’altro osservava. “Zi’ Pietro, avete visto Ugo Foscolo?” E lui con la pazienza di chi sopporta l’insolenza giovanile: “Mo’ è passat’ oì”. Portava sempre un cappello in testa, vecchio e con la tesa piccola, una giacca con gilè e camicia: aveva una faccia e un’aria che sembrava uscire da un film western di Sergio Leone. Da zio Normanno si andava per i gelati, le paste e in inverno la cioccolata calda. Ma al Bar Sport da zi’ Teresina si andava a giocare a flipper. Quando non c’erano i videogiochi c’era il flipper e per giocare bene a flipper bisognava in pratica farci all’amore. Tutto il corpo era coinvolto, non solo mani e occhi (culo compreso, e non solo nel senso della buona stella).

Con la fine di quei due magnifici vecchi, zi’ Pietro e zi’ Teresina  – zi’ Teresina è morta non molto tempo fa e prima di morire sì è rimpicciolita, così rimpicciolita che forse non è morta ma è solo scomparsa all’orizzonte –  il Bar Sport non ha chiuso. A incarnare ancora l’istituzione c’era il figlio: Antonio ‘o luong’, per la statura fuor di misura (avrebbe potuto giocare a basket, il figlio è un simpatico spilungone peggio del padre). Forse, è stata questa continuità generazionale a farmi concepire come eterno il Bar Sport. Eppure, se avessi prestato un po’ di attenzione non sarei caduto nell’illusione. Da quando ci sono i social network, che senso ha il Bar Sport? I tweet, i post, gli sms, i whatsapp sono il contrario del Bar Sport che altro non è che la traduzione moderna della filosofia greca. Al Bar Sport ci sono gli uomini in carne ed ossa, ci sono le facce e i volti, i sorrisi e le tristezze, la battute e le risate e naturalmente i grandi racconti metafisici sul governo, sul calcio e le donne. Il flipper non c’era più da una vita e i videogiochi hanno fatto da molto tempo il loro tempo. I social network hanno spazzato via l’umanesimo del Bar Sport.

Antonio ‘o lung’, anche se non lo sa, è stato l’ultimo umanista santagatese. Ora che ha chiuso la sua scuola di filosofia greca lì sul Ponte  – perché Antonio è vivo e vegeto, che Dio lo conservi, appunto, a lungo –  che cosa farà mai? Non potrà chiudersi in casa a leggere testi e tomi perché la sua filosofia ha sempre privilegiato la parola orale alla parola scritta. Gli mancheranno la sua agorà, l’ombra dei platani e perfino i caffè che faceva contro voglia. Ma lui mancherà a noi più di quanto noi non mancheremo a lui (mancheranno le sue deliziose granite al limone). Semplicemente perché Antonio ‘o lung’  in quanto barista del Bar Sport era un’istituzione come zio Normanno nel suo Bar Normanno. I due bar erano i due volti del Novecento santagatese: classico il primo, sportivo il secondo. Sempre gentile e disponibile, perfino quando si arrabbiava e mandava qualcuno a quel paese. E’ stato comunista  – “quando c’erano gli operai” dice –  e ha lavorato in Mondadori. Al bar c’era a volte anche la moglie: una distinta signora romana che lo teneva d’occhio e lo frenava nei suoi voli pindarici. “Lasciami stare” faceva lui e continuava nella conversazione. Da buon barista Antonio è un gran narratore, come i barbieri, i bidelli, i portieri. Tutte figure classiche che non ci sono più, non vi fate ingannare dalle mentite spoglie. Antonio ‘o lung’, bontà sua, mi tiene in considerazione. Una volta parlando di donne  – genere fantastico del Bar Sport –  mi attribuì immeritatamente una certa autorevolezza uscendo con questa frase: “Desiderio ten’ ‘e cart’ man’ ro’ pat (ha in mano le carte del padre)”. Pura letteratura popolare dell’ultima scuola filosofica del secolo scorso: il Bar Sport.

tratto da Sanniopress.it

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