Giancristiano Desiderio

Io e il niente

In filosofia storia on 12 marzo 2013 at 5:51 pm

Io non so fare niente, niente di niente. E’ l’unica cosa che nella vita ho imparato a fare: niente. Ma la faccio benissimo. Io non so niente, niente di niente. E’ l’unica cosa che so: niente. Ma la so benissimo. Non sapendo fare niente e non sapendo niente, non posso dire di essermela cavata male (finora).  Ho messo insieme due lavori, ho diretto due quotidiani, ho scritto migliaia di articoli, ho pubblicato una quindicina di libri. Ho dato forma al niente niente male. Di Indro Montanelli si diceva che non sapesse niente ma che lo sapesse scrivere molto bene. Cito Montanelli per mostrare che non solo non so fare niente e non so niente ma che non sono neanche niente. Mi sento un italiano inutile, come Prezzolini disse di sé. Senz’altro un italiano atipico perché non sono iscritto a nessuna delle tre sette che vanno per la maggiore e trasformano lo spirito italiano, che nel suo fondo è scettico, in rozzo fanatismo. Come se non fossimo niente. Quel che Papini disse di sé  – sono un uomo finito –  a volte mi sembra che vada bene anche per me.

Non ho appreso niente. Non ho imparato un lavoro, né una tecnica, non ho un’arte da parte. Niente. Assolutamente niente. L’unica cosa che ho fatto è stata fare del niente la mia professione. Bisogna riconoscere che non è da tutti, anche se molti vi ambiscono. Il niente, proprio perché è niente, è pericoloso. Incominci con niente e finisci con niente. E nel mezzo devi sempre ricominciare da niente. Non c’è niente di più faticoso del niente. Peggio di Sisifo. Quando facevo il quotidiano, la sensazione più bella e gratificante era la bozza della prima pagina: bella, linda, ordinata. Ma terribilmente inutile. Una volta fatta, il giorno dopo era da rifare. Il giornale è legato al giorno che è poco più di niente. Il segreto è dare corpo o forma a questo “poco più” che è assediato dal niente o addirittura fatto vivere dal niente che gli nientifica dentro. Il nostro mondo ordinato è costruito secondo lo sforzo della coerenza del pensiero e della volontà che non si vogliono contraddire ma il niente viene a sconvolgere tutti i piani. Quando Carnap sentì dire da Heidegger che il niente nientifica gli disse che era un cretino. Come tutti i geni, un po’ cretino Heidegger lo era ma che il niente nientifichi non c’è ormai dubbio e che la libertà dipenda da questo annientamento del senso ultimo delle cose, della nostra vitalità e della storia, altrettanto.

Voi come state messi con il niente? Ci sono delle volte in cui il niente mi assale e non ho voglia di fare niente. Il niente mi esce dalla bocca. Passo da una cosa all’altra in un attivismo sfrenato ma di fatto non sto facendo niente. Mi sento inutile, inadatto, profondamente ignorante e più avverto la inanità della mia volontà di sapere e più il niente si impossessa di me. E’ come una bestia accovacciata nel cuore che rimonta fino alla testa fino a inghiottirla. La lotta con la bestia del niente è incessante. Le cose fatte, pensate e prodotte da dove vengono effettivamente se non da questa lotta? Gran parte del lavoro fatto, per non dire tutto il lavoro fatto, è un lavoro fatto su di me senza avere granché interesse per me stesso. Lo stesso pronome “io”, di cui forse non si può fare a meno nel linguaggio, è un abuso. Proprio perché lavoro su me stesso lavoro su niente. Io non sono io perché io sono niente. Io non sono che i pensieri pensati e il pensiero pensante, la vita in atto. E niente più. Detto in modo più umano e terra terra  – nel senso della terra che lega tutte le cose –  io non sono che storia in cui non è facile ed è inutile dire di chi è che cosa.

Scrivo di queste cose per niente. Senza nessun compiacimento. Senza nessuna volontà di lasciarmi andare al niente. Al contrario, con compostezza. Fino a quando, almeno, la vita mi concederà di essere composto e dignitoso. Machiavelli, in fondo, aveva ragione quando diceva, nel Principe, che la vita è 50 e 50: per metà nelle nostre mani e per metà nella fortuna. Nella metà che mi è riconosciuta c’è la consapevolezza di esser legati al niente e la necessità per vivere di non potervi permanere prematuramente.

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