Giancristiano Desiderio

Carne

In filosofia storia on 13 febbraio 2012 at 7:16 pm

La carne è la nostra vita. Siamo fatti di carne. Osservazione banale e scontata, si dirà. Non è vero. Viviamo in un mondo privo di realtà, fatto di immagini, parole, numeri, elettronica, carte. La realtà è stata uccisa. Il delitto perfetto è un libro ormai datato ma conserva intatto il suo valore: la realtà è morta e vive la irrealtà. Almeno fino a quando non entra in gioco la carne. E’ la carne che ci riporta sulla Terra e ci consegna al nostro destino di esseri mortali. Un grande filosofo del passato, Thomas Hobbes, era un “corporeista” che non significa materialista ma più semplicemente “esistono i corpi”. Come il corpo di Cristo, il corpo del Signore, il corpo divino. Anche il Verbo ha bisogno della carne per parlare. “Il verbo si fece carne”. Tra carne e spirito non c’è contrasto ma corrispondenza. La carne è spirito e lo spirito è carne. La carnalità ha in sé il principio della fine del corpo. Aspiriamo a disincarnarci ma la condizione umana è tutta nel principio “il verbo si fece carne”.

Senza carne siamo più potenti perché meno umani. Ma uscire dalla carne non ci è dato se non per un breve tempo in cui il sapere intellettuale e tecnico prendono il sopravvento una volta liberati dal legame con la realtà della carne. La carne ci riporta con i piedi per terra. Ubbidendo al principio dei gravi camminiamo in uno spazio concreto fatto di cose, case, casi. L’immaginazione e i tanti mezzi che la sollecitano e la catturano, insieme con i suoi desideri, ci portano in un mondo parallelo fatto, appunto, di immagine. Siamo qui con il corpo, ma siamo altrove con lo spirito o con la mente o con l’immaginazione: tutte “facoltà” che ambiscono a vivere in modo indipendente, che cercano un altro mondo e a volte lo trovano. Ma non in eterno. Il peso della carne si fa sentire, presto o tardi, e, come una cambiale, chiede il conto. Il primato della carne prima o poi si manifesta appieno e anche la mente che abita altrove intanto lo può fare perché è incarnata. Sembra quasi che la fuga in avanti della mente, dello spirito, dell’immaginazione e dei desideri sia solo la stessa egemonia che la carne esercita sulle facoltà ritenute più nobili, alte, belle, spirituali. Il tentativo di ridurre il mondo ad un’immagine può essere considerata proprio un’astuzia della carne, un po’ come il diavolo che mostra al Signore il mondo e lo invita a esserne il padrone in cambio dell’anima. “Lacrime e sangue”. Una formula “carnivora” che della carne succhia i succhi e i “liquidi”. La “società liquida” è stata detta la nostra stagione in contrapposizione, evidentemente, ad una “società solida” costituita di concretezza, stabilità, fermezza (nel senso di fermo, poco mobile se non immobile). Ma la liquidità del nostro tempo fa sentire i suoi colpi nella carne e se cerchiamo riparo dal continuo movimento della vita liquida è perché avvertiamo che la carne ha bisogno di un rifugio, di una tana, di una abitazione (nel senso di casa e nel senso di abito con cui abbigliarsi e con cui abituarsi ad agire). Il fisco sa bene che ciò che esiste realmente è ciò che occupa uno spazio fisico, tanto che tassa le “persone fisiche”, e gli immobili, i metri quadri, le automobili. Ciò che esiste è tassabile e la tassazione è una prova dell’esistenza in vita, anche se in uno Stato esoso la tassazione continua anche dopo la morte, forse in base al principio metafisico che la carne non si incenerisce subito ma solo con il tempo o forse perché il corpo lascia in vita altri corpi che restano nell’ambito della tassazione possibile e impossibile. La carne è debole. La forza è proprio la debolezza. Sarà per questa sua connaturata debolezza che si cerca riparo in altri mondi e si prova a irrobustirla o potenziarla. La stessa consistenza materiale della carne è vulnerabile. Per quanto l’uomo appaia nobile pensando al suo pensiero – la celebre canna pensante – resta vero che basta poco per schiacciarlo. La carne diventa nutrimento per altra carne. Infatti, è nutriente e digeribile. Non solo per l’essere umano, ma anche per l’essere animale e perfino per l’essere vegetale. Ma la carne nutre anche senza essere mangiata e ingerita. I peccati della carne, per quanto siano i più comuni e veniali, i più umani e perdonabili, sono additati come immondi, mentre proprio la mondanità è il loro vero motivo d’essere. E’ la debolezza della carne ad essere colpita con il mito del virtuismo. Un tempo erano i potenti ad accusare gli impotenti al fine di conservare il potere, nel nostro tempo anche i potenti non sono più tanto potenti e il loro potere di puntare il dito contro i peccati della carne gli si è girato contro, tanto nel mondo laico quanto nel mondo religioso, e gli impotenti avvertono nella loro stessa debolezza la forza del mito virtuista, per ripetere il titolo che Vilfredo Pareto volle dare al suo libro più scientifico e umano. La carne si presta meglio di qualunque altro materiale a diventare pura immagine: in televisione, al cinema, in video, in fotografia, sul web dappertutto la carne può essere data in pasto sotto forma di immagine. Anche se la carne immaginata non è più la carne carnale che non beneficia del Photoshop. Il potere – qualunque cosa sia e qualunque tipo di potere – è potere sulla carne del corpo. Il linguaggio comune rivela la cosa: “Per loro siamo carne da macello”. Il potere è controllo della carne e chi sfugge al potere, a torto o a ragione, è individuato con la formula del “corpo del reato”. E nulla dà più piacere al popolo del possesso del corpo del potente che il più delle volte, soprattutto nei regimi illiberali nelle loro varie formule, è sbranato, offeso, ferito, ucciso anche da morto. La storia è piena di casi, ma anche la cronaca ne presenta di esemplari. La carne del potente non è invulnerabile. La vulnerabilità ontologica o naturale della carne fa del potere umano – potere dello Stato e della Chiesa, dell’Esercito e della Tecnica, dell’Economia e dell’Arte, della Conoscenza e dell’Azione – qualcosa di instabile. Il potere che si presenta stabile ha nella carne del potente il suo principio di corruzione: è qui il motivo della censura della malattia o della sofferenza dell’uomo potente. L’uomo potente malato è tutelato con la scomparsa dell’immagine: la carne malata non si mostra perché rende il potente visibile come un comune mortale. Ma un uomo potente invisibile è il contrario della potenza che aspira sempre a far bella mostra di sé. La carne è il vero motore della storia. Anche la legge dell’amore cristiano o platonico lo dice: “Amatevi e moltiplicatevi”. Cos’altro si può fare? La moltiplicazione dei corpi è la conservazione della specie. Ad oggi non è stata escogitata altra soluzione migliore di quella classica, in qualunque modo praticata. Il sogno dell’immortalità, sia attraverso il prolungamento della vita sia tramite la ibernazione (come i bastoncini Findus), è un incubo. La conservazione della specie non vuole né la lunga conservazione, né il frigorifero ma la più vitale freschezza delle carni.

Letture: Jean Baudrillard, Il delitto perfetto, Raffaelo Cortina editore Thomas Hobbes, Leviatano , Vangelo di Giovanni, Il verbo si è fatto carne; Martin Heidegger, L’epoca dell’immagine del mondo in Sentieri interrotti Vilfredo Pareto, Il mito virtuista, Liberilibri Claude Levi-Strauss, Il crudo e il cotto, Il Saggiatore.

tratto da Liberal per la rubrica “Parola chiave”

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